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Il mercante ebreo che dopo un naufragio si stabilì nella Palermo di Re Ruggero

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20 Novembre 2018

Quando si studia la storia, molte volte si ha la sensazione che civiltà differenti non dialoghino tra loro ma che siano separate da una barriera, come se rimanessero chiuse in se stesse. Oppure spesso, si pensa, erroneamente, che i popoli non assorbano o non subiscano l’influenza di culture differenti con cui entrano in contatto.

Gli scambi e i traffici commerciali tra differenti civiltà, anche molto lontane tra loro, già in epoca antica, è un dato ormai ben attestato nel mondo accademico: per esempio oggi si ha la consapevolezza che l’Impero Romano commerciava con l’India e incredibilmente anche con la Cina. Per non parlare dell’epoca medievale, sempre dipinta dalla storiografia tradizionale come un’epoca di chiusura commerciale e culturale, quando invece le più recenti ricerche hanno dimostrato l’esistenza di un mondo medievale molto più dinamico di quello che si possa pensare; addirittura attualmente ci s’interroga se abbia senso parlare di una “Storia globale del Medioevo”.

Naturalmente anche il mondo mediterraneo è stato attraversato da un’intensa attività di scambi, anzi si può dire che la storia del Mediterraneo è una storia di popoli e civiltà che s’incontrano e si mescolano in continuazione tra loro. Ovviamente la Sicilia ha avuto un ruolo di primo piano in questa storia e a tal proposito è interessante ricordare la vicenda di un mercante ebreo, stabilitosi nella Palermo normanna di re Ruggero, di cui conosciamo le peripezie attraverso una lettera scritta dallo stesso mercante (risalente al 1140 circa) e indirizzata al fratello. La missiva fu lettera ritrovata ad inizio Novecento in un deposito, chiamato dagli Ebrei “Genizah”, all’interno della sinagoga de Il Cairo. Ricordiamo che le Genizah erano depositi ubicati all’interno delle sinagoghe, nei quali venivano conservati tutti quegli scritti in cui compariva il nome di Dio, per cui sono state ritrovate testimonianze di ogni genere: libri di conto, inventari, testamenti, lettere private che hanno permesso di ricostruire l’articolata e intrecciata comunità ebraica del Mediterraneo medievale.

Il nostro mercante si trovava in Tunisia e avrebbe dovuto fare scalo in Sicilia per raggiungere l’Egitto, dato che il collegamento terrestre tra i due paesi (ci troviamo intorno alla metà del XII secolo) non era più percorribile a causa della guerra scoppiata tra le due dinastie musulmane degli Almohadi e dei Fatimidi, per cui il viaggio via mare sarebbe stato più sicuro, almeno in teoria.

Infatti il nostro mercante partito dalla Tunisia per raggiungere la Sicilia, venendo investito da una tempesta, fu costretto a naufragare su un’isola non ben identificata, è possibile che si tratti di Lampedusa. Qui rimarrà per venti giorni, soffrendo la fame insieme al suo equipaggio. Delle quattro navi iniziali di cui si componeva la sua flotta, soltanto una riuscirà a raggiungere le coste siciliane dopo altri trentacinque giorni di sofferenze patite in mare. La Sicilia dell’epoca è quella di Ruggero II, da poco strappata agli Arabi, una terra quindi ancora fortemente islamizzata, anche se ufficialmente cristiana, dove ad essere cattolici erano soprattutto i gruppi dirigenti normanni.

Il nostro mercante alla fine deciderà di trasferirsi e stabilirsi a Palermo, non dirigendosi più in Egitto, in quanto ancora troppo provato dal naufragio. È bene notare che probabilmente si doveva trattare di un mercante benestante, infatti anche se all’epoca le navi erano di piccole dimensioni, egli trasportava spezie, queste erano vendute a prezzi elevatissimi in Occidente, quindi quattro navi cariche di spezie costituivano un carico enorme. Nella lettera, il nostro mercante, invocando Dio (motivo per cui essa fu conservata nella Genizah), invitava il fratello a raggiungerlo a Palermo, città nella quale, così scrive il nostro protagonista, si possono mescolare bene affari e piaceri e dove “le spezie d’Oriente si vendono molto bene”. In sostanza il mercante naufragato propose al fratello di unirsi a lui e avviare insieme un’attività economica, un’azienda commerciale nella città siciliana, fiutando le possibilità e le potenzialità di un mercato fiorente come quello palermitano.

Questa vicenda è un’incredibile testimonianza di come la città di Palermo, già intorno alla metà del XII secolo, fosse una capitale mediterranea di primo piano, dove i commerci e gli scambi erano floridi e numerosi, dove l’economia girava e i mercanti si arricchivano. Una città attrattiva e aperta a varie culture, tradizioni e religioni, una città dove lavoravano e vivevano insieme Cattolici, Ebrei, Musulmani e Ortodossi: una città mediterranea e cosmopolita.

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