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Il Risorgimento siciliano “al femminile”, la storia di Rosa Donato

21 Giugno 2019

C’è un Risorgimento siciliano al femminile, ma sappiamo che la memoria storica non è il nostro forte, di cui ben poco si parla. Eroine che, tanto quanto gli eroi del sesso forte, hanno dato un contributo fattivo alla storia di quella complessa vicenda che porterà all’unità del Paese.

Mi sono occupato, in precedenti interventi, di Antonina Cascio, la messinese che è stata protagonista di ben tre rivoluzioni, ora tocca a Rosa Donato, anche lei messinese.

Questa figlia del popolo, che vestiva con abiti maschili e si comportava da maschio, la troviamo, armi in pugno, nel fuoco della rivolta antiborbonica del 1848. Senza temere per la sua vita, tanto che il patriota messinese Giuseppe La Farina affermava nelle sue memorie che “aveva un cuore per audacia e per abnegazione”, negli otto mesi che durò la rivolta si trovò sempre in prima linea. Ma quel che la rese famosa fu il fatto che, proprio ad una donna, fosse stato affidato ma, piuttosto, si fosse lei stessa affidata, il comando di una batteria di cannoni, quella di “Pizzillari, nella zona di “Portalegni”. Da quella postazione Rosa Donato bersagliava, con colpi micidiali, gli avversari.

Quando i Borbone, dopo l’orrendo bombardamento che valse a Ferdinando II il dispregiativo nomignolo di “re bomba”, riuscirono a riprendere Messina, Rosa Donato, una dei pochi sopravvissuti agli scontri, fu catturata e richiusa in un’orrida prigione. Lì, nonostante fosse donna, non ebbe un trattamento speciale, anzi, immaginando che tenesse segreti su patrioti sfuggiti alle retate, fu sottoposta a terribili torture. Si dice che, nonostante le afflizioni, Rosa Donati mantenesse un atteggiamento dignitoso e, nonostante le profferte dei suoi carcerieri, non tradì i suoi compagni d’avventura.

In quella prigione passò diversi anni e, alla fine, quando riconquistò la libertà, scoprì di essere sola e senza mezzi per sostenersi. Nessuno di quelli che in qualche modo avevano simpatizzato per la rivoluzione, forse anche per paura delle ritorsioni borboniche, le diede una mano per potersi sostentare.

Così, Rosa, l’eroina senza macchia e senza paura, la ritroviamo, vestita alla bene e meglio, a vagare per le vie cittadine con la mano stesa a chiedere l’elemosina”.

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