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Impariamo l’antifragilità per prepararci a ripartire

24 Marzo 2020

Ho ripreso a leggere in questi giorni un saggio di Nassim Nicholas Taleb <Antifragile, prosperare nel disordine>, un testo che offre riflessioni importanti e necessarie per preparare la ripartenza.

Per un futuro possibile.

Il saggio offre una prospettiva innovativa: la chiave di tutto potrebbe essere l’antifragilità. Ben diversa dalla resilienza, l’antifragilità è la capacità di lavorare sull’incertezza, su un evento di straordinario imprevisto impatto, per cambiare.

Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a sé stesso; l’antifragile invece scopre le sue fragilità, affronta il cambiamento, innova,  e si migliora.

L’incertezza, la volatilità sono qualità inevitabili, alla base di tutto di ciò che muta nel tempo. Questo sta succedendo adesso: è tutto incerto. Tutto sembra sfuggire al nostro controllo. Ed allora usiamo questo tempo per imparare a diventare antifragili e prepararci a ripartire.

Perché la variabile decisiva <dopo> sarà la velocità di reazione, la creatività, l’attitudine ad innovarsi, la capacità di uscire dalla comfort zone ed affrontare il nuovo scenario.

L’antifragilità ci aiuta a capire meglio la fragilità, a valutarla come una qualità che spinge a prendere prima consapevolezza delle leve per ripartire, ad abbandonare quella comfort zone che ha sinora rimandato sempre “a domani”  l’innovazione.

Un po’ come avvenuto con lo smart working, che oggi è diventato in pochi giorni prassi e sino a qualche settimana fa era solo una parola per una stretta cerchia di addetti ai lavori.

“E’ nella crisi che sorgono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato”. Albert Einstein nel 1931, ne “Il mondo come io lo vedo” aveva tracciato la direzione. A noi sta oggi, raccogliere la sfida.

Non possiamo incidere sulla pandemia se prima non ci sottraiamo al contagio; non possiamo pensare di far ripartire il business senza prima ridurre le perdite; non è possibile chiedere alle imprese di fermarsi se non immettiamo liquidità nel sistema. Così non possiamo diventare antifragili se non partiamo dalle nostre fragilità.

La debolezza della modernità sta proprio nell’avere ignorato la fragilità, dando spazio ad una società deterministica. La situazione odierna ci ha improvvisamente dispiegato il maggior fattore di fragilità della società, nonché il principale generatore di crisi : l’attitudine a non mettersi in gioco.

Lo stiamo vivendo tutti nella nostra pelle: l’emergenza coronavirus sta cambiando le nostre abitudini, il nostro modo di lavorare. Ma sta, in modo ancora più incisivo, cambiando i sistemi produttivi ormai minati dalla incertezza e dalla volatilità.

Il rischio di impresa è diventato rischio di sistema. Il vantaggio competitivo sarà allora in chi più rapidamente innova, creando discontinuità dal sistema.

Il reinventarsi, l’aggiornamento continuo del proprio bagaglio di competenze non sono più un lusso, ma una pratica essenziale quotidiana. Necessaria per resistere e competere in un ecosistema che non ha più scenari di lungo periodo ma che evolve continuamente.

Questo ci sta insegnando l’emergenza di questi giorni: bisogna farsi trovare pronti al cambiamento. 

Roland Barthes disse “Nessun potere, poco sapere, un po’ di saggezza e più sapore possibile”.  Quest’affermazione sintetizza, come poche altre, la grande sfida dei nostri tempi. Descrive infatti i tempi volatili, incerti, complessi e ambigui che caratterizzano oggi il mercato del lavoro. E può essere anche una leva per uscire dalla crisi.

La trasformazione da realizzare non è solo tecnologica; la tecnologia resta il fattore abilitante per il cambiamento. A trasformarsi dovrà invece essere il sistema, l’economia, l’impresa, il manager, il professionista, l’impresa, il sistema.

Il sapere disapprendere e riapprendere diventa allora la chiave vincente per ripartire. Ed oggi, quanto mai necessario per affrontare il mutamento di mercato connesso alle conseguenze di inabilità prodotte dall’emergenza coronavirus.

Il mondo del lavoro ha bisogno di flessibilità e capacità di governare il cambiamento. Ha bisogno di manager che sappiano innovare innovando per primi sé stessi.

Non ce ne eravamo resi conto. Oggi, la modalità smartworking è la prassi. In appena venti giorni si è passati da modalità innovativa a regola. E molti non sono attrezzati al passaggio immediato, sia perché mancano di infrastrutture digitali e adeguati sistemi di trasmissione dati in sicurezza, sia perché i modelli di business sono organizzati in modalità tradizionale.

Dovremo abituarci a questo. Perché il cambiamento repentino che stiamo sperimentando in questi giorni ci sta facendo capire quanto eravamo resistenti al cambiamento. Quanto eravamo fragili.

Per ripartire servirà mettere in moto nuove competenze, servirà agilità, flessibilità, responsabilità sociale, propensione al cambiamento, innovazione.

Occorre essere pronti a un’economia, una società e una cultura che si modificano costantemente e che portano con sé continui cambiamenti nelle modalità di lavoro e necessitano di apprendimento continuo.

Ma per apprendere, bisogna prima imparare a disapprendere.

Bisogna imparare a disapprendere (questa spesso la parte più difficile), per far spazio al nuovo, affrontando il mondo del lavoro con nuovo approccio basato sulla capacità di fronteggiare il cambiamento e l’adattabilità ad affrontare le sfide, innovando e non inseguendo innovazione.

Questa é una delle lezioni che stiamo imparando in questi giorni, in cui l’emergenza COVID19 sta impattando sulle organizzazioni di lavoro.

Il futuro possibile passa anche da quanto ci faremo trovare pronti a cambiare. A disapprendere ciò che non serve più ed apprendere e riapprendere quello che oggi il mercato chiede.

A scoprirci fragili, per diventare più forti.

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