16 ottobre 2018 - Ultimo aggiornamento alle 20.07
caronte manchette
caronte manchette

Lo crisi della democrazia

Il 25 aprile oggi: serve una nuova resistenza contro i neofascisti

23 aprile 2018

Quest’anno la ricorrenza del 25 aprile cade in un contesto politico istituzionale completamente inedito, non solo perché a più di un mese dalle elezioni politiche il Paese non ha ancora un governo ma soprattutto perché da quel voto sono emerse vittoriose forze politiche che non provengono da quella storia, da quel movimento di popolo che contribuì a restituire la libertà agli italiani ad avviare una nuova fase storica e a cancellare la vergognosa pagina del Fascismo.

Già l’avvento vittorioso di Forza Italia nelle elezioni del 1994 non aveva alcun legame con quella storia, riempiendo il vuoto politico creato dalla scomparsa di quei partiti protagonisti di quel movimento di liberazione, il PCI, la DC, il PSI, e le altre formazioni che si riconoscevano nei gruppi di giustizia e libertà.

Oggi né la Lega di Salvini né i 5 stelle di Di Maio affondano le radici o mostrano interesse a collegarsi a quella storia, rimane il PD alle prese con una crisi di identità e di prospettiva e i fuoriusciti da quel partito, i Liberi e Uguali, marginali nella vita politica del Paese. Da qui nasce il pericolo che questa ricorrenza scivoli sempre più dalla coscienza degli italiani e si limiti a rituali rievocazioni, in un momento in cui riemergono fenomeni inquietanti di attacco alla democrazia, di rigurgiti neofascisti e razzisti e di pericoli per la pace nel mondo.

Ecco perché, mai come ora, abbiamo bisogno non di rievocazioni, ma di iniziative che attualizzano il valore della Resistenza attraverso una loro corrispondenza nel tessuto politico e sociale e morale della Repubblica.

Un compito che spetta in primo luogo alle istituzioni territoriali, alle istituzioni scolastiche, alle associazioni, non solo dei partigiani ma anche di quelli che svolgono un’azione efficace nel campo del sociale.

L’obiettivo è di ricollegare quella grande lotta di popolo al ripensamento critico sullo stato attuale della democrazia.

Quei valori umani, morali e civili devono rappresentare lumi su cui ricostruire un nuovo Stato, una nuova democrazia. Devono tornare a contaminare l’azione i comportamenti non solo della politica anche perché avere smarrito il significato si quei valori sono alla base della crisi attuale della Repubblica.

La Resistenza, infatti, è stata l’avvenimento più alto e straordinario dell’Italia moderna, perché in quegli uomini e quelle donne che diedero vita al movimento di Liberazione con programmi, ideologie aspirazioni e finalità , anche diverse, fu prevalente e comune la convinzione di costruire forme larghe di democrazia che si sostanziava in un’ampia partecipazione popolare.

Fu questa la vera risorsa che consentì al Paese di superare anche dure prove nella costruzione del nuovo Stato e nella difesa dell’ordine democratico da fenomeni eversivi e destabilizzamiti come la mafia, il terrorismo e le trame dei poteri occulti come la P2.

Certo ci sono voluti anni perché il valore di quell’esperienza diventasse patrimonio largo e diffuso, ma i grandi obiettivi a cominciare dalla Costituzione, alla crescita economica e civile sono stati raggiunti.

È tempo dunque che il 25 aprile torni ad essere la Festa della Democrazia, un’occasione anche per la sinistra perché quella data non sia il vessillo di un residuo di nostalgia e rancore ma il modo più efficace per ricostruire lo spirito nazionale.

Ecco perché un capitolo nuovo della storia d’Italia può essere aperto da un nuovo patto costituzionale che avvii una stagione di riforme a partire dai valori della Resistenza. Ma esiste questa volontà politica?

Questo 25 aprile è stato preceduto, nei giorni scorsi, dalla presentazione presso i Cantieri Culturali della Zisa di un Docufilm del regista Enzo Rizzo che ha rievocato la figura umana e politica di Pompeo Colajanni, il leggendario Comandante Barbato, dal nome di uno dei capi dei Fasci siciliani, il primo movimento organizzato per liberare i contadini siciliani dalla miseria e dalle ingiustizie.

Colajanni, al comando della brigata Garibaldi, liberò la città di Torino dall’occupazione nazi-fascista prima dell’arrivo delle truppe degli Alleati.

La Sicilia, com’è noto, non conobbe e non partecipò direttamente alla Resistenza, ma moltissimi furono siciliani che al nord si parteciparono a quel movimento svolgendo ruoli di primi piano e distinguendosi per impegno, sacrificio ed eroismo. Molti conobbero anche la terribile esperienza dei lager nazisti e molti non fecero ritorno.

Il film è molto bello e ha suscitato emozione e commozione, anche per la toccante testimonianza di Emanuele Macaluso, e non solo in coloro che hanno conosciuto e amato lo Zio Pompeo, come affettuosamente lo chiamavano i giovani comunisti di allora,

È stato un contributo prezioso per restituire alla memoria uno dei suoi figli migliori di cui tutti dovremmo essere orgogliosi. E nell’occasione di questo 25 aprile il Comune di Palermo dovrebbe onorare la sua figura, a parte il cippo al Giardino Inglese, con l’intitolazione di una piazza, un atto che sarebbe di esempio anche per gli altri Comuni siciliani.

Personalmente ebbi l’onere e l’onore di organizzare la celebrazione, come segretario del PCI palermitano, del suo ottantesimo compleanno, cui parteciparono, tra i tantissimi invitati, il senatore Ugo Pecchioli che da giovanissimo partigiano conobbe Pompeo a Torino e Renato Guttuso che gli fece omaggio di un bellissimo quadro in cui emergeva tutta la fierezza del suo volto.

In quell’occasione prese la parola il Senatore Giuseppe Alessi, il primo presidente della Regione siciliana, che conosceva Pompeo da ragazzino, dalle scuole elementari, in quanto coetanei e conterranei della stessa città, Caltanissetta.

Alessi raccontò che, a differenza di Pompeo che proveniva da famiglia benestante, lui era di famiglia poverissima al punto che per andare a scuola ed essendo privo di scarpe fu costretto a indossare quelle della sorella. Giunto a scuola fu oggetto di dileggio da parte dei compagni che giunsero, oltre alla derisione, all’insulto anche manesco, quando all’improvviso su quel crocicchio piombò un robusto giovane che, con maniere spicce e decise, mise a posto gli aggressori difendendo quel ragazzino e facendogli scudo con il suo corpo: era Pompeo Colajanni, e fu sempre questo lo scopo della sua vita, difendere i deboli e liberare uomini e popoli da ogni oppressione e da ogni ingiustizia.

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