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La ddraunàra: i racconti di Silvana Grasso

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3 Agosto 2020

È disponibile dal 16 luglio La ddraunàra, la raccolta di racconti di Silvana Grasso, a cura di Gandolfo Cascio ed edita da Marsilio che ripubblica così due opere, Nebbie di ddraunàra (Le Tartarughe 1993) e Pazza è la luna (Einaudi 2007). Da due racconti di quest’ultima opera, l’attrice Licia Maglietta ha anche tratto delle pièce teatrali che hanno ottenuto un grande successo.

La casa editrice Marsilio ha scelto di avviare la raccolta iniziando dai racconti più recenti, quelli di Pazza è la luna, e di concludere con la più antica, quella che segnò l’esordio dell’autrice già agli inizi degli anni ’90. Alcuni di questi folgoranti racconti vennero pubblicati dalla prestigiosa rivista Paragone. Dopo questa introduzione che sembra quasi assolvere a un legittimo ‘compitino’ per darvi le giuste coordinate, voglio addentrarmi nel piacere. Lo faccio perdendomi nella descrizione del mondo suggestivo di questi racconti ammalianti, da cui occhi avidi non possono staccarsi dalla pagina. Piombiamo in una realtà lontana, quella del mondo rurale o di un mondo rurale su cui sta prendendo il sopravvento la modernità.

Non ci riguardano allora questi racconti, descrivono con minuzia gli oggetti della vita quotidiana di una volta, i tagli delle gonne delle donne, il divenire delle stagioni, le misture vegetali medicamentose, l’odore dei fiori uno a uno. Non ci riguardano se non fossero ambientati in Sicilia, se non fossimo rapiti da una lingua che ci descrive lo scorrere del tempo, il cielo, il mare, le malattie con ampie metafore, potenti similitudini.

La prima raccolta (in realtà la più recente) consta di dieci storie, piccoli universi solitari dove sono protagonisti personaggi capricciosi, dispotici o passivi, rassegnati o prepotenti. Hanno quasi tutti un difetto fisico evidente, sono signaliati, si direbbe in siciliano, ovvero maledetti e ostracizzati da un male chiaro a tutti, un difetto fisico che li rende diversi dal resto del mondo (tema ricorrente anche in Solo se c’è la luna, e La domenica vestivi di rosso, ultimi due romanzi dell’autrice). Vengono tracciati dei ritratti, laddove impietosi ma gonfi di pietà, laddove lirici.

Le caricature umane che ne discendono sono graffianti, si vedono nelle labbra umettate, nei denti cariati, negli effluvi dei corpi, nei gesti esasperati o nella sofferenza taciuta. Non si può non ridere o non piangere per Manitta, nata senza una mano, ambiziosa e spietata creatrice di cappelli; per Borina Serrafalco, troppo alta e abbandonata dal marito emigrante, che sogna la vedovanza e va onorare la tomba di un marito diverso per ogni giorno della settimana; per Angelino, il figlio della Madonna dalle difettose dita dei piedi; per Nicolino, l’orfano poeta con il soffio al cuore e i testicoli che non sono scesi; per Ninofocu, tardo di cervello, ma disegnatore di Madonne; per la signorina Agatina, segnata dalla vecchiaia, ma che cede alle lusinghe di un giovane avventuriero interessato alla sua roba (ricordandoci Paola Borboni in un episodio del film Sessomatto di Lina Wertmüller, ma ancora prima, l’anziana che suscita il sentimento del contrario – e dunque l’umorismo – nel celebre e omonimo saggio di Luigi Pirandello).

Non si può non ridere e non piangere per i rapporti umani fatti di prevaricazione e follia. La Roba di Verga e la corda pazza di Pirandello sono guide di questa scrittura irriverente, lontana dalla moralità dei benpensanti, spietata quanto umana. La lingua è qui violentata efficacemente dagli interventi del dialetto, il solo a potere rendere l’icasticità del dialogo, della narrazione o della descrizione, ma lo stile è terso, laddove dolce, laddove più contratto da un colpo di bisturi di una penna sagace.

La seconda parte, Nebbie di ddraunàra, invece, sin dal suo incipit ci parla di una scrittura dell’altro, di una lingua dell’altro, soprasensibile perché usata nel suo registro illustre ed espressa in modo più enigmatico e complesso. Un italiano forbito viene infatti accompagnato da presenze dialettali modulate. Un italiano aulico e ricco di arcaismi rende onore agli interventi del dialetto che viene così innalzato: illustre anch’esso, sontuoso, echeggiante, nella netta scelta linguistica, la prosa poetica di Vincenzo Consolo o di Gesualdo Bufalino. Si fa ricorso al fiorire denso di figure retoriche  in un ritmo metrico, come se la parola provenisse da un fondo misterioso, comune anche alla musica.

Anche qui c’è l’umanità, quella folle ricerca ontologica, l’uomo, con tutte le sue contraddizioni e le sue increspature, con i suoi punti fermi ma straniati nella battaglia per la vita, dove la morte è come una vicina di casa (dirà Grasso nel suo penultimo romanzo), accettata come compimento e catarsi. L’umanità che compone queste storie del ‘93 viene presentata da un conflitto che si risolve nella brevità del racconto in un crescendo che è rivelazione, colpo di scena. Un difetto fisico, un dettaglio del corpo, una difformità è qui sempre infida e silenziosa (a differenza dei racconti di Pazza è la luna dove lo stigma fisico è sempre evidente, presente invece ne Il cuore a destra, un’opera più recente) ed emerge spesso a risolvere tragicamente alcuni racconti, quasi fosse l’agnizione di un personaggio: l’utero non sviluppato  della pelosa Pasquina Sanguedolce che ha l’odore di un uomo; il verme solitario di Cicala; l’aborto di Venturina.

Il lettore potrà scoprire lo stacco, il mutamento di stile evidente in un gioco al contrario, dal più recente al più antico. Ma l’ispirazione in tutti i racconti, più antichi è più recenti, proviene sempre come da una Musa, ed è lei, la ddraunàra, il vento di tempesta che soffia e scardina le certezze della vita reale e suscita il divenire della creazione poetica. “E come il vento”, del resto, scriveva Leopardi nel dare voce all’infinto. Così scrive Grasso: “S’era levata, fitta come mai, la nebbia di ddraunàra; s’era levata dall’abisso de le acque e, a spire concentriche, irta di creste, s’avvolgeva su la spuma dell’onda e sul traco”. Del vento devastatore, la ddraunàra si fa spesso menzione in entrambe le raccolte che Marsilio oggi ci propone insieme. Questo vento magico che distrugge e ricrea si posa su delle vite di cui mai nessuno si sarebbe accorto: esistenze apparentemente insignificanti vengono scavate con la curiosità pascoliana o crepuscolare ‘per le piccole cose’.

Queste piccole vite, queste tombe dimenticate, gli uomini e le donne lontani nel tempo che ci vengono raccontati, sono innalzati dal registro, allumati dal bagliore poetico, assurgendo a figure tragiche e mitologiche. Tutte queste storie sono una sorta di Antologia di Spoon River di un mondo trascorso dove “ognuno sta al mondo perché c’è posto”, come ci insegna Il giorno del giudizio, il romanzo postumo di un autore postumo, Salvatore Satta. Non sono attuali queste storie, parlano di un mondo che non c’è più. O forse non sarebbero attuali se i matrimoni non fossero più parvenu e così le maternità e le paternità, e così i rapporti sociali.

Come se non ci si ammazzasse più per la Roba! Forse solo la morte non la vediamo più come una vicina di casa, ma come qualcosa che non ci riguardi, appartenente a un mondo antico. Se non fosse piombata la pandemia come una ddraunàra a creare scompiglio nelle nostre vite moderne, lontane dal tragico, fintamente felici.

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