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Un partito che oscilla tra destra e sinistra

Il senso (oscuro) di Angelino Alfano per i nomi dei suoi partiti e la difficile risalita sul carro del centrodestra

di
25 Luglio 2017

«Vogliono i nostri voti perché Renzi non è sicuro di battere Di Maio e Berlusconi non è sicuro di battere Salvini». Così parlò Alfano alla Summer School di Giardini Naxos.

Chissà se qualcuno in queste settimane gli ha rivolto lo stesso quesito che un vecchio dirigente locale di Alleanza Nazionale poneva sempre quando si parlava di transitare in un unico partito del centrodestra:«Se devo finire da Berlusconi non c’è bisogno che mi ci porta qualcuno. Ci vado da solo. Mi spiegate perché avrei bisogno di Fini per finire dentro Forza Italia?»

Già, la sindrome del delfino spiaggiato, quella che in politica hanno fatto nel tempo, più o meno, Casini, Fini, Martelli, Parisi. Quelli che non diventano mai comandante in capo.

Inquietante da vivere sulla propria pelle. L’emorragia annunciata di un fronte vasto che chiede asilo e sopravvivenza scegliendo l’autobus berlusconiano non è una fantasia di mezza estate.

Eppure Alfano, tiene duro. O almeno ci prova. Spiega, asserisce, sbotta, poi torna calmo, consapevole del fatto che non c’è molto di più da fare in momenti come questo.

In più c’è “lo strano caso dell’uomo che sbagliava nome ai suoi partiti”.

Alfano, alternativo o popolare? I giochi di parole della politica da sempre si rinnovano nelle sigle, sconfinano  negli slogan, ammiccano alla gente nella speranza che tra memorizzazione e identificazione, alla fine, qualcosa rimanga.

Le asincronie dei nomi che Angelino Alfano ha dato alle sue creature in politica da quando cessò di essere “il figlio prediletto” di Berlusconi dentro Forza Italia, si sono spesso abbinate a un vero e proprio contrappasso.

Nel 2013 Alfano fonda NCD (Nuovo centrodestra) col pretesto di non voler tornare dentro Forza Italia.  La fine del Partito della Libertà, esaurita la fase di svuotamento di Alleanza Nazionale, si compie in breve tempo e trova Alfano desideroso di essere ancora interlocutore a destra, ma abilissimo ed eclettico camaleonte a salire sui governi  Letta prima e Renzi poi.

Alfano si fa pregare per dire di sì su Mattarella al Quirinale, ma poi si accoda senza grossi problemi.

Sono gli anni in cui  è comodissimo essere di destra in un governo di centrosinistra. Le gelosie e i rancori, che riesce a catalizzare con bravura particolare nel suo ex mondo rimangono parcheggiati latenti, pronti a essere ridestati  al momento giusto.

Da ministro di peso (Esteri e Interni) non riesce a far crescere il suo partito. Fa finta di subire il ridimensionamento necessario di Maurizio Lupi , dopo la vicenda che portò alle dimissioni dell’ex ministro delle Infrastrutture, perde per strada, più o meno un anno, fa  l’ex presidente del senato Schifani e subisce un’altra botta al fulmicotone con le dimissioni  da sottosegretario di Simona Vicari, coinvolta nell’inchiesta che ha riguardato in primavera Siremar e l’imprenditore trapanese Morace.

Ma Alfano rimane impassibile. A metà marzo ribattezza Alternativa Popolare, nella quasi certezza che col Cav non si correrà mai più.

Campo di gioco esclusivo il centro.

Il filo diretto con Renzi, proseguito nel terzo governo di legislatura di centrosinistra  di cui il partito di centrodestra ha fatto parte, rimane attivo.

Renzi in verità non fa mistero di mal sopportare il leader centrista, prima ancora che la spaccatura diventi evidente a tutti.

A cavallo delle elezioni amministrative in Sicilia Vicari e Misuraca vengono dati in avvicinamento all’area renziana di Faraone, ma poi non se ne fa niente e tutto viene derubricato come il solito gossip che non prende il volo.

Nell’isola la leadership di Alfano, a differenza del resto del Paese, tiene. Castiglione è il più fedele di tutti. Cascio osserva tra fiducia e perplessità. Gli altri seguono a ruota e gli vorrebbero domandare ad esempio il perché della chiusura totale a difesa e protezione del nome di La Via come candidato per Palazzo d’Orleans.

Ma il delfino ormai è cresciuto e vola alto. Sa che il centro in Italia non decolla per la radicalizzazione degli schieramenti e perché i moderati prefirscono mimetizzarsi piuttosto che affrontare una scommessa per tempo in prima persona.

In questi casi, quello che viene è fortuna.

 

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