La morte di Giufà. Lettera al malpensante Bufalino nel suo centenario :ilSicilia.it

La morte di Giufà. Lettera al malpensante Bufalino nel suo centenario

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13 Novembre 2020

Caro don Gesualdo, scrittore, professore, Dino,

mi è capitato di sognarla. Mi portava per le strade di Comiso a festeggiare il suo centenario e, quando mi sono svegliata, per un attimo non ci ho creduto che lei fosse morto per davvero. Non sono un’idolatra delle vite degli autori, una groupie di scrittori, peraltro defunti; forse il mio sogno è il retaggio di un qualche bovarismo, forse chissà…  Lo sa come sono bizzarri i sogni. O forse il sogno voleva dirmi che lei non è morto del tutto: c’è la sua opera, c’è il suo pensiero. Nei giorni a venire, precisamente il 15 novembre, ricorrerà il centenario della sua nascita.  I festeggiamenti saranno a distanza, da remoto, si dice oggi, dove tutto in effetti ci appare ‘remoto’, con la pandemia che ha cambiato il nostro mondo. Ma lei, che ‘remoto’ lo è, a tratti mi appare più vicino della stessa gente che mi passa accanto, che mi scansa e che scanso. Chissà come vedrebbe la cosa, certamente con la sua acuta consapevolezza, con il suo ghigno sardonico. E ne scriverebbe degli aforismi. Il mondo è cambiato, potrei narrarglielo, certamente non in modo eccelso come avrebbe fatto lei. Rifletto allora sulla sua eredità per parlarle dei nostri tempi. Il suo universo è letterario, è quella cifra artistica che davvero spinge l’uomo “A egregie cose”. Un canto del cigno, forse, della bella letteratura? Vorrei stare qui a raccontarle di come io veda i suoi personaggi e il  suo universo, ma credo la annoierei. Parlerò allora solo di un suo personaggio dimesso, scalcinato e protagonista di un suo racconto.

Mi riferisco al Giufà della nostra tradizione siciliana che lei ci ha presentato in modo assolutamente inedito perché ci ha parlato della sua morte. Ne ho due chiavi di lettura. Lei, caro Dino, ha immaginato nella morte di Giufà, travolto da un’auto durante il primo giro della Targa Florio, come all’uccisione dell’ingenuità e dell’uomo babbigno da parte del progresso. Lei, nonostante fosse ‘il malpensante’ e il disilluso nei confronti del genere umano, non poteva neanche immaginare come e quanto Giufà continui a vivere, riuscendo a districarsi in questo tempo non più suo, caro Dino. Questo personaggio che prende tutto alla lettera, che ogni tanto fa maldestramente il furbo ha cambiato mestiere e frequentazioni, si è pure replicato perché ormai i Giufà sono migliaia: politici improvvisati, scienziati improvvisati, intellettuali improvvisati. Il mio qualunquismo forse un po’ tanghero mi fa dire che davvero, in tempi così tristi e preoccupanti, siamo nelle mani di chi è approssimativo e non ha gli strumenti per barcamenarsi nella gestione della cosa pubblica.

Stessa cosa gli intellettuali, molti, troppi scrittori di questi tempi. E dire che lei il suo manoscritto lo teneva celato, con vergogna gozzaniana. E del successo in età avanzata ci rideva su. Ho fatto caso già solo ai titoli di recenti romanzi editi e stavo avendo un attacco di glicemia. Non è il mondo tragico elaborato da un uomo complesso che ci ha proposto lei: è la fiera delle vanità e delle velleità, per cui i temi universali del dolore e della morte sono da rifuggire come e più di questo virus che ha ribaltato il mondo. Da rifuggire o da edulcorare in modo anonimo e appiattito, come se alcuni scrittori fossero usciti fuori dalla stessa scuola e avessero svolto il loro lindo compitino. E facendo autodafé mi ci metto anche io tra quelli interessati a scribacchiare qualcosa perché affascinati da queste parole maledette o chissà per quale disagio affettivo. Forse sarebbe più dignitoso, davanti alla sua imponente figura, dichiararmi con umiltà una semplice lettrice, una lettrice piccola piccola a cui  precludere l’espressione dei pensieri.

Ma, per tornare a Giufà: lo avrebbe immaginato un partito fondato da un comico, dei ministri che prima vendevano bibite o facevano le soubrette o gente del loro apparato ex partecipanti a un reality show? Tanto per non farci mancare nulla, stiamo vivendo una pandemia. Non siamo messi bene, come se il suo Giufà non fosse morto e stesse a capo di un Paese alla deriva. Certamente, il suo Giufà era molto più simpatico.

E, in virtù dell’ ingenuità di Giufà, mi riaggancio alla mia seconda interpretazione, citando lei quando ce lo descrive nei momenti in cui va incontro alla morte sotto forma di automobile: “Corre incontro al diavolo senza segnarsi, sente con ira e stupore le quattro zampe impannarglisi sopra e ricadergli sul petto, schiantargli le ossa”.

Come avrebbe mai potuto immaginare che la sua fine sarebbe stata più o meno la stessa su quella strada in quel giorno di giugno del 1996? Qualche pagina prima, però, nella resa dei conti del vecchio Giufà che sta per avere reciso il filo dalla Moira fatale, ci vedo una sua riflessione che mi sa di un suo travestimento: “Eppure, alla fine dei conti, non è stata una brutta vita per come gli è capitato di viverla. […] Che suono amoroso ha la voce umana, che concerto amoroso è la vita, eseguito da una banda di mille e mille strumenti, frulli d’ali, gorgoglio di torrenti, vento notturno tra le case”.  Mi scusi, ma qui c’è lei: trovo delle analogie tra l’intellettuale di provincia che viaggiò attraverso i libri e lo scemo Giufà, che “come la pensa la fa”. Giufà è una delle sue tante maschere e di questa sua purezza e del valore alto dato all’uomo dobbiamo farne tesoro.

“Al tempo della “brutta” Epoque nessuno sapeva che un giorno l’avrebbero chiamata “Belle”. È improbabile, ma chissà che non debba accadere del tempo nostro”, ha riportato in un’altra sede. Che lei voglia essere indulgente verso tutti i Giufà che sono in giro anche di questi tempi? No, ogni tempo è uguale, questo vuole dirci, perché è l’uomo a essere sempre lo stesso. Detto ciò, mi congedo dopo averla importunata, anche se, dal luogo invisibile dove è relegato, è stato lei per primo a venirmi in sogno.  Provi, se può, a farmi visita di nuovo, portandomi in quella sua Sicilia babba, in una finzione sognata, unica vera lente per guardare dal profondo la realtà.

 

                                                    Una lettrice piccola piccola

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