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Il retroscena

La nuova balena bianca che rischia di diventare un’accozzaglia senza identità

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26 Settembre 2020

Come può un democristiano accettare che nella riedizione della cosiddetta balena bianca possano entrare formazioni politiche che a livello nazionale sostengono un governo con il Movimento 5 Stelle, il partito anti sistema che ha sempre, per usare un eufemismo, bistrattato la Prima Repubblica, quella in cui la stessa Dc la faceva da padrona?

È questo l’interrogativo che si pongono gli elettori di centro che hanno appreso del varo del laboratorio politico per la creazione di una nuova DC (lasciateci passare il termine) a guida Mario Draghi. L’iniziativa prevederebbe l’inclusione di Italia Viva, il partito fondato da Matteo Renzi, le cui percentuali alle elezioni sono state tutt’altro che esaltanti, e che oggi, invece, sembrerebbe essere parte fondante del nuovo centro che ci starebbe mettendo a punto, con primo referente in Sicilia Luca Sammartino. Per non parlare delle possibili convergenze con parti del Pd o di Azione, il movimento di Calenda.

Il progetto partirebbe proprio dalla Sicilia. Una iniziativa che, nonostante le dichiarazioni di circostanza di diversi leader, sembrerebbe essere stata avviata nelle segrete stanze del potere, addirittura con allo studio il lancio di una scuola politica con gente del calibro di Ciriaco De Mita, Lillo Mannino, Marco Follini e Pierfedinando Casini a fare da docenti, con la benedizione di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo.

Un progetto ancora embrionale per cui si sta studiando un’identità politica da poter proporre all’elettorato moderato che si voglia discostare, questo è l’intento, dai richiami sovranisti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Il rischio è però quello di fare la fine di quel contadino che non riuscendo a salire a cavallo chiedeva la grazia a Sant’Antonio: a forza di chiedere una spinta verso il centro potrebbe finire col cascare dall’altra parte, ovvero, in questo caso, a sinistra. Una scommessa non da poco, soprattutto per quelle forze che oggi sostengono il governo regionale guidato da Nello Musumeci, uno che proprio di sinistra non è.

Se davvero i registi di questa operazione fossero di questa intenzione, dovrebbero fare i conti, chi dalla maggioranza e chi dall’opposizione all’attuale governatore, con una crisi di identità politica che travolgerebbe o quantomeno confonderebbe non poco il loro elettorato. Questo vale in particolare per i seguaci di Raffale Lombardo, che si troverebbero a dover passare dall’idea accarezzata di un patto federativo con la Lega alla nuova prospettiva di ‘aprire’ a sinistra.

Se questo progetto dovesse assumere il carattere della concretezza, insomma, sarebbe curioso capire come esponenti del governo regionale e della maggioranza possano continuare a esaltare il proprio operato e quello del governo, come fatto finora: da Toto Cordaro (che però di recente, ai microfoni di Bar Sicilia ha affermato con chiarezza di essere per natura politica un ‘uomo di centro dentro una coalizione di centrodestra’) a Roberto Lagalla, fino a Mimmo Turano (per citare i centristi in giunta ‘orfani’ della Dc). Avrebbero tutti un bel da fare a spiegare un cambio di rotta di questa portata, con Gianfranco Micciché nelle vesti di spettatore privilegiato, l’uomo col pallino in mano in attesa che gli altri facciano le loro scelte.

Se è vero, poi, come si dice, che in Sicilia l’uomo individuato per fare il plenipotenziario di Draghi dovesse essere Luca Sammartino, allora si capisce come davvero il punto di rottura con Musumeci – che a Sammartino non le è mai mandate a dire (e viceversa) – per i centristi della ‘nuova-vecchia’ Balena Bianca sarebbe un punto di non ritorno.

Il rischio? Lo stesso del cavaliere che voleva salire a cavallo e che chiedeva la grazia a Sant’Antonio: di cadere dall’altra parte.

 

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