“Il Destino di una Goccia” :ilSicilia.it

Ho sempre pensato che davanti a tanto non fatto sarebbe bastata un “goccia”

“Il Destino di una Goccia”

di
18 Dicembre 2020

Carissimi

“Se lei non mi fa parlare……. Io l’ho fatta parlare!”

“Per essere è bella, ma chi la fatta questa cosa? Certamente il sindaco di prima.”

Lo so va di male in peggio e come direbbe il poeta “tira a campare, non cambierà!”

Sono stato da sempre un “medico” che ho deciso di rimanere a fare il “missionario tra la mia gente” e che il migliore dei complimenti che ho ricevuto è stato: “ma uno come te che ci stai a fare ancora qua?

Che ci sto a fare qua? Ci sono nato e vorrei esser da sempre determinante per la mia terra, la mia gente. Ho studiato non perché mi interessasse mettere un titolo davanti al mio nome, per essere importante, testimonianza ne è che per scrivere neanche lo uso il titolo, a lavoro neanche lo uso il titolo e chi mi vuole fare prio mi chiama “architetto”, al limite “dottore”. Quel titolo che mi porto dentro di me ancor prima di averlo acquisito, me lo porto fin da bambino quando non avevo dubbi sui miei sogni.

Sono rimasto qua come colui che giunge davanti un cumulo di macerie e dice: “io ho le spalle forti, se vi serve il mio aiuto, al limite vi posso aiutare anche a spostare i calcinacci e le pietre per sgomberare e vedere se per caso qualcuno è rimasto lì sotto”.

No, questo è il meridione, questa è Palermo, qui non funziona così.

Qui chi sa non fa, chi non sa ha tutte le scuse per non volere fare, chi non sa fare, chi non ha neanche voglia di insegnare è il soggetto “utile per coordinare” e per essere preso a rappresentare la sua figurina nell’album degli uomini per bene per una stagione, prima di ritornare nell’oblio, tanto l’importante è “tirare a campare”.

Ho sempre pensato che davanti a tanto non fatto sarebbe bastata un “goccia”, una “goccia ciascuno” per ricostruire questo laghetto nel quale tutti ci saremmo potuti specchiare, abbeverare e beare.

Ne è valsa la pena? Ora che anche lì i capelli bianchi si fanno notare, anche i chili frutto di dolori e dispiaceri non di deschi luculliani, prendono il posto di quel giovane sognatore che fu, la domanda di chi mi vuole ancora bene e sempre questa: Ne è valsa la pena?

Lo chiedo io a voi, con cui ho condiviso la gioia della vostra attesa, ho partecipato a tutti i compleanni e le tappe di rito dei vostri figli, fin quando gli avete messo la valigia nelle mani e li avete accompagnati a quel treno, a quell’aereo e gli avete, “se ti vuoi realizzare, non ritornare se non per le feste di Natale”. Ne è valsa la pena?

Che ne sapete qui al sole 300 giorni su 365 cosa significare la mattina spannare i vetri delle finestre e non vedere altro che nebbia o la neve d’inverno nella migliore delle giornate, voi che gli avete creato il sole dentro a questi ragazzi.

Non sono più ragazzo, ma quando mi metto la cravatta e la giacca di “ordinanza” per hi ha un ruolo e deve fare rispettare ed insegnare ad amare un ruolo, ed incontro i giovani colleghi, i ragazzi, coloro che oggi sono quello che io sono stato, mi si riempie il cuore che certo non è più quello che affrontava le grandi imprese, ma si difende, sento tanto calore dentro che mi viene dall’empatia di tanti giovani cuori che mi vorrebbero dire grazie, per il mio modo di pormi, per il mio continuare a regalare sogni e a non narrare il nulla.

E allora, ne è valsa la pena? Non mi rimangono che sette anni professionali di davanti, quasi venticinque me li hanno rubati coloro che hanno fatto di tutto per convincermi che il punto di equilibrio stabile era quello posto in basso, ma per fortuna chi conosce la mia materia sa che esistono anche i punti di equilibrio instabile e sono questi che vanno cercati ed inseguiti perché è attraverso questi punti, posti in alto che si costruisce il sogno.

Ecco questa città, questa regione, questa terra ha smesso di sognare poiché chi si è impossessato dei vertici di qualunque attività sia essa politica che amministrativa, economica o artistica è giunto li sopra appagato, convinto che il giungere li sopra era la meta e non il da farsi una volta giunto li e non vi nascondo che qualche volta in questa logica mediocre ci sono cascato anche io in passato, perdendo la voglia di lottare, perché ero stato “avvertito” di restare tranquillo e in silenzio perché avrei potuto perdere “tutto” o quello che mi veniva “spacciato per il tutto”, semplici olografie di cose trasmesse e vissute in remoto che ho finito per perdere.

Vedete, ne è valsa la pena per quella goccia che ho dato ogni volta che ho messo la cravatta, per quella goccia che continuo a dare anche quando mi si dice e mi si fa capire che la mia goccia non serve ed è di fastidio, perché è tutto scritto e bisogna tirare a campare.

Allora quando saremo in molti a comprenderlo, le vostre gocce più la mia faranno si che non perderemo più tempo a dividerci se è più bello l’albero del borgomastro o la fontana del presidente e i vostri figli torneranno per fare bella questa terra, anzi non partiranno più e lavoreranno qui perché le nostre scuole, le nostre università la nostra mentalità sarà migliore e ci saremo liberati della mediocrità e dei mediocri. Non so se è ancora il tempo delle “belle favole”.

Se non dovessimo avere l’opportunità, covid a prescindere, BUON NATALE a Voi e ai Vostri Cari.

Un abbraccio Epruno.

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