Il viaggio di Goethe in Sicilia, tra splendore e orrore :ilSicilia.it

DAL SUO ARRIVO A PALERMO FINO ALLA VALLE DEI TEMPLI

Il viaggio di Goethe in Sicilia, tra splendore e orrore

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13 Luglio 2020

Johann Wolfgang Goethe il 2 aprile 1787 sbarcò a Palermo, pronto ad esplorare la Sicilia e ad apprezzarne le bellezze. Del viaggio sull’Isola, lo scrittore tedesco ci fornisce testimonianza nel libro “Viaggio in Italia”, scritto nel 1816-17, dove emerge la sua impressione sulla Sicilia e sui siciliani.

Goethe rimase estasiato del clima e della città di Palermo sulla quale scrisse “Come essa ci abbia accolti non ho parole per esprimere: gelsi d’un verde appena nati, oleandri sempre verdi, spalliere d’agrumi […]; in un giardino pubblico [villa Giulia] grandi aiuole di ranuncoli e di anemoni. L’aria è dolce, mite, profumata; il vento tiepido. La luna sorgeva dietro ad un promontorio e si specchiava nel mare: quale godimento dopo aver passato quattro giorni e quattro notti in balia delle onde!”.

Ma emergono anche le prime contraddizioni e agli elogi si susseguono presto le critiche. Lo scrittore tedesco rimase fortemente impressionato dall’enorme quantità di spazzatura e sporcizia presente nelle strade principali di Palermo, per cui ogni volta che vi era un leggero venticello la polvere s’innalzava investendo persone, cose, animali e finestre. Di fronte a questo spettacolo, Goethe chiese spiegazioni ad un mercate della zona, il quale ammise che gli abitanti di Palermo quotidianamente avevano a che fare con le strade colme di paglia, strame, avanzi di cucina e tanto altro letame, una questione a cui difficilmente si riusciva a trovare soluzione. Il mercante, con rassegnazione, amarezza e ironia, affermò che “si ha paura che, a portar via tutto questo letamaio, si veda ancor più chiaramente in quali pessime condizioni si trovi il lastricato della via; per cui si scoprirebbero alla loro volta anche le magagne della pubblica amministrazione”.

Il culto palermitano di Santa Rosalia suggestionò profondamente lo scrittore tedesco. Così, egli si recò sul Monte Pellegrino rimanendone folgorato per la bellezza della forma e giunto in cima alla vetta visitò la grotta-santuario, dove erano state ritrovate nel 1624 le ossa della santa, constatando che “forse tutta la cristianità […] non possiede altro santuario che sia addobbato e venerato in modo più ingenuo e commovente”. La mattinata della domenica di Pasqua, visitò le varie chiese di Palermo ma fu anche attento osservatore delle classi popolari urbane.

Il giorno successivo, il Lunedì di Pasqua, si recò a Bagheria per visitare Villa Palagonia. Il giudizio di Goethe sulla cosiddetta Villa dei Mostri è assolutamente negativo. Ne rimase sconcertato e si dispiacque di aver sprecato tutto il giorno per vedere delle mostruosità che, secondo lui, erano figlie della mente di un folle, di uno squilibrato. Rimase disgustato sia degli arredamenti eccentrici della Villa, sia delle statue mostruose, sostenendo che “l’aspetto disgustoso di questi mostri abborracciati da un qualsiasi tagliapietre, è reso ancora più evidente dal volgarissimo tufo in cui sono scolpiti”.

Nel dialogo avuto col mercante, lo scrittore tedesco non aveva soltanto commentato lo squallido stato delle vie cittadine, su cui l’interlocutore palermitano aveva saputo anche scherzare, seppur amaramente. Infatti, Goethe aveva anche speso parole di delusione e disprezzo per villa Palagonia, ritenendo che fosse frutto del delirio del suo proprietario, il principe Ferdinando Francesco II. E nel momento in cui lo scrittore tedesco iniziò a criticare un personaggio potente, quale era il principe di Palagonia, che ricopriva diverse cariche pubbliche, un “barone” di Palermo insomma, ecco allora che l’atteggiamento del mercante cambiò immediatamente e tentò di chiudere velocemente il discorso ben consapevole dei rischi cui poteva andare incontro se si fosse inoltrato in quel genere di conversazione.

Da queste dinamiche, raccontate da Goethe, emerge un aspetto del carattere antropologico del popolo siciliano dell’epoca. Tant’è vero che, pochi anni prima, il 5 dicembre 1782, il viceré Domenico Caracciolo, riferendosi alla Sicilia, scrisse al ministro Acton a Napoli le seguenti parole “è necessario che le popolazioni di quest’Isola veggano e conoscano i loro Sovrani […] onde si diminuisca quel rispetto ai Baroni, che qui tiene la bassa gente, per lunga abitudine avvezza alla servitù e all’oppressione dei medesimi”.

Lo scrittore tedesco non si limitò a visitare Palermo e alcune zone costiere ma s’inoltrò anche per l’interno dove potette constatare il dissesto delle vie di comunicazione, le difficoltà legate al vitto e all’alloggio, un’Isola che gli appariva sempre più “petrosa e deserta”, dove era difficile scorgere abitazioni e alberi, dove a dominare erano colline e valli messe a coltura. Lo scrittore tedesco, pertanto, si rese conto che la precaria situazione viaria rendeva gli spostamenti molto difficili e ciò amplificava le distanze tra i luoghi con negative ripercussioni sociali ed economiche.

Goethe visitò la Sicilia con spirito classicista e naturalista. Per tale ragione egli era interessato ai monumenti antichi, rimanendo estasiato dal Tempio di Segesta e dalla Valle dei Templi di Agrigento. Rimase ammaliato dalla natura, dal paesaggio, dalla flora, dalle rocce e dai minerali dell’Isola. Ecco perché lo scrittore non attenzionò i monumenti medievali di Palermo come la Cappella Palatina. Infatti, i viaggiatori tedeschi che si recavano in Sicilia alla fine del Settecento e all’inizio dell’Ottocento erano desiderosi di ammirare il mondo greco, elevato a ideale, considerato coincidente col buon gusto. Per cui, le architetture normanne di Sicilia rappresentavano, per i tedeschi del tempo di Goethe, il gusto gotico, coincidente col cattivo gusto, quindi da respingere e non considerare.

Goethe definì la Sicilia come “chiave di tutto”, cioè luogo di splendore, bellezza e armonia ma allo stesso tempo luogo di povertà, sofferenza, miseria e ingiustizia sociale. Luogo di contraddizioni col quale bisognava avere a che fare per poter avere un’idea complessiva e attendibile della penisola italiana. Una sineddoche storico-socio-culturale, potremmo dire, o anche metafora che può superare i confini nazionali, assumendo valore universale.

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