13 dicembre 2018 - Ultimo aggiornamento alle 10.27
caronte manchette
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La “Natività” del Caravaggio e la Basilica palermitana: genesi di una leggenda

4 dicembre 2018

Nel 1969, precisamente in una notte buia e tempestosa, del venerdì 17 ottobre, sparì dall’Oratorio serpottiano di San Lorenzo a Palermo, il famoso quadro della Natività dipinto da Michelangelo Merisi meglio conosciuto come il Caravaggio. Molte voci, fatti e circostanze, a volte anche alimentati da pentiti dell’ultima ora, dicono che fu rubato da “scassa pagghiari” (ladruncoli da strapazzo) che minimamente conoscevano il reale valore. Si disse che nei momenti immediatamente successivi, la mafia venuta a conoscenza del furto ma soprattutto del suo valore (grazie anche alla risonanza mediatica dei giornali e delle tv) riuscì a trovare l’opera prima ancora che, gli inquirenti ed i notabili del tempo, si rendessero realmente conto dello squarcio culturale generato dall’infame gesto.

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La “Natività”

Si disse anche che la mafia si mise in contatto con il responsabile della compagnia di San Francesco che gestiva l’Oratorio, sperando così di ottenere una sorta di riscatto ma non avendo avuto un riscontro positivo, provò a piazzarla nel mercato illecito. Ma anche qui non fu molto fortunata, perché una volta presentata la tela ad un fantomatico antiquario del nord Italia, questo, scoppiato in lacrime, rifiutò la proposta per le evidenti lacune cromatiche, che rendevano il quadro quasi irriconoscibile.

Il pentito Francesco Marino Mannoia, per non essere da meno, in prima battuta si pentì anche del furto dichiarando che faceva parte del commando di quella sera. Poi si pentì del pentimento ricordandosi che quella sera era con una donna ma che comunque il quadro era stato bruciato per paura di essere riconosciuti. Certamente chi legge potrà avere qualche difficoltà a credere che uomini senza scrupoli, che nella loro “carriera” si sono assunti la responsabilità di avere ucciso uomini, donne e bambini, si siano impauriti di un semplice quadro. Comunque, anche qui non è dato sapere con certezza se l’opera fu realmente bruciata, perché il colonnello Pastore della Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri, in un convegno tenutosi a Palermo, presso la Sala Gialla di Palazzo dei Normanni, dichiarò che il “Mannoia faceva confusione con un’altra opera, anch’essa trafugata, però da un’altra chiesa, un quadro realizzato da Vincenzo da Pavia”.

In questo convegno io ero presente insieme all’amico Enzo Brai, grande fotografo e conoscitore del patrimonio siciliano, che subito mi guardò chiedendomi: “Ma Vincenzo da Pavia non dipingeva solo su tavola?”. Effettivamente Vincenzo degli Azani un artista del ‘600 conosciuto come Vincenzo da Pavia o il Romano, non aveva mai dipinto su tela, quindi confondere una tela con una tavola suonava strano.

Ma allora che fine fece il quadro?

Camminando e parlando, salta fuori la storia di una “Basilica”. Un edificio, inizialmente laico, già utilizzato al tempo dei romani, come luogo di riunioni pubbliche e per amministrare la giustizia. Successivamente a partire dal IV secolo il termine di Basilica, viene attribuito ai luoghi di culto cristiano, divenendo nel tempo un titolo canonico importante, che permetteva la consacrazione per officiare il rito direttamente dal Papa.

Caravaggio
Michelangelo Merisi detto “Caravaggio”

È già noto, come la mafia sia stata sempre attratta dall’antica Roma e dalla sua gerarchia militare, organigramma ripreso dai boss per distribuire gli incarichi tra i picciotti, alimentando così la favola che “la Cupola” si riunisca sotto la “Cupola” di una Basilica palermitana.

Non è fantasia che nei luoghi, dove i boss latitanti si nascondevano, sono state ritrovate delle vere e proprie cappelle private, dove preti più o meno consenzienti, andavano ad esercitare i loro ministeri per pochi intimi. Quindi le voci che la “Natività” veniva esposta nei summit come vessillo potrebbe trovare riscontro. O se realmente esiste questa “Basilica” non ci si dovrebbe meravigliare se per adornarla, i “mafiosi un po’ naif”, come li chiama Vittorio Sgarbi, abbiamo utilizzata la famosa tela del Caravaggio come pala d’altare. Un’opera importante per un luogo importate dove la vita e la morte non è rinascita.

“Gli stretti rapporti fra Chiesa cattolica e mafia non sono un’invenzione della stampa – ha dichiarato la sociologa palermitana Alessandra Dino in un importante convegno tenutosi a Roma qualche anno fa – da sempre le mafie hanno fatto uso di una simbologia e di una ritualità presa in prestito dalla religione cattolica, da sempre molti uomini di Chiesa hanno mostrato compiacenza verso i mafiosi. I mafiosi da sempre si dicono cattolici, e partecipano a diversi momenti della vita ecclesiale, sia per il bisogno interiore, comune a molti, di credere in qualcosa, come hanno raccontato diversi pentiti, sia perché alla mafia serve la Chiesa: per ragioni di appartenenza, identità e coesione interna e per ragioni di consenso sociale. Il boss che guida la processione di Sant’Agata a Catania – conclude Alessandra Dinoè un segnale molto forte agli occhi della gente: c’è la benedizione della Chiesa, quindi un riconoscimento pubblico”.

Forse tutto questo è frutto di una vivace immaginazione popolare, o forse come dice qualcuno: dove c’è il fumo c’è sempre un fuoco. Sta di fatto che in tutta questa storia, l’unica certezza è che da quel triste venerdì 17 il quadro è sparito diventando solo un labile ricordo, e la città di Palermo ha consegnato alla FBI un elemento importante da inserire nell’elenco delle prime dieci opere più importanti da ricercare in tutto il pianeta.

O forse la mafia è solo un diversivo per nascondere bene la Natività di Caravaggio in qualche insospettabile dimora?

Ma questa è un’altra storia…

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