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Intitolare una via a Giorgio Almirante in ogni comune italiano

22 Gennaio 2020

Se il nostro Paese fosse una democrazia matura, occorrerebbe intitolare una via a Giorgio Almirante in ogni comune italiano. E invece, ogni qualvolta una città o un paesello decidono di dedicare allo storico leader del Movimento Sociale Italiano scomparso nel 1988 una strada o una piazza, apriti cielo: sempre la stessa storia, con orde di novelli fustigatori, pronti a indignarsi a orologeria, sventolando motivazioni legate ai trascorsi fascisti di Almirante.

Una furia ideologica, che non fa affatto bene all’Italia, perchè di fatto è lo specchio di come il nostro Paese non sia mai uscito da quel clima di contrapposizione, che richiama addirittura alla guerra civile del 1943 tra fascisti repubblicani di Salò e antifascisti. Sono passati quasi ottant’anni, ma ancora l’Italia resta imbrigliata in schemi lontani, anzi lontanissimi dall’attualità.

Se oggi si guardasse alla storia in modo obiettivo, occorrerebbe ricordare come proprio Giorgio Almirante, dopo la nascita della Repubblica di Salò, salvò un suo amico ebreo e la famiglia di questo dalla deportazione in Germania, nascondendoli in un locale del Ministero della Cultura Popolare. Non solo. Lo stesso Almirante, con la propria azione, contribuì non poco – dagli anni sessanta in poi – a far uscire la politica italiana dagli schemi del passato, favorendo la sua modernizzazione e stabilizzazione. E lo fece in più occasioni. E’ stato lui, infatti, a inventare lo slogan “alternativa al sistema”, con cui il Msi si pose come risposta politica alla Democrazia Cristiana prima e al cosiddetto pentapartito poi (i governi di coalizione fra la Dc, i socialisti, i repubblicani, i liberali e i socialdemocratici). Ed è stato stato lui a dar vita alla cosiddetta “destra nazionale”, inglobando all’interno del suo partito monarchici, conservatori e liberali di centrodestra (dunque, non certo pericolosi fascisti).

Ma non è tutto, il Movimento Sociale di Almirante fu – in un certo senso – la salvezza politica per molti giovani che, altrimenti, nei cosiddetti “anni di piombo” avrebbero scelto la sbrigativa e irrazionale via della lotta armata (come molti altri fecero), distruggendo l’altrui e la propria vita. Grazie ad Almirante, quindi, l’opposizione di destra al sistema restò politica e parlamentare, evitando e anzi, scongiurando, quella deriva armata che in quegli anni sarebbe stata comunque possibile.

E non è un caso che nel 1984, lo stesso Giorgio Almirante rese onore alla salma del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, con cui in passato si era incontrato diverse volte in gran segreto. E come Almirante a destra, anche il leader del Pci, volle che il suo partito restasse a sinistra nell’ambito dell’azione parlamentare e democratica, sconfessando e isolando le tentazioni brigatiste o extraparlamentari di molti, dalle fabbriche alle università.

Se oggi la sinistra fosse matura, occorrerebbe ricordare quegli episodi, così come andrebbe sottolineata quella pagina di storia che avvenne alla morte del leader missino nel 1988, quando il partigiano e storico leader comunista Gian Carlo Pajetta “ricambiò la visita”, rendendo onore alla salma di Almirante.

Per queste ragioni, è un peccato che la senatrice a vita Liliana Segre abbia commentato la doppia decisione della città di Verona di intitolare una strada a Giorgio Almirante e nominare lei, al contempo, cittadina onoraria, con una frase quasi da ultimatum “O me o lui, le due attribuzioni sono incompatibili”. Un peccato, ma anche un rischio, perchè con simili affermazioni c’è il pericolo che le posizioni si estremizzino e indirettamente si alimenti quel clima di odio, di cui spesso si parla in modo pressocché unilaterale e di cui l’Italia non ha certo bisogno. Presupponiamo, di certo, la buona fede della senatrice, ma sarebbe davvero ora di smetterla con conflitti ideologici che non hanno ragione di esistere, riconoscendo quel ruolo nazionale e quella dignità politica a un grande leader italiano come Almirante, che – vogliamo ricordare – fu parlamentare della Repubblica per ben dieci legislature e che qualche urlatore di professione o sardina oggi vorrebbe negargli.

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