Il “Banco delle due Sicilie”: quando il Sud era il motore ricco dell’Europa :ilSicilia.it

L'economia nella Sicilia nel meridione pre-unitari

Il “Banco delle due Sicilie”: quando il Sud era il motore ricco dell’Europa

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21 Ottobre 2018

Più o meno tutti, almeno una volta nella vita, a parte qualche rara eccezione, abbiamo cercato di far passare un’affermazione falsa come un’affermazione vera, in che modo? Molto spesso ripetendo quella falsità fino allo svenimento, un metodo talmente efficace, che alla fine anche noi stessi, crediamo, ideatori e autori della menzogna, che quest’ultima corrisponda alla verità.

È incredibile ma la nostra mente funziona così, pertanto la percezione che possiamo avere della realtà può variare molto in base a come essa viene raccontata. Ecco, similmente, questa tecnica comunicativa è stata utilizzata dalla propaganda e dalla retorica politica piemontese dopo l’unità d’Italia, facendo passare il messaggio che il Regno meridionale, oppresso dai Borbone, fosse una terra povera e arretrata e che il Settentrione si sarebbe impegnato per il suo sviluppo. Infatti non è casuale che oggi molti meridionali hanno perso, almeno in parte, la coscienza del proprio passato.

Il Regno delle Due Sicilie era lo Stato più ricco e all’avanguardia d’Italia e tra i più floridi in Europa. Uno degli indicatori di questa ricchezza ci proviene dal sistema bancario meridionale preunitario.

A Napoli nel 1539 fu fondato il “Monte di Pietà”, un istituto che aveva il compito di fornire prestiti a tasso zero a favore di coloro che si trovavano in una situazione di povertà, come garanzia si richiedeva un pegno. Dopo aver iniziato a svolgere attività bancaria e di deposito, nel 1584 l’istituto divenne un Banco. Così tra il ‘500 e il ‘600 a Napoli vennero fondati ben otto istituti bancari pubblici: il già citato “Banco di Pietà”(1539), il “Monte e Banco dei Poveri”(1563), il “Banco della Santissima Annunziata”(1587), il “Banco di Santa Maria del Popolo”(1589), il “Banco dello Spirito Santo”(1590), il “Banco di Sant’Eligio”(1592), il “Banco di San Giacomo e Vittoria”(1597) e il “Banco del Santissimo Salvatore”(1640), quest’ultimo, l’unico Banco a non essere legato ad istituti caritatevoli e assistenziali.

Siamo di fronte a un sistema bancario che pochi altri Stati dell’epoca potevano vantare. Alcuni importanti cambiamenti arrivano nel 1794, quando Ferdinando IV di Borbone istituisce il “Banco Nazionale di Napoli”, il quale aveva il compito di coordinare e controllare l’attività degli otto Banchi napoletani.

Nel 1806 il re Giuseppe Bonaparte rivoluzionerà l’assetto bancario del regno, infatti egli farà chiudere due Banchi, quello “del Popolo” e quello “del Salvatore”, inoltre creerà il “Banco dei Privati” che assorbirà i Banchi “della Pietà”, “dei Poveri”, di “Sant’Eligio” e dello “Spirito Santo”, infine il “Banco di San Giacomo” cambierà nome in “Banco di Corte”, con il compito di custodire e gestire il tesoro dello Stato.

Sarà invece il re Gioacchino Murat a mutare profondamente il sistema bancario meridionale attraverso la fondazione del “Banco delle Due Sicilie”, articolato in due rami, la “Cassa dei Privati” e la “Cassa di Corte”. Nel 1844 fu fondata la “Cassa di Corte” a Palermo e nel 1846 la “Cassa di Corte” a Messina, tre anni più tardi esse saranno fuse nel “Banco Regio dei Reali Domini al di là del Faro”. Ricordiamo che nel 1858 fu fondata la “Cassa di Corte” a Bari e nel 1860 la “Cassa di Corte” a Reggio Calabria e a Chieti. Insomma un apparato bancario veramente articolato e possente, a tal punto che nel 1860 il “Banco delle Due Sicilie” potrà vantare una ricchezza intorno ai 440 milioni di lire in monete d’oro, invece la ricchezza monetaria di tutti gli altri Stati italiani messi insieme non arrivava ad un valore di 230 milioni di lire, oltretutto una parte in cartamoneta.

Dopo il “sacco garibaldino”, quel poco che rimaneva del “Banco Regio dei Reali Domini al di là del Faro” fu confluito nel nuovo istituto “Banco di Sicilia”mentre il “Banco delle Due Sicilie” fu convertito in “Banco di Napoli” e venne amministrato da funzionari piemontesi, oltretutto avrà il compito, per 65 anni, di emettere moneta nel nuovo “Regno d’Italia”, fino a quando tale funzione sarà assunta nel 1926 dalla “Banca d’Italia”.

Quindi, già con lo sbarco di Garibaldi, il sistema bancario meridionale iniziò a subire danni irreparabili, per poi essere smembrato a partire dall’Unità d’Italia. Non è un caso se oggi il “Banco di Sicilia” è di proprietà di “Unicredit”, una banca milanese, e il “Banco di Napoli” di “Intesa-San Paolo”, un istituto di credito torinese.

Dal 1861 si assistette a un’enorme trasferimento di capitali dal meridione al settentrione e il processo fu anche incredibilmente veloce e spietato, infatti dopo qualche decennio dall’unificazione, di quel florido mondo bancario, costruito attraverso i secoli, non rimaneva che qualche traccia, gran parte ormai era stato sotterrato dalle macerie dell’opportunismo e della Storia e anche dal tentativo, in gran parte riuscito, di cancellare la memoria collettiva di quello che un tempo era uno dei sistemi bancari più ricchi d’Europa, quello del Regno delle Due Sicilie.

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