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La Costituzione “rivoluzionaria” delle Due Sicilie e la “religione di Stato”

14 Febbraio 2020

La rivoluzione napoletana del 1820/21, che costrinse re Ferdinando a concedere la Costituzione, si avviò col pronunciamento dei reparti di Nola, comandati dai sottotenenti carbonari Silviati e Morelli – entrambi sarebbero stati giustiziati dopo la restaurazione -, che occuparono Avellino il 2 luglio del 1820.

I rivoluzionari, carbonari e murattiani, avevano avuto come modello la rivoluzione spagnola e, per questo motivo, chiesero che per il Regno delle Due Sicilie venisse adottata la carta costituzionale di Cadice che, in quel tempo, rappresentava il più avanzato documento democratico in vigore nel continente europeo. Un modello molto più avanzato di quella carta che, nel 1812, il parlamento siciliano aveva costretto a far adottare al sovrano Borbone, che appose la firma dell’erede al trono Francesco cui erano stati conferiti i poteri dell’alter ego. La Costituzione spagnola spazzava, infatti, via il peso dell’aristocrazia prevedendo una sola camera elettiva.

Adottare la Costituzione spagnola, un testo lungo di centinaia di articoli, impegnò in un lavoro notevole di approfondimento e di rielaborazione i parlamentari e sottrasse tempo ad impegni più urgenti, a cominciare da quelli militari necessari viste le preoccupazioni che emergevano nel quadro politico internazionale, l’Austria di Metternich non poteva accettare la messa in crisi dei risultati del Congresso di Vienna, e la necessità di una risposta utile alla rivoluzione-controrivoluzione che era scoppiata a Palermo e che rischiava di estendersi all’intera isola.

L’impegno costituzionale, cui contribuirono in modo sostanziale i delegati siciliani come il catanese Vincenzo Natale, si concluse qualche tempo prima che l’arrivo delle truppe austroungariche mettesse, drammaticamente, fine all’esperimento democratico ripristinando la monarchia assoluta e rimettendo sul trono, con pieni poteri, l’anziano re Ferdinando. La Costituzione approvata, un testo di ben 371 articoli, smentendo l’accusa di anticlericalismo dei rivoluzionari, clamorosamente si apriva con un richiamo impegnativo all’ispirazione religiosa del testo.

“Nel nome di Dio onnipotente Padre, Figliuolo, Spirito Santo, autore e supremo legislatore della società”. Così suonava infatti l’invocazione che, per noi laici di oggi, appare sorprendente. Ma più sorprendente ancora ci appare il testo dell’art. 12 della stessa costituzione che va oltre ogni principio di tolleranza religiosa alla quale un movimento liberale avrebbe dovuto ispirarsi. Detto articolo recita testualmente: ”La religione della nazione del Regno delle Due Sicilie è, e sarà perpetuamente cattolica, apostolica e romana, unica vera, senza permettersene alcun’altra nel regno”.

Questo significava l’affermazione di uno stato clericale che, in poche parole, soffocava quel poco di libertà religiosa che nonostante tutto il tanto deprecato regime borbonico aveva, se non garantito, almeno tollerato.

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