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Il gioco può essere il pass di noi psicologi per accedere al mondo interno dei bambini

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2 Novembre 2018

Le emozioni e la spontaneità nell’intervento clinico

Si pensa che uno psicologo debba essere distaccato emotivamente nell’ascoltare le storie dei pazienti e nel rapporto che crea con essi. Per certi versi è vero, per altri, occorre essere flessibili e riuscire a capire quando è il caso di andare oltre i parametri scientifici, uscire fuori dagli schemi appresi e usare, semplicemente, il cuore. L’esperienza che il paziente fa con noi è fondamentale per il suo sviluppo psicologico ed è chiaro che, per entrare in sintonia con lui, non bastano i test e i questionari. Le emozioni rappresentano un aspetto determinante dell’agire clinico sia sugli adulti che sui bambini. Il lavoro sui minori richiede non solo un maggiore sforzo cognitivo ma anche la capacità di giocare con loro.

Quando seguo i bambini –e, quindi, in parallelo, necessariamente, anche i genitori, i nonni e gli insegnanti- metto in moto: la mia immaginazione e la capacità di collegarmi col loro mondo interiore, con i loro desideri, con le loro paure e con i loro script, copioni comportamentali, modelli operativi interni acquisiti. Il bambino non ha ancora la capacità o l’evoluzione mentale necessaria per capire molte cose che riguardano gli adulti, per comprendere cosa accade dentro di sé. Per tal ragione, sono utilissime le tecniche proiettive e il gioco. Nel disegno, infatti, traspongono ovvero esprimono ciò che hanno interiormente e che sentono. Il disegno, in questo senso, non è solo espressione dei propri stati interni ma anche un mezzo che noi psicologi possiamo usare per venirne a conoscenza e provvedere.

Oltre agli strumenti e al setting appropriati (per esempio, una stanza abbastanza grande, accogliente, colorata e arredata per svolgere le varie attività ludico-creative), è necessario creare un clima favorevole: come? Se ci si presenta al bambino con un camice bianco o un abbigliamento sobrio, se non si è profumati di pulito, se si ha un atteggiamento burbero e autoritario, una voce stridula, uno sguardo duro, la tendenza ad assegnare dei compiti senza parteciparvi, i bambini si spaventano, particolarmente, se vengono da noi come periziandi -quindi, per portare alla luce una determinata verità e per il loro bene!-.

I bambini sono esteti, amano i colori e giocare. Se si vuole che loro si lascino andare e ci dicano “tutta la verità”, nonostante i divietia loro imposti (i genitori possono credere di fare il loro bene intimandoli su cosa devono o non devono dire o fare in presenza di consulenti del Tribunale), bisogna presentarsi in un certo modo ed essere pronti ad andare fuori dagli schemi. Perché se non lo riusciamo a fare neanche noi questo salto umano, figuriamoci se possiamo incoraggiare i bambini a rompere le barriere che si sono convinti siano giuste.

L’approccio con i bambini deve protendere, dunque, a creare spontaneità ed emozioni. Uno dei metodi che io utilizzo con loro o con chi ha un’età mentale che non coincide con quella anagrafica, è proprio fare tutto quello che di solito non è mia consuetudine: metto a disposizione acrilici, pennelli, colle e altri materiali di cartoleria e creiamo bellissime e particolari magliette (come nella foto) che, credo, avrebbero un grande successo nel campo della moda (chiedo il rispetto del copyright per l’idea), sporchiamo le pareti, i pavimenti, tutto, proprio come piace ai piccoli. Dopo di che, svolgere compiti complicati o toccare corde di violino, turbare per un attimo quel magnifico spicchio di sole sul loro visetto, tirar fuori la verità, sarà molto più facile e, quasi, matematico. Se non emerge tutto, non abbiate fretta, piano piano i bambini si aprono. Lo facciamo anche noi adulti, per quanto sappiamo che non dovremmo farlo ma, se una persona ci sta vicino, ci frequenta, ci dona il cuore e sa aspettare, alla fine, ci apriamo.

Il gioco e la gioia che provoca in loro li incoraggia a ripetere l’esperienza ed è il nostro pass per accedere al loro inconscio. Ed è un modo, assolutamente soddisfacente anche per noi adulti, d’incidere sulla loro realtà, modificandola, oltre che d’imporre la nostra presenza, perché di noi devono fidarsi.

Come è possibile che un bambino perda la sua spontaneità e riesca a essere rigidamente legato a determinati copioni acquisiti? L’influenza dell’ambiente di riferimento è determinante in questo senso. Il timore di sbagliare e di fare arrabbiare o deludere un genitore li rende disciplinati e conformisti. Finiscono con lo sposare un pensiero “convergente”, approvato dal padre, dalla madre, dai nonni, proposto dai care givers, condiviso dalla maggioranza degli adulti di riferimento, quelli più significativi e presenti. Per un bambino è difficile distinguere il vero dal falso, l’opinione personale da un fatto obiettivo, loro si affidano a noi adulti e basta. Le loro lacrime contenute, la loro frustrazione, quando vorrebbero confessarci qualcos ama sono combattuti per colpa degli adulti che li subissano di profferte eccessive, inadeguate ed egotiste, personalmente, mi fanno stringere il cuore e i polmoni. La ritengo un’ingiustizia agita da esseri adulti ma immaturi e superficiali e quello che posso fare è solo scrivere e tentare di diviluppare le matasse cliniche che mi si presentano, con ogni arma possibile, mettendoci qualcosa di me, della mia visione del mondo e della mia esperienza (Anna Oliverio Ferraris).

Grazie della lettura e del sostegno, Liberi Nobili, grazie al mio Direttore per lo spazio che mi offre, arrivederci al prossimo articolo su IlSicilia.it, spero sempre più entusiasmante e arricchente!

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