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La fine della fortuna imprenditoriale dei Florio, la verità in un libro di Orazio Cancila

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5 Dicembre 2019

Nell’immaginario collettivo dei siciliani, i Florio, gli imprenditori che per circa un secolo hanno avuto un posto di rilievo nella storia dell’Isola, hanno rappresentato un riferimento mitico, quello di una Sicilia dinamica e produttiva, capace di agganciare i processi di modernizzazione che hanno investito gran parte d’Europa a partire dalla rivoluzione francese.

Un simbolo della capacità di riscatto dell’isola da proporre come modello positivo da affrontare con il rispetto che si deve alle buone memorie.

Ed in effetti i Florio furono esempio di capacità imprenditoriali, dotati di quella spregiudicatezza e di quel cinismo di cui, in genere, sono dotati la maggior parte degli imprenditori di successo. Le loro iniziative, le sfide alle quali non si sottrassero ne fanno, a buona ragione, una grande dinastia imprenditoriale che seppe tracciare percorsi mai prima praticati nella stanca e sonnolenta realtà economica siciliana.

Non sorprende, dunque, l’interesse che suscita oggi come ieri la vicenda, anche personale, di questa famiglia che si è imposta, anche per la straordinaria vicenda di donna Franca nelle cronache mondane del jet set internazionale.

Non è un caso che, dopo i numerosi volumi dedicati a questa famiglia da Anna Pomar, Salvatore Requirez e da Vincenzo Prestigiacomo, “I leoni di Sicilia” – il bel romanzo storico della scrittrice Stefania Auci che racconta la storia dei Florio e della loro ascesa dall’arrivo in Sicilia dei capostipiti Paolo e Ignazio alla morte di Vincenzo (colui con il quale questa dinastia imprenditoriale riuscì a compiere il cosiddetto salto di qualità) sia stato coronato da un sorprendente successo editoriale, tale da farne un vero e proprio caso letterario.

E non è un caso che il loro tramonto sia stato oggetto di racconti leggendari, alimentati ad hoc da certo provincialismo sicilianista, in cui entrano in campo racconti di misteriose cospirazioni o di vere e proprie vendette ordite non solo contro questa famiglia di successo, ma addirittura contro la stessa Sicilia. Leggende prive di fondamento, come dimostra un classico della storiografia dedicata alle fortune dei Florio frutto di approfondite ricerche di archivio da uno storico dell’economia del calibro di Orazio Cancila. Il libro, oggi ristampato dall’editore Rubbettino e già edito da Bompiani nel 2008, fece alquanto rumore perché smentiva, carte alla mano, le ipotesi del complotto e caricava la responsabilità del declino prima e della catastrofe seguita già agli errori di Ignazio I e alla devastante e scriteriata gestione soprattutto del figlio Ignazio e della sua splendida consorte.

Proprio quest’ultimo rampollo della dinastia, affetto da un vero e proprio delirio di onnipotenza, non aveva tenuto conto dei mutamenti complessivi che si andavano manifestando nel mondo politico e finanziario che imponevano cautele e, magari, disinvestimenti in attesa di tempi migliori. Il fidare troppo nelle proprie capacità, la presenza di amicizie potenti ma anche pericolose, l’omaggio e il rispetto di cui godeva lo avevano convinto invece a lanciarsi in nuove avventure che si riveleranno fallimentari accelerando, in questo modo, la crisi già presente.

Una crisi che, arrivata ad un punto di non ritorno, aveva trovato proprio in Giolitti, colui che ingiustamente viene preso di mira come il mandante della disfatta imprenditoriale dei Florio, una sponda che avrebbe consentito di salvare il salvabile. Giolitti infatti aveva autorizzato un piano di salvataggio a condizione che lo stesso Florio si fosse messo temporaneamente da parte. Una condizione inaccettabile per un uomo abituato al comando e convinto di essere nel giusto. Il fallimento del piano di salvataggio fu la mazzata finale a cui si accompagnò la mancanza di credibilità di Ignazio Florio, quella credibilità necessaria a rimanere sulla piazza.

Orazio Cancila ci racconta che, nonostante tutto, un estremo tentativo di salvataggio fu fatto perfino da Mussolini, interessato dalla sorella Giulia, moglie del principe di Butera, un ultimo tentativo anche questo purtroppo andato a male.

La fine della potenza economica dei Florio in qualche modo ricorda la vicenda del Titanic, mentre la nave affondava l’orchestra, in questo caso lo splendore dissipatore di donna Franca, continuava a suonare. Quella dei Florio fu dunque, come si legge nella quarta di copertina del volume di Cancila, “una favola bella che delle favole non ha lieto fine”.

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