15 novembre 2018 - Ultimo aggiornamento alle 07.31
caronte manchette
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Palermo

Nel cuore del centro storico

La più bella di Palermo. La Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto

17 ottobre 2018
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Da quando in via Libertà avevano aperto lo store cittadino di Louis Vuitton, era come se quella via avesse assunto una dimensione nuova, internazionale, sciccosa, interessante, da visitare, da guardare, da andare e fare la fila per farsi vedere dagli automobilisti che trafficavano il viale più bello della mia città ricco di centenari e rigogliosi platani. Lo store si trovava a due passi dal Teatro Politeama. Tutti coloro che pensavano di essere tochi, nella pausa pranzo percorrevano via Libertà per fare la passeggiata digestiva. Ma ora c’era u’ sapulcru da visitare. Questo sapulcru si chiamava Louis Vuitton.

Era come andare a Santa Caterina la sera del Giovedì Santo. Era l’unica chiesa della città, Santa Caterina, che veniva aperta al pubblico solo in quella notte di preghiera pasquale. Era la sera in cui tutta la città noblesse oblige si metteva in fila per un’ora per visitare quella stupefacente e magnifica chiesa barocca, da rimanere mpitrati, da togliere il respiro per la bellezza delle sculture in marmi mmiscati, degli arredi, degli affreschi, degli stucchi, dei dipinti nturciuniati tipici dello stile siciliano della fine del sedicesimo secolo. Era tutta lì la città quella notte, tutti in fila, tutti in silenzio, tutti che salutavano chi a dritta chi a manca, tutti che allungavano il collo per farsi vedere, per taliari se c’era qualcuno da salutare che aspettava in fila o nella piazza della Vergogna dove c’erano le statue bianche di marmo di Carrara di tanti fimmini e masculi nuri. Tutta la città che conta era lì che faceva la fila per vedere la splendida chiesa di Santa Caterina, guardare i consuli sotto l’altare maggiore addobbati cristianamente con germogli di riso, di lenticchie, di fagioli, con fiori a tinchitè, con un profumo agreste che sembrava finto ed entrava nelle narici insieme ai fumi dell’incenso che t’immergevano in un’atmosfera ecclesiale. Sembravano piccole formiche viste da lontano che si infilavano dentro l’entrata di Santa Caterina di piazza Pretoria, dove una bellissima scalinata a doppia rampa laterale conduceva nell’ingresso della navata sinistra della chiesa. Salendo le scale come a ràllenti, tutti s’affacciavano dalla protezione in marmo pi vidiri cu’ c’era ‘nta chiazza. C’era poi chi una volta entrato si faceva tutto il giro della chiesa, che aveva visto ogni anno nello stesso giorno e alla stessa ora degli ultimi due lustri. Chi invece si dirigeva lentamente verso u’ sapulcru, si faceva la croce, recitava il padre nostro muovendo le labbra che stroncavano la voce, poi faceva dietro front ed usciva bello contento verso piazza della Martorana, dove le bellissime cupole rosse erano illuminate da potenti fari, per recarsi alla Cala o alla Kalsa e bere un bel cocktail cubano o brasiliano.

Da Louis Vuitton era la stessa cosa. C’erano le stesse persone vestite tutte firmate, con le donne truccate di tutto punto che tenevano in mano la sac à main che nello stesso store avevano comprato qualche settimana prima. Quel giorno non si doveva mancare. Era l’antivigilia di Natale e occorreva andare a comprare i regali per tutta la famiglia. Era uno status symbol fare quella fila. Tutta la città lo doveva sapere. Come fare la fila a Santa Caterina.» (stralcio del racconto “Louis Vuitton”, tratto da: Andrea Giostra, “Mastr’Antria e altri racconti”, raccolta di racconti ancora inedita)“.

La breve introduzione narrativa di questo articolo, vuole porre l’attenzione sulla Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, che per i palermitani rappresenta e ha storicamente rappresentato un luogo di culto e di arte di straordinaria bellezza e importanza, e al contempo, senza possibilità di essere smentiti, la chiesa più bella e più ricca di decorazioni della città di Palermo.

La Chiesa di Santa Caterina si trova nel cuore della città dentro le mura, a due passi dai Quattro Canti che dividevano in quattro mandamenti la città vecchia di Palermo. L’ingresso principale dà su Piazza Bellini, l’ingresso laterale su Piazza Pretoria, volgarmente conosciuta dai palermitani come “Piazza della Vergogna”.

L’interno della Chiesa si distingue per un’abbondanza e una ricchezza di opere cariche di simboli religiosi, in stile barocco con elementi rococò, senza pari: decorazione, stucchi, bassorilievi, marmi, dipinti, mosaici, affreschi e opere preziose varie e finemente realizzate, che decorano centimetro dopo centimetro pareti, pavimenti, colonne, volte e cupole, che nessun’altra chiesa cittadina possiede in tanta abbondanza.

Tra il 1566 e il 1596 l’intero complesso di Santa Caterina divenne uno dei più importanti monasteri di clausura della città.

Nel 2016 la chiesa di Santa Caterina è stata riaperta al pubblico, dopo diversi anni di restauro durante i quali i fedeli palermitani la potevano visitare e ammirare solo ed esclusivamente durante la notte del Giovedì Santo, come narrato nell’introduzione.

La chiesa di Santa Caterina non è solo un monumento straordinario alla bellezza artistica, architettonica, culturale e religiosa, ma ha rappresentato, tra il XIV e il XV Secolo, un importantissimo strumento culturale e sociale di emancipazione e di potere delle donne siciliane, come si spiega benissimo Patrizia Sardina nell’introduzione al suo interessante libro sulla chiesa di Santa Caterina di Palermo, che consiglio di leggere per intero. Per noi qui solo alcuni stralci:

Fino agli anni Settanta (del secolo scorso) il monachesimo femminile era considerato un campo quasi inesplorato, “un’appendice nel contesto della storia monastica”. Il dibattito sul ruolo ecclesiologico delle donne, laiche e religiose, suscitato dalla nuova temperie culturale seguita al Concilio Vaticano II, ha modificato la considerazione e il peso attribuiti ai monasteri femminili dell’Italia medievale e avviato nuovi studi e riflessioni. (…) Di certo, la storia dei monasteri femminili costituisce ormai «un settore di ricerca autonomo» e va esaminata in stretto rapporto con il territorio in cui essi ricadevano per evidenziarne le peculiarità e le differenze regionali. (…) Al fine di comprendere il ruolo socio-economico del monastero domenicano di Santa Caterina all’interno della città di Palermo, occorre ripercorrerne la nascita e l’evoluzione in stretta connessione con il tessuto urbano ed extra-urbano in cui il suo cospicuo patrimonio immobiliare era dislocato. (…) Dato che i monasteri si aprivano al mondo esterno e intessevano strette relazioni con lo spazio urbano e rurale, le reti stradali, i mercati, le chiese e gli altri monasteri, sul versante dei Paesaggi la ricostruzione del patrimonio fondiario posseduto da Santa Caterina nella città di Palermo, nel suo hinterland e nella Sicilia occidentale nell’arco cronologico compreso tra l’edificazione, avvenuta tra il 1312 e il 1313, e la fine del Quattrocento consentirà di analizzarne l’evoluzione da una prospettiva non solo geografica, ma anche e soprattutto storica e sociale nella lunga durata. All’atto della fondazione la maggior parte dei beni donati al monastero da Palma de Magistro, vedova di Ruggero Mastrangelo, all’interno della cinta muraria erano ubicati nei quartieri Cassaro e Kalsa (…) La fondazione di Santa Caterina avvenne per volontà di Benvenuta e Palma Mastrangelo, figlia e moglie di Ruggero, nominato capitano di Palermo all’indomani del Vespro, scoppiato nella felix urbs nel marzo del 1282, che determinò la cacciata degli Angioini dalla Sicilia e il passaggio dell’isola nell’orbita della Corona d’Aragona, con un conseguente rimescolamento dei ceti dirigenti cittadini. Nel 1314 il monastero, che si trovava nei pressi delle mura del Cassaro, prestò cinquanta onze alla città per aiutarla a difendersi da un imminente attacco dell’esercito di Roberto d’Angiò. Nel Quattrocento il rapporto tra l’amministrazione comunale e Santa Caterina registrò fasi alterne, a periodi d’intensa collaborazione seguirono momenti di tensione e contrasti. (…) Fin dalla fondazione il monastero fu posto sotto il controllo dei Domenicani, che alla fine del Duecento avevano edificato a Palermo un nuovo convento col contributo economico di Ruggero Mastrangelo. Se a ciò si aggiunge che la figlia Benvenuta, fondatrice del monastero, sposò prima il cavaliere ghibellino Orlando Aspello, di origine umbra, poi il ghibellino toscano Guglielmo Aldobrandeschi, conte palatino di Santa Fiora, il monastero di Santa Caterina appare pienamente inserito nel contesto della Sicilia aragonese e filo ghibellina, nella quale i Domenicani assunsero un ruolo politico, sociale, economico e culturale straordinariamente rilevante. (…) Nell’Europa basso-medievale i monasteri femminili erano inseriti in un’ampia rete di rapporti familiari e in una fitta trama di relazioni e obblighi sociali, che ne condizionavano la vita e svolgevano una funzione non meno rilevante dell’ordine da cui dipendevano. (…) Tale considerazione appare valida per Santa Caterina non solo all’atto della fondazione ma anche per tutto il Quattrocento. Le volontà testamentarie di Benvenuta Mastrangelo furono esaudite dalla madre Palma che nel 1310 destinò l’intero patrimonio familiare alla fondazione di Santa Caterina. (…) Nel Quattrocento il monastero fu strettamente legato alle famiglie Abbatellis e La Grua. (…) Naturalmente la monacazione aveva risvolti altamente positivi e vantaggiosi per la salvaguardia del patrimonio familiare, infatti nel 1461 suor Elisabetta Abbatellis cedette alla madre tutti i diritti sui beni paterni, con la clausola che alla morte del padre due parti dell’eredità andassero al fratello Francesco, un terzo alla sorella Antonia. (…) Alla fine del Quattrocento vivevano a Santa Caterina altre due esponenti della famiglia Abbatellis: Elisabetta, che entrò in monastero alla morte dell’omonima badessa e ne prese il nome, e Margherita che divenne badessa ai primi del Cinquecento”. (Patrizia Sardina, “Il monastero di Santa Caterina e la città di Palermo”, Quaderni Mediterranea Ed., Palermo, 2016, pp. IX-XV).

L’interessante e certosino studio di Patrizia Sardina ci fa ben comprendere come le donne palermitane legate monasticamente alla Chiesa di Santa Caterina avessero un potere economico, politico e sociale di notevole spessore, tanto (e lo si legge nel libro che citiamo) da contrastare ed opporsi alle decisioni dei viceré che pochi nobili e potenti borghesi di quel tempo, erano in grado di permettersi.

Sono questi i motivi per i quali abbiamo voluto, con questo articolo dedicato alle donne siciliane, porre l’attenzione su questa bellissima chiesa palermitana: per la sua straordinaria bellezza e per la densa storia che porta con sé, una storia di donne coraggiose, tenaci e di potere della Palermo che visse tra il Trecento e il Quattrocento siciliano.

 

Bibliografia

Patrizia Sardina, “Il monastero di Santa Caterina e la città di Palermo”, Quaderni Mediterranea Ed., Palermo, 2016.

Andrea Giostra, “Louis Vuitton”, tratto dalla raccolta inedita “Mastr’Antria e altri racconti”, https://www.facebook.com/MastrAntria/.

 

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