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L’8 marzo non riguarda le donne ma la società nel suo complesso

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8 Marzo 2020

L’8 marzo ricorre la Giornata internazionale dei diritti della donna, istituita per ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche, ma anche le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto. Un’occasione non di festa quindi ma di riflessione su quanto ancora c’è da fare e, dati alla mano, di quanto non è più derogabile fare.

Partiamo dal lavoro. L’occupazione femminile che in Italia mostra dati preoccupanti, con un indice tra i più bassi in Europa. Secondo i dati Istat, il 43% delle donne in età da lavoro è fuori dal mercato contro una media Ue del 20%. Un dato che mostra poi forti differenze tra nord e sud: il tasso di disoccupazione femminile è al Sud pari al 21,9%, contro il 9,1% del Centro Nord (quasi 13 punti di differenza!). Ma se si guarda alle giovani donne, tra 15 e 24 anni, il divario è pari al doppio: 55,3% nel Mezzogiorno e 27,7% nelle regioni centrali e settentrionali.

Ancora più allarmanti i numeri per le madri lavoratrici, per l’assenza di un sistema efficace di caregiver e di misure concrete di conciliazione.

Da una  cultura centrata sulla co-genitorialità e sulla valorizzazione della famiglia come caregiver principale, si è passati ad una cultura di workfare, caratterizzata da una forte segregazione di gemere e in cui il caregiver principale è esterno alla rete familiare. Le conseguenze sono evidenti in termini di denatalità ma anche di piena occupabilità delle donne.

Le donne che lavorano guadagnano poi, a parità di posizione lavorativa,  molto meno dei colleghi uomini.  Un esempio per tutti: nel mondo della libera professione il gap retributivo è ancora più marcato: dai dati INPS emerge che il reddito medio degli uomini è quasi il doppio di quello delle donne, mentre le libere professioniste iscritte ad un ordine professionale guadagnano il 38% in meno dei colleghi uomini.

Ed una donna che non lavora, non ha poi diritto alla pensione individuale; il 18% delle donne anziane non riceve oggi alcuna forma di pensione, contro il 3% degli uomini. Le donne, che rappresentano il 47% dei pensionati, percepiscono solo il 34% dell’importo complessivo e l’80% delle pensioni  al minimo sono erogate alle donne.

La donna viene quindi privata della sua indipendenza economica. Un tema su cui porre l’attenzione in occasione anche dell’8 marzo è proprio questo: il fortissimo legame tra opportunità lavorative della donna e violenza di genere. Una donna non indipendente è infatti meno libera di scegliere e più fragile nei confronti di chi vuole esercitare su di lei violenza.

Cosa fare allora concretamente per dare all’8 marzo un senso che vada oltre la ricorrenza?
Tra le più urgenti riforme necessarie a favorire il riequilibrio di genere, serve una legge di sistema che garantisca una migliore applicazione pratica del principio della pari retribuzione e tracci la strada per un recupero della disparità retributiva tra generi e sulle misure di conciliazione paritarie come il congedo di paternità non volontario.

Le pari opportunità devono diventare inoltre un ambito di professionalizzazione bene definito, ad esempio introducendo un approccio professionalizzante nella filiera istruzione-formazione-lavoro per lo sviluppo di percorsi di carriera che tengano adeguatamente conto delle competenze di genere.

Un altro campo di azione deve riguardare la flessibilità oraria, facendo però attenzione a tutte le forme di impiego a tempo parziale involontario, che riguarda il 25% della popolazione lavorativa e che investe in misura maggiore le donne per l’assenza di un’adeguata rete di welfare. Una ragione del lavoro a tempo parziale involontario è costituita infatti dalla mancanza di adeguate infrastrutture di assistenza e di modalità di lavoro flessibili, che potrebbero offrire migliori opportunità per conciliare vita professionale e vita privata.
Tra le azioni che le aziende possono mettere in atto per favorire l’equilibrio di genere, la creazione di una cultura inclusiva, la garanzia di parità di accesso alle opportunità di carriera, l’abilitazione del lavoro flessibile (31%), la revisione dei processi di reclutamento e coaching, le retribuzioni da legare alla produttività.

La promozione della parità di genere non è una tematica ‘femminile’, ma è il presupposto per far crescere tutta la comunità.

Migliorare la condizione delle donne, rafforzandone il ruolo nel lavoro e nella rappresentanza sociale e politica, migliora infatti l’efficienza economica, rafforza la  coesione sociale e produce sviluppo. Per tutti.

Dare alle donne riconoscimento sociale e sostegno all’autorganizzazione permette loro di emergere come attori sociali ed economici ed influenzare e plasmare le politiche, con una visione a 365 gradi meno influenzata dal pensiero dominante e più aperta a cogliere le sfide.

Ma il primo passo deve certamente essere di natura culturale: sino a quando tratteremo il tema della parità di genere come un tema declinato al femminile, confinato alle donne, non è di diritti che parliamo ma di cortesia.

La parità è un principio costituzionale, sancito dall’art.3 della Costituzione, che riguarda la società nel suo insieme, perché solo una società che persegue collettivamente la parità di genere può davvero essere forte sul piano economico e sociale.

Ben venga quindi l’8 marzo, giornata internazionale dei diritti.

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