20 Aprile 2019 - Ultimo aggiornamento alle 15.47

Il ragazzo con la valigia

9 Febbraio 2019

botindari epruno

Carissimi

Il ragazzo guardava alla Tv i vecchi documentari “accelerati” in bianco e nero che rappresentavano storiche testimonianze di gente povera, costipata nei bastimenti, piangere alla vista della Statua della Libertà, prima di sbarcare ad Ellis Island ed entrare in quella terra che avrebbe dovuto cambiare le sorti della loro vita.
Gente povera, gente ignorante, a volte anche gente che voleva ricominciare da capo o fuggiva dal delinquere nella propria terra.

emigrati in america, new york, statua della libertàEra l’epoca delle valigie a volte di cartone rese ancora “più sicure” da giri di spago tutt’intorno non perché le loro chiusure non bastassero, ma perché la prudenza non era mai troppa e queste immagini sempre più nitide si sono ripetute anche nel dopoguerra e nei periodi delle grandi migrazioni interne sul suolo italiano, da Nord a Sud.

Il ragazzo pensava che la sorte toccato ai propri avi sarebbe potuta invertirsi e migliorarsi attraverso una unica decisione, studiare, laurearsi, ambire a diventare la classe dirigente della propria terra, allontanarsi da un destino ormai millenario, attraverso l’istruzione e la competenza specialistica.

Non erano più i figli di chi aveva patito la fame e la guerra, ma i lori nipoti, i figli di quei figli che avevano fatto ben altre “rivoluzioni intellettuali” come il mitico “’68” o addirittura i nipoti di questi ultimi e cioè i figli “dell’Erasmus”, ragazzi che avevano imparato a conoscere il mondo viaggiando.
Il ragazzo pensava a ciò, in quell’ora scomoda del mattino, mentre seduto sulla panca della sala d’imbarco aspettava il suo aereo, avendo lasciato dietro l’ultimo varco, la famiglia dopo uno straziante abbraccio e tante lacrime. Non partiva per la guerra, ma sapeva che non sarebbe mai più tornato se non per le vacanze nella terra che lo aveva visto crescere e custodiva le sue radici.

Ironia della sorte, pensava ai fagotti di poveri stracci degli emigranti del secolo scorso corredati dal bagaglio di grande ignoranza e guardava il suo odierno zaino con all’interno un moderno personal computer costantemente collegabile al web e all’accesso a tutti i “saperi” in esso riversati, ma la sua sorte e la direzione di quei migranti di allora erano le stesse.

Non era più l’istruzione a distanza di un secolo a far da discriminante nel mettere le valige in mano ai giovani. Era l’ottusità di certe politiche e l’incapacità di questa terra nel costruire un futuro migliore a spingere i giovani ad andare via.

Era la soppressione delle opportunità di seri “apprendistato” (la scomparsa dei maestri) a finire per riversare questa marea di giovani laureati (come le tante tartarughine appena nate) verso un mare pieno di pesci più grandi pronti a mangiarli.

Erano i profittatori a far scappare i giovani, erano coloro che sfruttando la necessità, pretendevano le prestazioni con la presunzione di pagare dopo o addirittura non pagare … coloro oggi convinti che il lavoro sia diventato gratuito.
Il ragazzo nell’attesa dell’imbarco guardava nei monitor le immagini di quelle altre migrazioni oggi all’onore della cronaca fatte di disperati di qualunque colore sul gommone del canale di Sicilia o di Sudamericani in marcia verso il confine Messicano con l’America, guardava tutta quella gente in cerca di una sorte migliore che andava verso muri eretti per impedirne o contenerne i flussi.

Lasciare la propria terra è brutto per tutti.

Il ragazzo pensava che nella ricerca di una sorte migliore c’era forse un punto in comune con tutti costoro anche se era consapevole che le sue chance erano di gran lunga migliori di questi poveri disgraziati, i più fortunati dei quali sarebbero finiti per fare nel mondo occidentale ciò che da anni non ci degniamo più di fare, o addirittura per fare vite disperate nelle nostre strade, preferendole di gran lunga a vite lasciate nei luoghi d’origine.

Il ragazzo sapeva che una laurea gli avrebbe certamente riservato grosse soddisfazioni e lo avrebbe realizzato in contesti oggi pronti e strutturati all’accoglienza delle intelligenze.

Oggi toccava a lui sognare, come toccò un tempo ai luminari e gli ingegneri dell’est, gente di grande cultura, “confinati nei paesi del blocco sovietico prima della caduta del muro” che vivevano vite molto modeste con stipendi che garantivano i mezzi di sostentamento essenziali e che desideravano di venire nell’Occidente, o come le giovani coppie americane che alla nascita del proprio figlio, iniziavano a creare un fondo di risparmi per poterlo mandare all’università e sognavano di fare la differenza nella sua vita.

Lui questo titolo di studi lo aveva già e lo portava insieme con sé nel suo zaino e non si riusciva a capacitare di come l’essere umano non avesse imparato nulla dalla storia e come tutto fosse pronto a ripetersi, come in un giorno della marmotta, in una perenne “scalata al ribasso”, in una perenne guerra tra poveri.

Un abbraccio, Epruno.

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