Il potere della lingua, la democrazia e il becero estremismo del “Politically Correct” | ilSicilia.it :ilSicilia.it

Il potere della lingua, la democrazia e il becero estremismo del “Politically Correct”

di
1 Gennaio 2022

È un terreno impervio e pieno di sabbie mobili quello nel quale con questo articolo mi sto avventurando. Ne sono perfettamente consapevole, e immagino che lo sia anche il lettore curioso di leggere su questo tema, fondamentale per la “Cultura Occidentale” e fulcro vitale della cosiddetta “Democrazia Occidentale”!

Lo so che ho scritto due volte “Occidentale” e che questo ha generato una fastidiosa cacofonia nel lettore.

L’ho fatto non tanto per lo sperato risultato del repetita iuvant, quando invece perché non credo nella insindacabile supremazia di una Cultura su tutte le altre del pianeta, come invece, dal dopo guerra ad oggi, noi Occidentali abbiamo imparato dai nostri governanti, dal nostro sistema di istruzione, e da parte dei cosiddetti intellettuali nostrani (Occidentali).

Ma questa, pur essendo per questo articolo una piccola e necessaria premessa, è un’altra storia che magari tratteremo in un altro scritto!

Ma detto questo, per andare avanti nella lettura, è necessario inquadrare il contesto e la motivazione che mi hanno spinto a scrivere queste righe.

Il contesto è quello originato dal sempre più insopportabile, ideologico e becero “Politically Correct” che giorno dopo giorno, passo dopo passo, sassolino dopo sassolino, granello di sabbia dopo granello di sabbia, sta cercando in tutti i modi di abbattere ad uno ad uno tutti i riferimenti culturali, etici, morali, estetici e storici della nostra cultura, quella Occidentale appunto, altrimenti definibile come cultura “Giudaico-Cristiana”. Questo perseverare dispotico e prepotente, che tenta di giustificare le loro idiozie con il necessario e democratico rispetto per “il diverso”, per le “minoranze”, per chi non si riconosce in etichette preconfezionate e cose di questo tipo, ha alla base una intollerabile disonestà intellettuale se portate all’estremismo “talebano” del quale siamo testimoni in questi giorni.

Il varcare la soglia del “tollerabile” e vestire l’ipocrita maschera di “chi la sa più lunga di tutti” ed “ha sempre ragione”, ha recentemente (e finalmente!) portato diversi intellettuali onesti e privi di pregiudizi di qualsivoglia genere (almeno culturali, etici e morali) ad attaccare frontalmente lo sparuto Clan del Politically Correct.

Alcuni attacchi sono delle divertenti rappresentazioni che giocano abilmente con l’ironia e la satira, altre sono severissime critiche da parte di letterati, intellettuali, cultori della lingua e della storia occidentale che non possono certo essere accusati con epiteti che questi “figuri” sono soliti appioppare a chi non la pensa come loro e verso i quali non hanno argomenti per contrastare posizioni alternative e ragionevoli!

E allora passiamo a rappresentare questo “contesto” nel quale cercheremo di muoverci cautamente, con un primo contributo che è quello del recente cortometraggio realizzato dai notissimi “Le Coliche”, un progetto editoriale di due straordinari autori e attori romani, Claudio e Fabrizio Colica, coadiuvati dal regista Giacomo Spaconi. Ebbene, con il loro cortometraggio – che trovate a seguire – rappresentano con efficace maestria il tema del quale tratteremo nelle righe a seguire. Eccolo:

“Un Natale politicamente corretto”:

ttps://fb.watch/9QuTF3xFvC/

Le Coliche_Claudio e Fabrizio Colica e Giacomo Spaconi

L’altro segmento che utilizzo per rappresentare il “contesto” nel quale ci muoviamo è il tentativo di questo manipolo di estremisti del “Politically Correct” di costringere obtorto collo la lingua italiana, parlata e scritta, all’utilizzo dello “schwa”, ovvero dell’“asterisco”, per non offendere tutti coloro che non si riconoscono nel “ genere maschile” e nel “genere femminile”.

Su questo punto rispondiamo utilizzando e commentando alcuni saggi e articoli di Gustavo Zagrebelsky, Paolo D’Achille e Anna M. Thornton. Tre grandi personalità di riconosciuta competenza nelle rispettive discipline e di imparzialità culturale che i nostri “estremisti”, il Clan del Politically Correct, non potranno certo attaccare con i soliti epiteti riservati a tutti coloro che non la pensano come loro, ovvero, che osano opporsi alla loro ideologia con ragionamenti basati sulla conoscenza e sulla cultura.

Detto questo passiamo ai 3 punti trattati in questo articolo che riportiamo in ordine nell’indice a seguire.

Buona lettura!

____________________________________________________________________________________________

INDICE DEI TEMI TRATTATI E APPROFONDIMENTI:

1) La lingua, il potere, la democrazia: quali sono le correlazioni e le distorsioni del “potere della parola”? Piccole riflessioni a partire dalla prospettiva di Gustavo Zagrebelsky “Sulla lingua del tempo presente”.

2) Un asterisco sul genere | di Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

3) I perché dell’italiano. Perché “fratelli” è usato sia come plurale di “fratello” che di “fratello” e “sorella” insieme? Perché “uomo” significa sia “individuo di sesso maschile” che “essere vivente appartenente al genere umano”? | di Anna M. Thornton (Treccani Magazine)

____________________________________________________________________________________________

1)

La lingua, il potere, la democrazia: quali sono le correlazioni e le distorsioni del “potere della parola”? Piccole riflessioni a partire dalla prospettiva di Gustavo Zagrebelsky in “Sulla lingua del tempo presente”.

Gustavo Zagrebelsky

Il saggio di Zagrebelsky, “Sulla lingua del tempo presente”, viene pubblicato da Einaudi nel 2010. Leggerlo oltre dieci anni dopo la sua stesura e pubblicazione, ci apre una visione della lingua nostrae aetatis disvelatrice del modus operandi sistematico che il “potere politico” e il “potere economico” mettono in atto utilizzando la lingua per accrescere e consolidare l’esercizio della persuasione, e per trasformare i cittadini in adepti-follower omogeneizzati, passivi e acritici rispetto a quelle che sono le questioni e le scelte vitali di una società civile finalizzate ad una sana convivenza “democratica”, rispettosa delle differenze e della peculiare natura delle singole persone che vivono una comunità, un determinato contesto (città, regione, stato) sociale. Quello che viene descritto da Zagrebelsky nel 2010, possiamo osservarlo ancora oggi, nel 2021-2022, in un momento di grandi cambiamenti sociali e culturali che stanno investendo la maggior parte dei paesi Occidentali e l’Italia in particolare.

Le virgolette sul termine “democrazia” sono necessarie – all’interno di questo articolo – proprio perché oggi, nel Ventunesimo secolo, parlare di democrazia, di reale “democrazia compiuta” (?), lo si può fare solo se si conosce davvero l’accezione che oggi ha assunto questo termine-concetto, la sua reale applicazione, la valenza sociale, la condivisione di un significato che non sempre – anzi raramente! – è uguale per tutti coloro che lo utilizzano: ogni parte – politica, culturale, ideologica, religiosa – utilizza questa parola con accezioni diverse, talvolta sintoniche talaltra diacroniche, confondendo e rendendo colpevolmente sterile l’originaria e vera matrice del nostro significante. È evidente, da quello che quotidianamente tutti noi assistiamo sui social, nelle TV, leggendo i giornali, come la stragrande maggioranza di coloro che utilizzano il termine “democrazia”, con sorprendente nonchalance e apparente naturalezza, ignorano cosa significhi realmente, qual è stata l’origine della democrazia a partire dal 6° secolo a.C., e come e dove fu esercitata da allora lasciandola in eredità culturale, con le sue imprevedibili mutazioni, alle generazioni a venire fino a giungere a quella attuale.

Per chi dei lettori (non giuristi) fosse interessato ad approfondire la conoscenza della genesi, la storia e lo sviluppo nei secoli della democrazia occidentale, consigliamo, per iniziare, la lettura della voce “democrazia” della Treccani. Poi è ovviamente necessario continuare con lo studio di tutti gli approfondimenti (decine di saggi e di autori) che lo stesso Treccani cita e consiglia ai suoi lettori all’interno della voce “democrazia”, a partire dal “Politico” di Platone (dialogo sulla politica a seguito del suo viaggio in Sicilia tra il 366-365 a.C.) fino a giungere ai più importanti giuristi ed intellettuali italici del Novecento quali Costantino Mortati (“La costituzione in senso materiale”, 1940), Vezio Crisafulli (“La Costituzione e le sue disposizioni di principio”, 1952; “La sovranità popolare”, 1954); e Carlo Esposito (“La rappresentanza istituzionale”, 1940; “La costituzione italiana”, 1954). Un ulteriore e importante supporto conoscitivo lo può certamente dare il nostro contemporaneo Gustavo Zagrebelsky con i suoi scritti e in particolare coi piccoli ma interessanti saggi, facilmente comprensibili anche ai non giuristi e ai non addetti ai lavori, riportati nella bibliografia di questo articolo.

Ma torniamo a “Sulla lingua del tempo presente”!

«L’argomento di questo libro è la lingua del presente – lingua nostrae aetatis – momento sociale e politico (2010 è l’anno in cui fu pubblicato il saggio di Zagrebelsky). La lingua è la manifestazione autentica, non solo l’espressione artificiale di ciò che è colui che parla. Attraverso l’ascolto della sua lingua si può cercare di percepire qualcosa dell’essere che la usa, e che usa quella e non altra lingua. «Il linguaggio come “casa dell’essere”», secondo uno degli oscuri e, al tempo stesso, provocanti motti di Martin Heidegger (“In cammino verso il linguaggio”, Mursia, Milano, 2007): il linguaggio che al tempo stesso introduce gli uni agli altri e separa gli esseri parlanti. Per questo, lo studio della lingua di una certa fase storica è il passaggio inevitabile per la consapevolezza dell’ambiente umano in cui viviamo.» (p. 3). Questo scrive Zagrebelsky nelle prime pagine del suo libro. Volendo sintetizzare le parole di Zagrebelsky, la lingua e l’uso che ne fa il singolo cittadino, rende chiara e trasparente la sua identità sociale e culturale, prima ancora che politica e ideologica. La lingua e il suo uso diventano di fatto gli unici strumenti che possiede l’uomo per avvicinarsi o separarsi da altri uomini, per sentirsi parte identitaria di un gruppo o per differenziarsi da quel gruppo di persone. Da questa prospettiva si comprende bene come la lingua diventi uno strumento formidabile – se la si usa con la distorta finalità di chi detiene il potere – di controllo delle masse, e quindi di rafforzare il potere politico ed economico di chi lo esercita in quel particolare momento storico. «Quello che importa – continua Zagrebelsky – è che effettivamente noi non solo pensiamo in una lingua ma la lingua «pensa con noi» o, per essere ancora più espliciti, «per noi». Nelle dittature ideologiche, la lingua è un formidabile strumento di propaganda e, con riguardo a tale uso, è stata studiata. Lo stesso Klemperer ha seguito la vita della lingua del regime hitleriano, dalla presa del potere alla caduta, nei Diari 1933-1945 (“Testimoniare fino all’ultimo”, Mondadori, Milano, 2000) e ha riassunto le sue analisi nel libro sulla LTI (Lingua Tertii Imperii – “Lingua del Terzo Reich”)» (pp. 4-5). Utilizzare, per esempio, alcune parole ripetutamente ed ossessivamente, ripetendole migliaia di volte, attribuendo una accezione di parte e ideologica, consente di influenzare notevolmente il pensiero di chi soccombe al (neo)significato che il potere deliberatamente vuole attribuire a determinate parole per fini propri e di convincimento del popolo stesso. Joseph Goebbels (potentissimo ministro della propaganda del Terzo Reich) fu il maestro e l’inventore di questa “strategia” persuasiva del popolo attraverso l’uso ossessivo e ripetitivo di determinate parole e frasi: «Ripetere una cosa qualsiasi cento, mille, un milione di volte e diventerà verità». E da questo punto di vista oggi siamo testimoni di come alcune parole vengano utilizzate con una poderosa ed ossessiva coazione a ripetere. A seguire ne analizzeremo alcune per fare qualche esempio contemporaneo. I “significati” che vengono con forza attribuiti a determinate parole, che Zagrebelsky definisce “prestazioni della lingua”, inevitabilmente condizionano il popolo – il suo pensiero, la sua analisi, le azioni (che perdono il “potere” del “libero arbitrio”) – e di conseguenza le sue scelte. «C’è però una non trascurabile differenza, a seconda che queste prestazioni della lingua siano gestite centralmente e con autorità da una qualche burocrazia linguistica, visibile o invisibile, oppure, al contrario, siano lasciate allo sviluppo diffuso e spontaneo dell’uso che quotidianamente ne viene fatto. La lingua, nel primo caso, può essere dotazione del potere, che se ne avvale per rendere omogenee le coscienze e governarle massificandole; nel secondo, può essere strumento di coscienze che elaborano forme comunicative di resistenza all’omologazione.» (p. 7).

In quale delle due condizioni ci troviamo oggi in Italia?

Per il 2010 la posizione che descrive Zagrebelsky è molto chiara. Lasciamo al lettore di queste pagine la libertà di scoprirla leggendo il saggio del nostro autore.

Oggi, nel 2021-2022, dal punto di vista linguistico, che tipo di utilizzo fa il popolo della lingua e quali le perverse deviazioni che utilizza il potere in carica?

Per dare uno stimolo di riflessione al lettore (certamente non daremo – né siamo in grado di farlo! – nessuna soluzione esaustiva per comprendere il fenomeno attuale) utilizzeremo la seconda parte del saggio di Zagrebelsky dove vengono analizzate una serie di parole in uso in quel periodo storico (2010), e dove vengono sottolineate le distorsioni e, per certi versi, le perversioni politiche finalizzate all’interesse di parte e non certamente all’interesse del paese o del popolo che lo abita. Le dinamiche linguistiche descritte da Zagrebelsky nell’analisi che fa di alcune parole in uso allora le ritroviamo incredibilmente attuali e contemporanee nell’era della politica dei social italiana. Una tra tutte la parola “amore” della quale, ripercorrendola dal nostro saggio, tentiamo di fare un’analisi oggettiva e distaccata dell’uso che se ne fece allora e che se ne fa tutt’oggi in politica. Per fare questo, iniziamo dai fatti decritti e analizzati da Zagrebelsky che parte dal Kèrygma («Termine che, nel Nuovo Testamento, indica l’annuncio della fede ai non credenti, e quindi la proclamazione della salvezza come inizio del regno di Dio, che si realizza attraverso la parola del Cristo» cfr. Treccani), ovvero, “la discesa in campo” di un notissimo imprenditore milanese che il 26 gennaio 1994 a reti unificate nella sue TV commerciali, annunciò che sarebbe “sceso in campo” per “salvare il paese” dagli incapaci, dai corrotti, dai parassiti prestati alla politica. Uno dei passaggi chiave e più interessanti del suo discorso fu «una frasetta che sembrava buttata lì: “l’Italia è il Paese che io amo”. Così anche l’amore faceva la sua discesa nel linguaggio della politica.» (p. 21). Questa frase ebbe trasversalmente un effetto potentissimo tra gli italiani che videro la TV quella sera. Un effetto tanto potente che il neo Partito Democratico pensò bene di adeguarsi a quel linguaggio, a quelle parole, in una sorta di parafrasi che diceva: «Noi, i democratici, amiamo l’Italia». Da un lato si assistette ad una geniale frase che attrasse prima la curiosità, poi l’interesse e infine la fiducia di milioni di italiani delusi dalla politica esercitata dal potere fino ad allora; dall’altra parte, la superficiale e per certi versi rocambolesca imitazione linguistica della parte avversaria, diede la netta sensazione di una formidabile «tronfia retorica» che effettivamente, più che avvicinare allontanò gli italiani dal partito di sinistra che aveva coniato quelle parole che nelle intenzioni dovevano demolire quelle avversarie. «Questo modo di usare la lingua viola una regola fondamentale che tutti dovrebbero osservare, massimamente in politica, il regno delle differenze: ciò che non potrebbe essere diverso non merita d’essere detto. Questa è l’etica alla quale dovrebbe ispirarsi il parlante che non vuole gettare parole al vento.» (p. 22). A questo punto è curioso e interessante analizzare l’uso e gli effetti che ebbero le stesse parole pronunciate dalle opposte parti politiche: «Le due dichiarazioni d’amore si equivalgono? No, non si equivalgono. La prima (“L’Italia è il paese che io amo”) è una dichiarazione sovrana che proviene da uno che ha già detto che, se avesse voluto, avrebbe potuto continuare una vita felice in sé e per sé. (…) L’Italia, così, diventa la prediletta che, in virtù di questa predilezione, dovrà ricambiare l’amore che tanto gratuitamente le è stato donato. La seconda dichiarazione (“Noi, i democratici, amiamo l’Italia”) è tutt’altra cosa. Non è un atto sovrano. È un atto sottano. (…) La dichiarazione d’amore, in questo caso, suona falsa perché è obbligata, l’amore obbligato cosa è? Può essere un’adulazione interessata. Anche la prima, naturalmente, lo è, ma si presenta in tutt’altro modo, come un dono d’amore, una dedizione gratuita, un atto commovente. Chi potrebbe resistere a cotanto amante, a un simile seduttore? Chi potrebbe, a sua volta, non riamarlo? Ma se non riama? Se l’amore non è corrisposto? Se non c’è corrispondenza a un amore così grande da comportare il sacrificio della propria bella vita, è perché qualcuno odia.» (pp. 23-24). Fu chiaro in quel tempo e a quel punto – volendo interpretare le parole di Zagrebelsky – che l’uso “distorto” e “opportunistico” della parola “amore”, innescò la genesi di una divisione ideologica tra “coloro che odiano” e “coloro che amano”: l’Italia, gli italiani, la patria, la cultura, le tradizioni, i beni culturali, l’arte, il cibo, la cucina, gli imprenditori, gli artigiani, i giovani, gli anziani, i poveri, … etc… etc…

L’esempio di Zagrebelsky, le dinamiche linguistiche e le differenti percezioni che abbiamo appena riportato sulla parola “amore” nell’uso di allora, possiamo certamente traslarle ad altre parole, ad altri concetti, ad altri significanti in uso oggi in modo ossessivo, quotidiano, ripetitivo e spesso decontestualizzato, che non possono che innescare processi linguistici ideologici divisori più che aggreganti. Quello che possiamo certamente dire è che oggi, in questi giorni e mesi del 2021-2022, assistiamo e ascoltiamo l’uso di parole che effettivamente hanno le stesse ricadute linguistiche e di “appartenenza” che ebbero nel 2010. Un uso che divide una parte politica dall’altra non per i contenuti e per le soluzioni politiche proposte, bensì per il “pericoloso” messaggio che di fatto racchiudono queste parole come le hanno volute le parti che le hanno utilizzate e che le stanno utilizzando. Per comprendere il ragionamento, riportiamo in ordine sparso solo alcune parole, alcuni esempi di uso distorto di questi ultimi anni e mesi, lasciando al lettore l’analisi delle “deviazioni di significato” che appaiono assai evidenti: salvare, diritti, difesa dei confini, difesa del popolo, sicurezza, democrazia, Europa, violenza, incapaci, incompetenti, traditori, manette, galera, odio, nazismo, fascismo, comunismo, xenofobia, violenza, bullismo, etc… etc…

Tutte queste dinamiche, in Italia, fanno il paio con un sub-strato culturale e umano che favorisce l’attecchirsi di scontri violenti e preoccupanti proprio sul linguaggio e sulla lingua. Se è vero come è vero quello che disse nel 2016 – e da allora le cose sono peggiorate e non certo migliorate, come dimostrano le recenti ricerche su questo tema dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) – il prof. Tullio De Mauro (1932) (uno dei più grandi linguisti italiani e già ministro della pubblica istruzione dal 2000 al 2001 nel governo Amato II ), che «Il 70% degli italiani non capisce quello che legge (…) 8 italiani su 10 hanno difficoltà a utilizzare quello che ricavano da un testo scritto, 7 su 10 hanno difficoltà abbastanza gravi nella comprensione, e 5 milioni di italiani hanno completa incapacità di lettura. Un nostro diplomato nella scuola media superiore ha più o meno lo stesso livello di competenza di un ragazzino di 13 anni che esce dalla scuola media: i 5 anni di scuola media superiore girano a vuoto e questo determina un bassissimo livello di quelli che entrano all’università. Il risultato è che i diplomati di scuola media superiore in molti paesi hanno livelli di competenza linguistica, matematica, di comprensione, di calcolo ben superiori a quelli dei nostri laureati. Abbiamo bisogno di un buon livello di istruzione per poter trovare le fonti buone per informarci e per utilizzare bene queste informazioni, per utilizzarle criticamente! Questo sarebbe indispensabile per tutti, per un buon esercizio del voto.» Ma se la stragrande maggioranza degli italiani, ben oltre il 70%, ha effettivamente queste difficoltà di comprensione, che tecnicamente vengono definite “analfabetismo funzionale”, ovvero, l’incapacità di passare dalla decifrazione della lettura alla comprensione di un testo anche semplice, allora si comprende bene come sia davvero difficile che queste stesse persone – il 70% dei cittadini del nostro paese, e tra questi un’alta percentuale di laureati e diplomati – possano esercitare un senso critico sulle proposte politiche che vengono fatte e quindi decidere consapevolmente su cosa sia meglio per il loro benessere, per quello della loro famiglia e della comunità di appartenenza. Il consenso politico per una parte piuttosto che per un’altra, e la capacità di creare e di manifestare una propria opinione che sia aderente e rispondente alla realtà dei fatti che si vive quotidianamente, ai propri reali bisogni (primari e secondati, e non certamente ai “bisogni indotti” dal Capitalismo finanziario finalizzato a creare “cittadini consumatori”), diventa davvero difficile e spesso dissonante con la verità. È evidente, da questa analisi, l’incapacità del cittadino che subisce la propaganda e le “accezioni” che il potere dà a determinata parole, di muoversi nella direzione che li conduca al miglioramento delle sue condizioni di vita e favorisca, con le sue scelte ed azioni, il consolidamento del proprio benessere e della comunità di cui fa parte, nonché il rafforzamento della democrazia nell’accezione nobile e “originaria” del termine. In sostanza, “soffrire” di analfabetismo funzionale vuol dire subire acriticamente e passivamente la lingua del potere e rimanerne vittime inconsapevoli. La presunta facoltà di discernere cosa è “bene” da cosa è “male” per sé stessi, per la propria famiglia e per la propria comunità, fra le centinaia di migliaia proposte politiche, di post e di informazioni che volano veloci sui social, su Internet, nelle TV, nelle radio, sulla carta stampata, viene inevitabilmente compromessa, se non azzerata. Conoscere la lingua ed esercitarne l’uso consapevole, attraverso un livello culturale e di conoscenza adeguato – al quale livello si arriva attraverso lo studio serio e disciplinato –  vuol dire innanzitutto essere capaci di fare i propri interessi e quelli della comunità della quale si fa parte, ed al contempo, essere immuni dalle azioni perverse esercitate dal più potente degli instrumentum regni che è l’analfabetismo del popolo: un efficace e straordinario strumento di esercizio del potere utilizzato dai potenti sin dalla notte dei tempi delle civiltà, e anche – ovviamente! – dai potenti contemporanei delle cosiddette “democrazie”.

___________________________________________________________________________________________

2)

Un asterisco sul genere | di Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

Paolo D’Achille

È ormai divenuto molto alto il numero dei quesiti pervenutici su temi legati al genere: uso dell’asterisco, dello schwa o di altri segni che “opacizzano” le desinenze maschili e femminili; possibilità per l’italiano di ricorrere a pronomi diversi da lui/lei o di “recuperare” il neutro per riferirsi a persone che si definiscono non binarie; genere grammaticale da utilizzare per transessuale e legittimità stessa di questa parola. Cercheremo in questo intervento di affrontare le diverse questioni.

PREMESSA

Le domande che ci sono state poste sono tante e toccano argomenti abbastanza diversi tra loro. Abbiamo preferito raccoglierle tutte insieme perché c’è un tema di fondo che le accomuna: la questione della distinzione di genere, anche al di là della tradizionale opposizione tra maschile e femminile. Anzitutto, due precisazioni:

1) tratteremo esclusivamente delle questioni poste dalle varie domande che ci sono pervenute, senza tener conto dei numerosissimi interventi sul tema, che ormai da vari mesi alimenta discussioni e polemiche anche molto accese sulla stampa e soprattutto in rete;

2) la nostra risposta investe il piano strettamente linguistico, con riferimento all’italiano (non potrebbe essere che così, del resto, visto che le domande sono rivolte all’Accademia della Crusca, ma ci pare opportuno esplicitarlo). Ci sembra doveroso premettere ancora una cosa: la maggior parte di coloro che ci hanno scritto – anche chi esprime la propria contrarietà all’uso di asterischi o di altri segni estranei alla tradizionale ortografia italiana – si mostra non solo contraria al sessismo linguistico e rispettosa nei confronti delle persone che si definiscono non binarie, ma anche sensibile alle loro esigenze. E questo è senz’altro un dato confortante, che va messo in rilievo.

GENERE NATURALE E GENERE GRAMMATICALE

Per impostare correttamente la questione dobbiamo dire subito che il genere grammaticale è cosa del tutto diversa dal genere naturale. Lo rilevavano nel 1984, a proposito del francese, Georges Dumézil e Claude Lévi-Strauss, incaricati dall’Académie Française di predisporre un testo su “La féminisation des noms de métiers, fonctions, grades ou titres” (‘la femminilizzazione dei nomi di mestieri, funzioni, gradi o titoli’). Non entriamo qui nella tematica della distinzione tra sesso biologico e identità di genere, su cui torneremo, almeno marginalmente, più oltre; ci limitiamo a ricordare che negli studi di psicologia e di sociologia il genere indica l’“appartenenza all’uno o all’altro sesso in quanto si riflette e connette con distinzioni sociali e culturali” (questa la definizione del GRADIT); tale accezione del termine, relativamente recente, è calcata su uno dei significati del corrispondente inglese gender, quello che indica appunto l’appartenenza a uno dei due sessi dal punto di vista culturale e non biologico (gli studi di genere o gender studies sono nati negli Stati Uniti negli anni Settanta, su impulso dei movimenti femministi).

Che il genere come categoria grammaticale non coincida affatto con il genere naturale si può dimostrare facilmente: è presente in molte lingue, ma ancora più numerose sono quelle che non lo hanno; può inoltre prevedere, nei nomi, una differenziazione in classi che in certi casi non sfrutta e in altri va ben oltre la distinzione tra maschile e femminile propria dell’italiano (dove riguarda anche articoli, aggettivi, pronomi e participi passati) perché, oltre al neutro (citato in molte domande pervenuteci, evidentemente sulla base della conoscenza del latino), esistono, in altre lingue, vari altri generi grammaticali, determinati da criteri ora formali ora semantici; infine, come avviene in inglese, può limitarsi ai pronomi, senza comportare quell’alto grado di accordo grammaticale che l’italiano prevede.

Neppure in italiano si ha una sistematica corrispondenza tra genere grammaticale e genere naturale. È indubbio che, in particolare quando ci si riferisce a persone, si tenda a far coincidere le due categorie (abbiamo coppie come il padre e la madre, il fratello e la sorella, il compare e la comare, oppure il maestro e la maestra, il principe e la principessa, il cameriere e la cameriera, il lavoratore e la lavoratrice, ecc.), ma questo non vale sempre: guida, sentinella e spia sono nomi femminili, ma indicano spesso (anzi, più spesso) uomini, mentre soprano e contralto sono, tradizionalmente almeno (oggi il femminile la soprano è piuttosto diffuso), nomi maschili che da oltre due secoli si riferiscono a cantanti donne. Arlecchino è una maschera, come Colombina (anche se Carlo Goldoni nelle Donne gelose gli fa usare il maschile màscaro e nei Rusteghi le donne in scena parlano di màscara omo per riferirsi al conte Riccardo e si rivolgono con siora màscara dona a Filippetto, entrato a casa di Lunardo in abiti femminili), mentre Mirandolina è un personaggio, come il Cavaliere di Ripafratta, che di lei si innamora. Vero è che nel parlato spostamenti di genere nell’àmbito dei nomi in rapporto al sesso del referente ci sono stati: da modello si è avuto modella (cfr. Anna M. Thornton, La datazione di modella, in “Lingua nostra”, LXXVI, 2015, pp. 25-27); si parla di un tipo ‘un tale’ ma anche di una tipa (Miriam Voghera, Da nome tassonomico a segnale discorsivo: una mappa delle costruzioni di tipo in italiano contemporaneo, in “Studi di Grammatica Italiana”, XXIII, 2014, pp. 197-221); accanto a membro si sta diffondendo membra (Anna M. Thornton, risposta nr. 7, in “La Crusca per voi”, 49, 2014, pp. 14-15); dall’altra parte, dal femminile figura deriva il maschile figuro (ma con una connotazione negativa). Abbiamo poi i cosiddetti nomi “di genere comune”, che non cambiano forma col cambio di genere, perché la distinzione è affidata agli articoli nei casi di cantante, preside, custode, consorte, coniuge (con cui molti di noi hanno familiarizzato attraverso la denuncia dei redditi, che parla ellitticamente di dichiarante e di coniuge dichiarante senza precisare i rispettivi sessi). Passando al mondo animale, distinguiamo, è vero, il montone o ariete e la pecora (ma il plurale le pecore si riferisce spesso al gregge e comprende quindi anche i montoni), il gatto e la gatta, il gallo e la gallina, il leone e la leonessa, ma nella maggior parte dei casi il nome, maschile o femminile che sia, indica tanto il maschio quanto la femmina (la lince, il leopardo, la iena, la volpe, il pappagallo, la gazza, il gambero, la medusa, ecc., nomi che la tradizione grammaticale indica come “epiceni”; lasciamo da parte l’esistenza di formazioni occasionali come il tartarugo e il ricorso non alla flessione, ma alla tecnica analitica, come in la tartaruga maschio, che è sicuramente possibile, ma marginale all’interno del sistema). Quanto alle cose inanimate, è evidente che il genere femminile di sedia, siepe, crisi e radio e il maschile di armadio, fiore, problema e brindisi non si possano legare in alcun modo al sesso, che le cose naturalmente non hanno.

IL NEUTRO

Chi, tra coloro che ci hanno scritto, propone di far ricorso al neutro per rispettare le esigenze delle persone che si definiscono non binarie, citando il latino, non tiene presente da un lato che l’italiano, diversamente dal latino, non dispone di elementi morfologici che possano contrassegnare un genere diverso dal maschile e dal femminile, dall’altro che in latino (e in greco) il neutro non si riferisce se non eccezionalmente a esseri umani (accade con alcuni diminutivi di nomi propri) e neppure agli dei: venus, -eris ‘bellezza, fascino’ (da cui venustas), che era neutro come genus, -eris, diventò femminile come nome proprio di Venere, la dea della bellezza. D’altra parte, per venire all’attualità, anche in inglese il rifiuto dei pronomi he (maschile) e she (femminile) da parte delle persone non binarie non ha comportato l’adozione del pronome neutro it, presente in quella lingua ma evidentemente inutilizzabile con riferimento a esseri umani, bensì l’uso del “singular they”, cioè del pronome plurale ambigenere they (e delle forme them, their, theirs e themself/themselves), come pronome singolare non marcato. Anche l’introduzione in svedese nel 2012, accanto al pronome maschile han e al femminile hon, del pronome hen, usato per esseri umani in cui il sesso non è definito o non è rilevante, si inserisce senza difficoltà nel sistema di quella lingua, in cui un genere “comune” (o “utro”), che non distingue tra maschile e femminile, si contrappone al genere neutro e l’opposizione tra maschile e femminile si ha solo nei pronomi personali di terza persona singolare.

IL MASCHILE PLURALE COME GENERE GRAMMATICALE NON MARCATO

Un altro dato da ricordare è che nell’italiano standard il maschile al plurale è da considerare come genere grammaticale non marcato, per esempio nel caso di participi o aggettivi in frasi come “Maria e Pietro sono stanchi” o “mamma e papà sono usciti”. Inoltre, se dico “stasera verranno da me alcuni amici” non significa affatto che la compagnia sarà di soli maschi (invece se dicessi “alcune amiche”, si tratterebbe soltanto di donne). Se qualcuno dichiara di avere “tre figli”, sappiamo con certezza solo che tra loro c’è un maschio (diversamente dal caso di “tre figlie”), a meno che non aggiunga “maschi” (cfr. l’intervento di Anna M. Thornton sul Magazine Treccani). Se in passato poteva capitare (oggi mi risulta che avvenga più di rado) che a un alunno indisciplinato si richiedesse di tornare a scuola il giorno dopo “accompagnato da uno dei genitori”, poteva essere sia il papà sia la mamma a farlo (e lo stesso valeva nel caso della dicitura al singolare, “da un genitore”, sebbene questo termine abbia anche il femminile genitrice, di uso peraltro assai più raro rispetto al maschile).

LINGUE NATURALI, PROCESSI DI STANDARDIZZAZIONE E DIRIGISMO LINGUISTICO

C’è poi un’altra questione di carattere generale che va tenuta presente: ogni lingua, a meno che non si tratti di un sistema “costruito a tavolino” come sono le lingue artificiali (un esempio ne è l’esperanto), è un organismo naturale, che evolve in base all’uso della comunità dei parlanti: è vero che molte lingue hanno subìto un processo di standardizzazione per cui, tra forme coesistenti in un certo arco temporale, alcune sono state selezionate, considerate corrette e destinate allo scritto e all’uso formale e altre censurate e giudicate erronee, o ammesse solo nel parlato o in registri informali e colloquiali; ma in questo processo la scelta (che può anche cambiare nel corso del tempo) avviene sempre nell’àmbito delle possibilità offerte dal sistema. Soltanto nel caso della scrittura (che infatti non si apprende naturalmente, ma va insegnata) è possibile imporre norme ortografiche che si discostino dalla pronuncia reale: per questo la stampa e la scuola hanno avuto e hanno tuttora un ruolo fondamentale nella costituzione della norma standard scritta. Non c’è dunque da meravigliarsi se alcune proposte di soluzione del problema della distinzione di genere abbiano riguardato, almeno in prima istanza, la grafia, più suscettibile di cambiamenti. Ma ormai da tempo l’ortografia italiana è da considerarsi stabilizzata, il rapporto tra grafia e pronuncia non presenta particolari difficoltà (basta prendere a confronto l’inglese e il francese) e i dubbi si concentrano quasi esclusivamente sull’uso dei segni paragrafematici (accenti, apostrofi, ecc.). Questo non esclude che, almeno in àmbiti molto precisi come la scrittura in rete e quella dei messaggini telefonici, si possano diffondere usi grafici particolari, spesso peraltro transitori; ma il legame sistematico tra grafia e pronuncia, così tipico dell’italiano, non dovrebbe essere spezzato. In ogni caso, la storia ci ha offerto non di rado, anche di recente (in altri Paesi), esempi di riforme ortografiche dovute a interventi dell’autorità pubblica. Ogni tanto, specie nei regimi totalitari, la politica è intervenuta anche ad altri livelli della lingua, ma quasi mai è andata a violare il sistema. E poi il “dirigismo linguistico” (di cui, secondo alcuni, anche il “politicamente corretto” raccomandato alla pubblica amministrazione costituirebbe una manifestazione) assai di rado ha avuto effetti duraturi. Al riguardo possiamo citare un caso che entra, se pure lateralmente, proprio nella questione che stiamo trattando: quello degli allocutivi.

GLI ALLOCUTIVI (TU, VOI, LEI) E LA TEMATICA DEL GENERE

Il latino conosceva un unico pronome per rivolgersi a un singolo destinatario, maschio o femmina che fosse: tu (al nominativo e al vocativo; tui, al genitivo; tibi, al dativo; te, all’accusativo e ablativo) e l’uso si è conservato, praticamente senza soluzione di continuità, a Roma, nel Lazio e lungo la corrispondente dorsale appenninica. In età imperiale cominciò a diffondersi il vos come forma di rispetto, da cui il voi dell’italiano antico, vivo tuttora in area meridionale. In età rinascimentale, sull’onda della diffusione (per influsso dello spagnolo) di titoli come vostra eccellenza, vostra signoria, vostra maestà, ci fu un altro cambiamento e si iniziò a usare, come forma di cortesia, anche il lei (ella, per la verità, almeno all’inizio, come soggetto e nell’uso allocutivo), che prima affiancò (a un livello di maggiore formalità) il voi e poi, in età contemporanea, ha finito col sostituirlo. Il fascismo cercò invano di bandire l’uso del lei (considerato uno “stranierismo” proprio della “borghesia”) e di imporre l’“autoctono” voi. Col crollo del regime, il voi è restato, come si è detto, solo nell’uso meridionale (dove il lei aveva avuto minore diffusione) ed è piuttosto l’espansione del tu generalizzato a contrastare il lei di cortesia, che peraltro resiste benissimo in situazioni anche solo mediamente formali.

Proprio il lei di cortesia ci documenta un’altra mancata corrispondenza tra genere grammaticale e genere naturale. Lei è un pronome femminile, ma lo si dà anche a uomini (lei è un po’ pigro, signore!. come lei è un po’ pigra, signora!); non solo, ma quando si usano le corrispondenti forme atone la e le l’accordo al femminile investe spesso anche il participio o l’aggettivo. Se è normale, rivolgendosi a un docente di sesso maschile, dire professore, oggi vedo che è molto occupato, si dice però comunemente professore, l’ho vista ieri (e non l’ho visto ieri) entrare in biblioteca. Insomma, anche l’allocutivo di cortesia dello standard è un esempio di come il maschile e il femminile grammaticali non corrispondano sempre, neppure in italiano, ai generi naturali.

LA LINGUA TRA NORMA, SISTEMA E SCELTE INDIVIDUALI

Chi si rivolge all’Accademia della Crusca (la quale peraltro non ha alcun potere di indirizzo politico, diversamente dall’Académie Française e dalla Real Academia Española, che hanno un ruolo ben diverso sul piano istituzionale) pensa alla lingua considerando la “norma” in senso prescrittivo (in molti quesiti ricorrono infatti parole come corretto e correttezza, propri della grammatica normativa e scolastica) oppure facendo riferimento agli usi istituzionali dell’italiano, non all’uso individuale di singoli o di gruppi ristretti. Ma neppure in questo secondo caso le scelte sono completamente libere, perché chi parla o scrive deve comunque far riferimento a un sistema di regole condiviso, in modo da farsi capire e accettare da chi ascolta o legge. Si può segnalare, per dimostrare la libertà che è concessa alle scelte individuali (specie nel caso della lingua letteraria), un passo di Luigi Pirandello che gioca sul genere grammaticale di una coppia di parole come moglie e marito (e non importa ora il suo possibile inserimento in una tradizione letteraria misogina ben nota). Il brano è citato in un importante studio della compianta accademica Maria Luisa Altieri Biagi (La lingua in scena, Bologna, Zanichelli, 1980, p. 173), una dei “maestri” della linguistica italiana (usiamo intenzionalmente il maschile plurale, che in questi casi, a nostro parere, è quasi una scelta obbligata per indicare un’eccellenza femminile in un ambiente a maggioranza maschile):

«Il protagonista di Acqua amara ha le sue idee, in fatto di morfologia. Se toccasse a lui modificarla, la adeguerebbe a una sua sofferta esperienza di vita:

Crede lei che ci siano due soli generi, il maschile e il femminile? Nossignore. La moglie è un genere a parte; come il marito, un genere a parte […] Se mi venisse la malinconia di comporre una grammatica ragionata, come dico io, vorrei mettere per regola che si debba dire: il moglie; e, per conseguenza, la marito.» (Nov., I, p. 274).

LA MOZIONE

La norma dell’italiano contempla un’ampia gamma di possibilità nel caso della mozione, cioè del cambiamento di genere grammaticale di un nome in rapporto al sesso. È un tema che sulle pagine del sito della nostra Consulenza è stato spesso affrontato perché moltissime sono le domande che sono arrivate e che continuano ad arrivare a proposito dei femminili di professioni e cariche espresse al maschile dato che in passato erano riservate solo a uomini. La scelta per il femminile, che l’Accademia ha più volte caldeggiato, non viene sempre accolta dalle stesse donne, tra cui non mancano quelle che preferiscono definirsi architetto, avvocato, sindaco, ministro, assessore, professore ordinario, il e non la presidente, ecc. D’altra parte, se storicamente è indubitabile che molti nomi femminili di questo tipo siano derivati da preesistenti nomi maschili (ciò vale pure per signora rispetto a signore), abbiamo anche casi di nomi maschili come divo nel mondo dello spettacolo, prostituto, casalingo, che sono documentati dopo i corrispondenti femminili, di cui vanno considerati derivati (per un’esemplare trattazione del fenomeno rinvio ad Anna M. Thornton, Mozione, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 218-227).

TRANSESSUALE, TRANSGENERE E TRANSIZIONANTE

L’unico problema relativo alla scelta del genere di un nome che ci è stato sottoposto è quello di transessuale per indicare “chi ha assunto mediante interventi chirurgici i caratteri somatici del sesso opposto” (anche questa definizione è del GRADIT). Qui, in effetti, si assiste tuttora a un’oscillazione tra maschile e femminile (a partire dall’articolo che precede il nome). A nostro parere, sarebbe corretta (e rispettosa) una scelta conforme al genere sessuale “d’arrivo” e dunque una transessuale se si tratta di un maschio diventato femmina, un transessuale, se di una femmina diventata maschio, posto che proprio si debba sottolineare l’avvenuta “trasformazione”. Qualcuno ci ha fatto notare che sarebbe opportuno sostituire transessuale con transgenere, che non è propriamente l’equivalente dell’inglese transgender, perché ha implicazioni diverse sul piano medico e giuridico. È senz’altro così e pensiamo anche noi che questo termine (da usare tanto al maschile quanto al femminile con le avvertenze appena indicate per transessuale) sia più appropriato, ma sta di fatto che al momento risulta meno diffuso: stenta a trovare accoglienza anche nella lessicografia e comunque, nelle poche occasioni in cui è registrato, viene spiegato come un’italianizzazione della voce inglese, che, come capita spesso, viene ad esso preferita ed è infatti presente in molti più dizionari. Alcuni di essi registrano anche cisgender, nel senso di ‘individuo nel quale sesso biologico e identità di genere coincidono’, il cui corrispondente italiano, cisgenere, ha invece, al momento, soltanto attestazioni in rete.

Ci è inoltre pervenuta una richiesta di sostituire gli aggettivi omosessuale, eterosessuale, bisessuale, pansessuale e transessuale con omoaffettivo, eteroaffettivo, biaffettivo, panaffettivo e transizionante e al riguardo, dopo aver fatto rilevare al richiedente che nessuna parola entra nei vocabolari per decisione di una istituzione, seppur prestigiosa come l’Accademia della Crusca, ma deve prima entrare nell’uso della comunità dei parlanti (non di un singolo parlante) e mettervi radici, segnaliamo che omoaffettivo è già presente nella lessicografia italiana (il GRADIT lo registra e lo data al 2004), come pure il verbo transizionare (documentato dal 1999), nel senso di “compiere un percorso di cambiamento del sesso attraverso terapie ormonali, forme di supporto psicologico, interventi di chirurgia estetica e di riassegnazione chirurgica del sesso” (ancora GRADIT).

QUALE PRONOME PER CHI SI CONSIDERA GENDER FLUID?

Tornando al genere grammaticale, diverso è il caso di chi si considera gender fluid, cioè, per usare la definizione dello Zingarelli 2022 (che include questa locuzione aggettivale s.v. gender, molto ampliata rispetto allo Zingarelli 2021), “di persona che rifiuta di identificarsi stabilmente con il genere maschile e femminile (comp. con fluid ‘mutevole’)”. Il problema che ci è stato sottoposto per queste persone riguarda prevalentemente il genere del pronome da utilizzare per riferirsi ad esse.

Ebbene, di fronte a domande come la seguente: “Come dovrei rivolgermi nella lingua italiana a coloro che si identificano come non binari? Usando la terza persona plurale o rivolgendomi col sesso biologico della persona però non rispettando il modo di essere della persona?”, la nostra risposta è questa: l’italiano – anche se non ha un pronome “neutro” e non consente neppure l’uso di loro in corrispondenza di they/them dell’inglese (lingua in cui l’accordo ha un peso molto meno rilevante rispetto all’italiano e dove comunque l’uso di they al singolare per persone di cui si ignora il sesso costituiva una possibilità già prevista dal sistema, in quanto documentata da secoli) – offre tuttavia il modo di non precisare il genere della persona con cui o di cui si sta parlando. L’unica avvertenza sarebbe quella di evitare articoli, aggettivi della I classe, participi passati, ecc., scelta che peraltro (come ben sanno coloro che hanno affrontato la tematica del sessismo linguistico) è certamente onerosa. In ogni caso, tanto il pronome io quanto l’allocutivo tu (e, come si è visto sopra, anche gli allocutivi di cortesia lei e voi) non specificano nessun genere. Analogamente, i pronomi di terza persona lui e lei in funzione di soggetto possono essere omessi (in italiano non è obbligatoria la loro espressione, a differenza dell’inglese e del francese) oppure sostituiti da nomi e cognomi, tanto più che oggi sono in uso accorciamenti ipocoristici ambigeneri come Fede (Federico o Federica), Vale (Valerio o Valeria), ecc., e che (anche sul modello dell’inglese e proprio in un’ottica non sessista) si tende a non premettere l’articolo femminile a cognomi che indicano donne (Bonino e non la Bonino). Si potrebbe aggiungere che il clitico gli, maschile singolare nello standard, nel parlato non formale si usa anche al posto del femminile le e che l’opposizione è neutralizzata per combinazioni di clitici come glielo, gliela, gliene; anche l’elisione, nel parlato più frequente che non nello scritto, ci consente spesso di eliminare la distinzione tra lo e la. Insomma, il sistema della lingua può sempre offrire alternative perfettamente grammaticali a chi intende evitare l’uso di determinate forme ed è disposto a qualche dispendio lessicale o a usare qualche astratto in più pur di rispettare le aspettative di persone che si considerano non binarie. Certamente l’accordo del participio passato costituisce un problema; ma non c’è, al momento, una soluzione pronta: sarà piuttosto l’uso dei parlanti, nel tempo, a trovarla.

ANCORA SUL MASCHILE PLURALE COME GENERE GRAMMATICALE NON MARCATO

Diverso è il caso dei plurali: qui, come, si è detto all’inizio, il maschile non marcato, proprio della grammatica italiana, potrebbe risolvere tutti i problemi, comprendendo anche le persone non binarie. A nostro parere, mentre è giusto che, per esempio, nei bandi di concorso, non compaia, al singolare, “il candidato” ma si scriva “il candidato o la candidata”, oppure “la candidata e il candidato” (per abbreviare si ricorre spesso anche alla barra, che tuttavia non raccomanderemmo: “il/la candidato/a”), il plurale “i candidati” è accettabile perché, sul piano della langue, non esclude affatto le donne. Niente tuttavia impedisce di optare anche al plurale per “i candidati e le candidate” o viceversa (oppure, anche in questo caso, “i/le candidati/e”); vero è che da queste formulazioni potrebbero sentirsi escluse le persone non binarie. Aggiungiamo, rispondendo così ad alcuni specifici quesiti, che la scelta del plurale maschile nello standard non dipende dalla numerosità dei maschi rispetto alle femmine all’interno di un gruppo: basta una sola presenza maschile a determinarlo, ma non si tratterebbe di una scelta sessista (come viene invece considerata da molte donne), bensì dell’opzione per una forma “non marcata” sul piano del genere grammaticale. Capita peraltro abbastanza spesso, come ha notato qualcuno, che “nel caso di infermiere e maestre d’asilo” (o di altri gruppi professionali in cui la presenza femminile è preponderante) “si dirà ‘salve a tutte!’ e i pochi maschi se ne fa[ra]nno una ragione”. E questo, a nostro parere, “ci sta”, anche se, di fatto, spesso i maschi presenti protestano. Da richiamare è anche il fatto che, soprattutto nel parlato, l’accordo del participio o dell’aggettivo può riferirsi al genere grammaticale del nome ad essi più vicino: quindi “le mamme e i papà sono pregati di aspettare i figli fuori” (e non “sono pregate”), ma “i papà e le mamme sono pregati”, ma anche “sono pregate”.

LA PRESENZA DEL FEMMINILE PLURALE

Affiancare al maschile il femminile è senz’altro lecito e anzi, in certi contesti, sembra l’opzione preferibile (per esempio quando si indicano categorie professionali in cui la mozione al femminile ha stentato a imporsi). Nelle forme allocutive, in particolare, rappresenta indubbiamente, specie se a parlare o a scrivere è un maschio, un segnale di attenzione per le donne: bene dunque, per formule come care amiche e cari amici, cari colleghi e care colleghe, cari soci e care socie, carissime e carissimi, ecc. Anche nella tradizione dello spettacolo, del resto, chi presenta si rivolge al pubblico con signore e signori e i politici, specie in vista delle elezioni, parlano di elettori ed elettrici, cittadini e cittadine, ecc. Si ha poi il caso di nomi “esclusivamente” maschili come fratelli, a cui – visto che l’italiano non dispone di un termine corrispondente all’inglese sibling – è sempre opportuno affiancare sorelle (lo ha fatto del resto di recente anche la Chiesa, nella liturgia). Lasciamo da parte, per non dilungarci ulteriormente, il caso di uomini, già ampiamente trattato negli studi, a cui, in una prospettiva non sessista, si preferisce persone (altro nome femminile che può indicare anche un maschio pure al singolare).

DALL’ASTERISCO…

L’accostamento del femminile al maschile finisce spesso con l’allungare e appesantire il testo. Forse anche per evitare questo, ormai da vari anni, soprattutto da quando si è diffusa la scrittura al computer, ha gradualmente preso piede, in particolari àmbiti (tra cui la posta elettronica), l’uso dell’asterisco, che è andato progressivamente a sostituire la barra (già citata per candidati/e), il cui uso sembra ormai confinato ai testi burocratici.

L’asterisco (dal gr. asterískos ‘stelletta’, dim. di astḗr ‘stella’) – che nel titolo di questa risposta abbiamo usato invece nel senso di ‘nota’, ‘stelloncino’, significato che è, o era, diffuso nel linguaggio giornalistico – è un “segno tipografico a forma di stelletta a cinque o più punte” (Zingarelli 2022) usato, sempre in esponente (“apice”, nella terminologia della videoscrittura), con varie funzioni. Anzitutto, serve a mettere in evidenza qualcosa, per esempio un nome o un termine in un elenco, contrassegnandolo così rispetto agli altri. L’asterisco può anche segnalare una nota (soprattutto se isolata) o ancora (per lo più ripetuto due o tre volte) indicare un’omissione volontaria da parte dell’autore, specialmente di un nome proprio: si incontra non di rado, per esempio, nei Promessi Sposi perché Alessandro Manzoni usa tre asterischi per non esplicitare il nome del paese dove vivono Renzo e Lucia, il casato dell’Innominato, ecc. Un uso per certi versi analogo si ha nei fumetti e in rete, dove gli asterischi o altri segni (chiocciola, cancelletto, punto) sostituiscono le lettere interne delle parolacce, che vengono così censurate. In linguistica, infine, l’asterisco contrassegna forme non attestate o agrammaticali.

Nell’àmbito di cui ci stiamo occupando l’asterisco, in fine di parola, sostituisce spesso la terminazione di nomi e aggettivi per “neutralizzare” (o meglio “opacizzare”; in questo forse si può intravedere un sia pur tenue legame con la penultima funzione prima indicata) il genere grammaticale: abbiamo così forme come car* collegh* e, particolarmente frequente, car* tutt*, probabile calco su dear all (che invece non ha bisogno di asterischi perché l’inglese non ha genere grammaticale né accordo su articoli e aggettivi). L’asterisco negli ultimi anni ha conquistato anche i sostenitori del cosiddetto linguaggio gender neutral e non c’è dubbio che anche sotto questo aspetto possa avere una sua funzionalità. Tuttavia coloro che ci hanno scritto, pur se disponibili alle innovazioni, si dichiarano per lo più ostili all’asterisco: c’è chi parla di “insulto” alla nostra lingua, chi di “storpiatura”, chi lo ritiene “sgradevole”, chi addirittura “un’opzione terribile”.

Di certo l’uso dell’asterisco è legato all’informatica, ma non ne rispetta i principi. È interessante, al riguardo, leggere quanto afferma un nostro lettore, docente appunto di informatica, che tratta della forma asteriscata (di cui, a suo parere si abusa), che è stata «presumibilmente mutuata dalle convenzioni dei linguaggi di comando dei sistemi operativi (Unix, ma anche DOS/Windows) per i quali la notazione * indica una sequenza di zero o più caratteri qualunque […]. Pertanto, nella sua semantica originaria “car* tutt*” ha la valenza (anche) di “carini tuttologi” o di “carramba tuttora” oltre ai significati ricercati dai “gender-neutral” che, tuttavia, costituiscono una infima parte di quelli possibili».

In effetti è così: in informatica l’asterisco segnala una qualunque sequenza di caratteri, mentre al posto di un solo carattere si usa il punto interrogativo, che (a parte gli altri problemi che comporterebbe) potrebbe andare bene per tutt? ma non per amic?, dove invece funzionerebbe meglio l’asterisco amic* perché nel femminile la -e è graficamente preceduta dall’h. Ma nessuno dei due simboli potrebbe essere usato in casi (che ci sono stati segnalati) come sostenitor* (o sostenitor?), che non include il femminile sostenitrici accanto al maschile sostenitori. E non è necessario né opportuno ricorrere all’asterisco (o al punto interrogativo) neppure per i plurali di nomi e aggettivi in cui la terminazione in -i vale per entrambi i generi (nomi citati sopra come cantanti, aggettivi plurali come forti, grandi, importanti, ecc.).

Comunque sia, pur con tutti questi distinguo, se consideriamo che l’uso grafico dell’asterisco si concentra in comunicazioni scritte o trasmesse che sono destinate unicamente alla lettura silenziosa e che hanno carattere privato, professionale o sindacale all’interno di gruppi omogenei (spesso anche sul piano ideologico), in tali àmbiti (in cui sono presenti abbreviazioni convenzionali come sg., pagg., f.to, estranee all’uso comune) può essere considerato una semplice alternativa alla sbarretta sopra ricordata, rispetto alla quale presenterebbe il vantaggio di includere anche le persone non binarie. L’asterisco non è invece utilizzabile, a nostro parere, in testi di legge, avvisi o comunicazioni pubbliche, dove potrebbe causare sconcerto e incomprensione in molte fasce di utenti, né, tanto meno, in testi che prevedono una lettura ad alta voce.

Resta, infatti, il problema dell’impossibilità della resa dell’asterisco sul piano fonetico: possiamo scrivere car* tutt*, ma parlando, se vogliamo salutare un gruppo formato da maschi e femmine senza usare il maschile inclusivo, dobbiamo rassegnarci a dire ciao a tutti e a tutte. Qualcuno ha proposto espressioni come caru tuttu, che a nostro parere costituiscono una delle inopportune (e inutili) forzature al sistema linguistico di cui si diceva all’inizio. Teniamo anche presente che nell’italiano tradizionale non esistono parole terminanti in -u atona (a parte cognomi sardi o friulani, come Lussu e Frau, il nome proprio Turiddu, diminutivo siciliano di Turi, ipocoristico di Salvatore, entrato anche in italiano grazie alla popolarità della Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e comunque ormai desueto, onomatopee come bau, sigle come ONU e IMU, forestierismi entrati di recente, come tofu o sudoku).

… ALLO SCHWA

In alternativa all’asterisco, specie con riferimento alle persone non binarie, è stato recentemente proposto di adottare lo schwa (o scevà), cioè il simbolo dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) che rappresenta la vocale centrale propria di molte lingue e di vari dialetti italiani, in particolare quelli dell’area altomeridionale (il termine, grammaticalmente maschile, è di origine ebraica). Questa proposta, che sarebbe da preferire all’asterisco perché offrirebbe anche una soluzione sul piano della lingua parlata, ha già trovato vari sostenitori (sembra che l’abbiano adottata, almeno in parte, una casa editrice e un comune dell’Emilia-Romagna). A nostro parere, invece, si tratta di una proposta ancora meno praticabile rispetto all’asterisco, anche lasciando da parte le ulteriori difficoltà di lettura che creerebbe nei casi di dislessia.

Intanto, sul piano grafico va detto che mentre l’asterisco ha una pur limitata tradizione all’interno della scrittura, il segno per rappresentare lo schwa (la e rovesciata: ə, in corsivo ə, forse non di facilissima realizzazione nella scrittura corsiva a mano) è proprio, come si è detto, dell’IPA, ma non è usato come grafema in lingue che pure, diversamente dall’italiano, hanno lo schwa all’interno del loro sistema fonologico. Non a caso, a parte linguisti e dialettologi, coloro che scrivono in uno dei dialetti italiani che hanno lo schwa nell’inventario dei loro foni lo rendono spesso con e (talvolta con ë) o, impropriamente, con l’apostrofo. Se guardiamo al napoletano, che nella sua lunga tradizione di scrittura per le vocali atone finali si è allineato all’italiano, vediamo che oggi nelle scritte murali in dialetto della città la vocale atona finale viene sistematicamente omessa.

L’uso dello schwa non risolve neppure certe criticità che abbiamo già segnalato per l’asterisco: per esempio, sarebbero incongrue grafie come sostenitorə e come fortə, di cui pure ci è stato segnalato l’uso anche al singolare. C’è poi il problema, rilevato acutamente da qualche lettore, che del simbolo dello schwa non esiste il corrispondente maiuscolo e invece scrivere intere parole in caratteri maiuscoli può essere a volte necessario nella comunicazione scritta. C’è chi usa lo stesso segno, ingrandito, ma la differenza tra maiuscole e minuscole non è di corpo, ma di carattere e quindi accostare una E maiuscola all’inizio o nel corpo di una parola tutta scritta in maiuscolo a una ə alla fine della stessa non mi pare produca un bell’effetto. In alternativa, si potrebbe procedere per analogia e “rovesciare” la E, ma si tratterebbe di un ulteriore artificio, privo di riscontri – se non nella logica matematica, in cui il segno Ǝ significa ‘esiste’ (cosa che peraltro creerebbe, come nel caso dell’asterisco, un’altra “collisione” sul piano del significato) – e, presumibilmente, tutt’altro che chiaro per i lettori.

Quanto al parlato, non esistendo lo schwa nel repertorio dell’italiano standard, non vediamo alcun motivo per introdurlo o per accordare la preferenza a tuttə rispetto al tuttu che è stato sopra citato. Anche il riferimento ai sistemi dialettali ci sembra fallace perché nei dialetti spesso la presenza dello schwa limita, ma non esclude affatto la distinzione di genere grammaticale, che viene affidata alla vocale tonica, come risulta da coppie come, in napoletano, buόnə (maschile: ‘buono’ ma anche ‘buoni’) e bònə (femminile: ‘buona’ o ‘buone’), russə (‘rosso’ o ‘rossi’) e rόssə (‘rossa’ o ‘rosse’). Lo schwa opacizza invece spesso la differenza di numero, tanto che tra chi ne sostiene l’uso c’è stato chi ha proposto di servirsi di ə per il singolare e di ricorrere a un altro simbolo IPA, ɜ, come “schwa plurale” (altra scelta a nostro avviso discutibile, anche per la possibile confusione con la cifra 3).

CONCLUSIONI

È giunto il momento di chiudere il discorso. È verissimo, come diceva Nanni Moretti in un suo film, che “le parole sono importanti” (ma lo sono anche la grafia, la fonetica, la morfologia, la sintassi) e denunciano spesso atteggiamenti sessisti o discriminatori, sia sul piano storico (per come le lingue si sono andate costituendo), sia sul piano individuale. Come abbiamo detto all’inizio, la quantità di richieste che abbiamo avuto, che ci hanno espresso dubbi e incertezze a proposito del genere e della distinzione di genere, ci rasserena, perché, soprattutto per come sono stati formulati i quesiti, documenta una larga diffusione di atteggiamenti di civiltà, di comprensione, di disponibilità. È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire. L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro, così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale, presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale. Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti.

Paolo D’Achille (Accademia della Crusca)

____________________________________________________________________________________________

3)

I perché dell’italiano. Perché “fratelli” è usato sia come plurale di “fratello” che di “fratello” e “sorella” insieme? Perché “uomo” significa sia “individuo di sesso maschile” che “essere vivente appartenente al genere umano”? | di Anna M. Thornton (Treccani Magazine)

Anna M. Thornton

Le domande toccano una questione che non è specifica della lingua italiana, ma riguarda in qualche misura tutte le lingue che abbiano la categoria del genere (cioè, secondo le stime di Corbett 2013, un po’ meno della metà delle lingue del mondo) e nelle quali questa categoria sia organizzata in modo da comprendere tra i suoi valori quelli di ‘maschile’ e ‘femminile’. In molte di queste lingue, tra cui l’italiano, si ha una regola di assegnazione di genere in base alla quale i nomi che designano esseri umani di sesso maschile vanno in un certo genere e quelli che designano esseri umani di sesso femminile in un altro. Così abbiamo padre, marito, fratello maschili, e madre, moglie, sorella femminili. Si capisce dunque che l’uso di sostantivi maschili che includa il riferimento anche a persone di sesso femminile, come nei casi citati nelle domande, desti curiosità.

Questo uso è senz’altro ben presente nell’italiano contemporaneo. Lo documenterò con due esempi che mi hanno particolarmente colpito.

UOMINI E FRATELLI

In un’intervista, il naturalista Guido Prola, fratello del regista Ludovico e dell’illustratrice Anna Maria, ha descritto parte del suo lavoro di allestitore di sentieri natura nel modo seguente:

(1) «Lavoro in squadra con i miei fratelli», ci racconta Guido. «In particolare, mia sorella contribuisce alla realizzazione dei pannelli natura che installo lungo i sentieri, dipingendone le immagini. Noi tre fratelli mettiamo insieme le diverse competenze per offrire prodotti diversificati».

Nel videomessaggio rivolto a tutto il personale e agli studenti e studentesse dell’Università dell’Aquila l’11 marzo 2020, all’inizio dell’emergenza pandemica, il Rettore Edoardo Alesse ha detto:

(2) L’unico modo per proteggerci e per proteggere le fasce più fragili della popolazione è quello di prevenire il contagio adottando comportamenti efficaci a minimizzare la diffusione del virus: lavatevi le mani ripetutamente, evitate di frequentare ambienti affollati, viaggiate il meno possibile, tenendo a mente che il virus viaggia solo con gli uomini.

In entrambi questi testi, si osserva l’uso di un nome maschile (fratelli, uomini) per comprendere sia uomini che donne: Guido Prola quando dice “i miei fratelli”, “noi tre fratelli” vuole comprendere anche sua sorella; Edoardo Alesse quando dice che “il virus viaggia solo con gli uomini” non vuole certo implicare che le donne siano immuni dal contagio.

Va osservato che in questi testi i nomi maschili usati con riferimento anche a donne sono al plurale: Guido Prola può dire “noi tre fratelli”, ma non direbbe “mio fratello Anna Maria”.

Quindi la possibilità di usare nomi maschili per riferirsi anche a donne ha dei limiti: funziona, almeno per molti parlanti, in modo abbastanza naturale al plurale, quando si fa riferimento a gruppi misti, che comprendono sia uomini che donne; può funzionare al singolare quando il riferimento non è a un individuo specifico, ma generico, come nell’articolo 575 del Codice penale: “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”. Quando si fa riferimento a singole persone specifiche, invece, in molti casi l’uso del maschile per riferirsi a una donna non è possibile: non diciamo cose come *Maria è padre di due figli, *Maria è fratello di Paola, *Maria è un uomo intelligente, *Maria è amico di Anna, ecc.

IL COSIDDETTO “MASCHILE NON MARCATO”

Usi come quelli di uomini e fratelli qui illustrati sono interpretati, in linguistica, come manifestazioni di un fenomeno che è stato denominato da Roman Jakobson (1896-1982), uno dei massimi linguisti del Novecento, “uso non marcato” di uno dei due membri di un’opposizione. Jakobson sostiene che di due categorie grammaticali opposte l’una è “marcata” e l’altra “non marcata”. Il significato generale di una categoria marcata consiste nell’affermare la presenza di una certa proprietà A, positiva o negativa. Il significato generale della categoria non-marcata corrispondente nulla esprime che concerna la presenza di A ed è usato principalmente, ma non esclusivamente, per segnalare l’assenza di A (Jakobson [1957] 1978:157-158).

Jakobson esemplifica il suo ragionamento considerando una coppia di nomi in russo: suprug ‘coniuge, marito’ e supruga ‘moglie’. In alcuni contesti il nome maschile è usato per riferirsi specificamente a un individuo di sesso maschile, come nell’espressione suprug i supruga ‘marito e moglie’, ma in altri casi, come odin iz suprogov ‘uno dei due coniugi’, il maschile plurale è usato in senso generico, per riferirsi a uno dei due membri di una coppia di coniugi, senza specificare se si tratti del marito o della moglie. Secondo Jakobson, dunque, l’uso del nome di genere maschile suprug può avere un duplice valore: in senso specifico può servire a fare riferimento a un individuo di sesso maschile, ma in senso generico non fa riferimento né al sesso maschile né a quello femminile, è “non marcato”; il nome di genere femminile supruga, invece, secondo Jakobson è sempre “marcato”, implica il riferimento all’individuo di sesso femminile della coppia. Gli usi di uomo e fratelli che si citano nella domanda sarebbero dunque usi “non marcati” del maschile, che non implicano il riferimento a persone di sesso maschile, e possono essere interpretati come comprendenti un riferimento anche a donne.

MA IL MASCHILE È DAVVERO “NON MARCATO”?

Sempre più spesso in epoca recente, ma in qualche caso anche già da tempo, non tutti i parlanti di lingue che conoscono il fenomeno del “maschile non marcato” accedono con la stessa naturalezza all’interpretazione generica, inclusiva, “non marcata” dei nomi maschili, e li interpretano invece come riferiti specificamente solo a persone di sesso maschile. Questo provoca a volte reazioni e conseguenze. È ben noto il fatto che Olympe de Gouges (1748-1793) rispose alla Déclaration des droits de l’homme et du citoyen emanata nel 1789 con una Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne. La chiesa cattolica nel 2020 ha sostituito la parola fratelli che appariva in diverse parti della messa e nel testo di diverse preghiere con la formula fratelli e sorelle. L’infettivologo Massimo Galli in una intervista televisiva (a La 7, 13 gennaio 2021) ha dichiarato che “il virus cammina con le gambe delle persone”, evitando l’uso di uomini in un contesto del tutto analogo a quello in cui questa forma era stata usata dal Rettore Alesse. Io personalmente ho reagito con fastidio all’uso di fratelli nella intervista a Guido Prola citata sopra, e di uomini nel messaggio del mio Rettore, sentendo istintivamente che la presenza della sorella di Guido e la mia (come quella di tutte le altre donne) erano oscurate dalla scelta di queste forme maschili, senz’altro “non marcate” nelle intenzioni di chi parlava, ma non sempre recepite come tali da tutti e tutte coloro che ascoltano o leggono un testo che le contiene.

La questione è complicata dal fatto che non tutti i sostantivi maschili si trovano esattamente nelle stesse condizioni: se per evitare di usare uomini in senso “non marcato” sono disponibili alternative come persone, o esseri umani, in italiano per indicare il rapporto che lega persone di qualunque sesso nate dagli stessi genitori non abbiamo un termine unico alternativo a fratelli, come per es. l’inglese siblings o il tedesco Geschwister, come nota Edoardo Lombardi Vallauri (2016). E c’è chi trova l’uso di formule come fratelli e sorelle fastidioso perché troppo lungo, poco economico.

Allargando l’orizzonte a altri sostantivi, troveremmo altre peculiarità e altri problemi.

E molte e molti parlanti sentono comunque il bisogno di usare forme uniche per riferirsi a gruppi di persone che comprendono individui dei due sessi (come i miei figli, i miei studenti, detto anche da chi abbia anche figlie e studentesse).

PER CONCLUDERE

Resta tuttavia il fatto che in molte persone rimane forte il senso di esclusione delle donne provato di fronte a usi cosiddetti non marcati di uomo / uomini e fratelli, e di molti altri sostantivi maschili.

Abbiamo già visto che la possibilità di usare in senso generico, “non marcato”, inclusivo del femminile, diversi termini maschili ha dei limiti (non si dice *Anna Maria è fratello di Guido, ecc.). Nell’epoca contemporanea, in Italia e non solo, questi limiti si stanno ampliando, e l’uso di sostantivi maschili con riferimento a donne o a gruppi di persone che comprendono sia uomini che donne è sempre più spesso percepito come inappropriato, e recepito con fastidio soprattutto da molte donne. Molte e molti parlanti ricercano dunque formule che permettano di non oscurare la presenza delle donne tra i referenti, come fratelli e sorelle invece che solo fratelli, o persone invece che uomini.

_____________________________________________________________________________________________

FONTI:

Gustavo Zagrebelsky

Gustavo Zagrebelsky

https://it.wikipedia.org/wiki/Gustavo_Zagrebelsky

https://it.wikiquote.org/wiki/Gustavo_Zagrebelsky

Le Coliche:

https://www.youtube.com/c/LeColiche

https://www.facebook.com/lecolicheprod

Treccani:

http://www.treccani.it/enciclopedia/democrazia

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Klemperer/5_Spagnolo_LTI.html

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Klemperer/1_Buffagni.html

PIAAC-OCSE | Rapporto Nazionale sulle Competenze degli Adulti:

https://www.oecd.org/skills/piaac/Country%20note%20-%20Italy%20(ITA).pdf

https://www.isfol.it/piaac/Rapporto_Nazionale_Piaac_2014.pdf

https://www.isfol.it/pubblicazioni/research-paper/briefing-notes-le-competenze-degli-adulti-in-italia

Accademia della Crusca: “Un asterisco sul genere”

https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/un-asterisco-sul-genere/4018

I perché dell’italiano. Perché “fratelli” è usato sia come plurale di “fratello” che di “fratello” e “sorella” insieme? Perché “uomo” significa sia “individuo di sesso maschile” che “essere vivente appartenente al genere umano”? | di Anna M. Thornton (Treccani Magazine)

https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/I_perche_dell_italiano_4/02_Thornton.html

La battaglia della Crusca contro lo schwa: “Rende tutto un mucchietto di parole”

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-battaglia-della-crusca-contro-lo-schwa-rende-tutto-un-mucchietto-di-parole_it_61a87719e4b0451e55111228

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

– Vezio Crisafulli, “La Costituzione e le sue disposizioni di principio”, Giuffrè ed., Milano, 1952

– Vezio Crisafulli, “La sovranità popolare nella Costituzione italiana”, in Scritti in mem. V.E. ORLANDO, I, Padova, 1957.

– Carlo Esposito, “La rappresentanza istituzionale”, 1940

– Carlo Esposito, “La costituzione italiana”, CEDAM ed., Padova, 1954

– Martin Heidegger, “In cammino verso il linguaggio” (1959), Mursia ed., Milano, 2007

– Victor Klemperer, “Testimoniare fino all’ultimo: diari 1933-1945”, Mondadori Ed., Milano, 2000

– Costantino Mortati, “La costituzione in senso materiale”, Giuffrè Ed., Milano, 1940

– Gustavo Zagrebelsky, “Il diritto mite”, Einaudi Ed., Torino, 1992 (revisionato e ripubblicato nel 2013)

– Gustavo Zagrebelsky, “Sulla lingua del tempo presente”, Einaudi Ed., Torino, 2010

– Gustavo Zagrebelsky, “Fondata sul lavoro. La solitudine dell’articolo 1”, Ed. Einaudi, Torino, 2013

– Gustavo Zagrebelsky, “Contro la dittatura del presente. Perché è necessario un discorso sui fini”, Ed. Laterza, Roma, 2014.

 

– Corbett, G. G., Number of Genders, in M. Dryer e M. Haspelmath (a cura di), The World Atlas of Language Structures Online, Leipzig, Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, 2013. (Online: http://wals.info/chapter/30, ultimo accesso 04-05-2021)

– Jakobson, R., Commutatori, categorie verbali e il verbo russo [1957], in  Id., Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 1978.

– Lombardi Vallauri, E., Possiamo tradurre sibling? Online:

https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/possiamo-tradurre-sibling/1194 , 29 novembre 2016 (ultimo accesso 06-05-2021).

– La rubrica “I perché dell’italiano: domande e risposte su strutture e usi” è curata da Roberta Grassi e da Enrico Serena. Di seguito gli articoli già pubblicati:

Roberta Grassi, Enrico Serena, Presentazione della rubrica “I perché dell’italiano”

Giuliano Bernini, Introduzione

Sergio Lubello, Perché le desinenze del futuro e del condizionale sono molto simili, rispettivamente, alle forme del presente indicativo e del passato remoto del verbo “avere”?

Elisabetta Bonvino, Perché in alcuni casi il soggetto segue il verbo?

Salvatore Claudio Sgroi, Perché si dice “Se io andassi alla festa mi annoierei” e NON SI DICE “se io andrei mi annoierei” e NEPPURE SI DICE “se io andrei mi annoiassi”? – Sulle Regole e le norme del periodo ipotetico

Anna M. Thornton (Treccani Magazine)

L’autore dell’articolo:

Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/

https://andreagiostrafilm.blogspot.it

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Andrea Giostra al mercato di Ballarò di Palermo_Ph. Mapi Rizzo

Interviste ad Andrea Giostra | Play List di YouTube:

 

© Riproduzione Riservata
Tag:

Fenomeno serie tv

di Michele Lombardo

Anno nuovo, tante novità in arrivo

Con l'arrivo del 2022, le varie piattaforme streaming hanno annunciato molte novità  che riguardano sia nuove stagioni di serie già andate in onda, sia diverse interessanti nuove serie.

Fuori dal coro

di Pietro Busetta

Il colpo di mano sull’autonomia differenziata

Subdolamente con un inserimento nella legge di bilancio sta passando l’autonomia differenziata. Si tratta di un collegato alla legge di bilancio fatto passare nella notte che sta riportando il tema dell’autonomia in corsa per essere approvato.

In Primis la Sicilia

di Maurizio Scaglione

Una politica con troppi Capi e pochi Leader

Sono giorni frenetici per la politica nazionale e siciliana. Iniziano assemblee, vertici e riunioni dei partiti per discutere le migliori strategie, per non perdere posizioni e leadership nelle varie coalizioni. Ma tutto ciò serve veramente a qualcosa?

Alpha Tauri

di Manlio Orobello

Il Re traditore

Il 2 giugno 1946, con la proclamazione della Repubblica Italiana veniva scritta la parola fine alla monarchia e con essa alla guida dello stato  da parte della casa Savoia.

Segreti e non misteri

di Alberto Di Pisa

Lincoln come Kennedy, il potere dei soldi

Il 14 aprile 1865, Abramo Lincoln, sedicesimo presidente degli Stati Uniti, fu assassinato raggiunto da un proiettile calibro 44 sparatogli alla testa da un sicario. fu ucciso mentre, dal palco presidenziale, assisteva alla commedia musicale Our American Cousin