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Il legame con le tradizioni

30 Agosto 2019

Carissimi,

ho già scritto in passato di Ignazio tornato nella sua terra dall’emigrazione per venire a ricoprire un posto da custode-portiere di uno stabile con tutte le garanzie sindacali. Ebbene quando il taxi lo lasciò davanti il suo nuovo domicilio lui era vestito ancora con i costumi tradizionali bavaresi, un pantaloncino e calzettoni di lana spessi, le bretelle sulla camicia quadrettata e soprattutto quel cappello verde con le piume.

Era la fine degli anni 70 ma ricordo che in strada tutti si fermarono a guardarlo e lui si diede una orgogliosa area teutonica acquisita con anni di mortificazione e sacrifichi che qui non sarebbe servita più a nulla. Anche il vecchio Cav. Saputo sedutosi a riposare qualche minuto nella bottega del fruttivendolo, sollevando il volto dai pugni congiunti che tenevano fisso il bastone, disse: “Ma che arrivò carnavele? Ma chistu a cu appartieni?”

Provate a chiedere agli inglesi il motivo per cui la Regina quando va nella camera dei Lords, seduti con i loro vestiti tradizionali, manda un messaggero anch’egli in costume d’epoca a chiamare i “Commons” (i Parlamentari della camera dei comuni tra i quali i ministri e il primo ministro) e costoro dietro lo “Speaker” in silenzio la raggiungono rimanendo costipati in piedi in fondo alla sala ad ascoltare il discorso di “Sua Graziosa Maestà”.
Provate ad andare in chiesa il giorno di festa tra i Ladini delle Dolomiti e verrete catapultati in una atmosfera che si ripete la stessa da secoli apprezzabile dai variopinti costumi e l’esaltazione di una comunità montanara.

Anche noi, senza necessariamente andare nelle comunità arbëreshë, il giorno di festa mettevamo il vestito migliore nel rispetto della nostra tradizione.
Provate a chiedere agli inglesi se non si sentono ridicoli nel perpetrare le loro tradizioni, provate a chiedere ad un qualunque popolo moderno del nord se sia ridicolo conservare i propri costumi e le tradizioni tramandate per generazioni.

L’orgoglio di popoli e di comunità rimaste intatte e circoscritte, attraverso il perpetrarsi della tradizione non è mai stato ostacolo insormontabile per l’accettazione di tutti gli strumenti della modernità, la prorompente “frau” in grado di portarvi dieci birre al tavolo in contemporanea, vestita tradizionalmente, con il suo borsellino al fianco con il quale incassa e dà il resto, oggi porta con se anche un computer palmare con il quale manda gli ordini direttamente in cucina.
Volevamo fare una Europa unica e nei nostri sogni c’era l’opportunità di dover abolire le frontiere così come è stato. Volevamo fare una Europa che avesse un’unica moneta evitando quelle fastidiose e costose operazioni di cambio e con qualche difficoltà ed eccezione ci siamo riusciti.
Sognavamo un unico popolo, ma questo purtroppo era e rimarrà un sogno in quanto non si potranno mai uniformare le storie, i costumi e le tradizioni poiché ciò che ad una latitudine può risultare ridicolo in un’altra ha una profonda radice culturale. Far convivere le diverse culture e le diverse sensibilità sarà una delle sfide della nuova Europa che necessariamente andrà ridisegnata senza farsi traviare da sovranismi estremi, ma condividendo il meglio che ogni partner può apportare.

Personalmente sono stato molto scettico sulla frettolosa apertura verso l’Est a pochi anni dalla caduta del muro, ma sono certo che se si andrà avanti non rimanendo imbrigliati in una eccessiva attività normativa, sulla misura del tutto e non si rimarrà schiavi dei mercati e dell’idea che il rigore economico possa soppiantare concetti quali dignità e qualità della vita, l’Unione Europea nella sua eterogeneità rimarrà sempre non solo un reale presente ma una meravigliosa prospettiva futura a garanzia della pace tra i popoli.

Non saranno le migrazioni a mettere in crisi il sistema se solo si vorrà iniziare una seria e comune politica estera comunitaria nei confronti di tutte quelle aree geografiche focolai di conflitti.

Spogliatasi di retaggi coloniali ancora presenti in alcune nazioni dell’Unione, si potrà ancora guardare a quelle aree geografiche come ad opportunità di lavoro nello “sfruttamento sano” e principalmente a vantaggio delle popolazioni locali delle risorse. Non possiamo dimenticare che le classi dirigenti di quello che fu il terzo mondo, studiano e si sono formate nelle nostre prestigiose università e i più verrà il giorno (e non è molto lontano) in cui la ricerca e lo sfruttamento energetico di fonti alternative potrà mettere in crisi il concetto di “preziosità e dipendenza” dal petrolio.

Un abbraccio, Epruno.

 

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