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La rabbia e il giro del corridoio magico

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3 Luglio 2020

Ciao a te, anima tormentata, benvenuta nel mio “corridoio magico” dal quale mi auguro tu uscirai cambiata grazie all’induzione e all’attivazione dell’energia inconscia che rivoluziona e riassetta i processi spontanei di autoguarigione ed evoluzione. Che le mie parole possano avere la stessa funzione di un getto d’acqua a pressione che ridefinisca le basi della comunicazione e delle relazioni su cui, fino a questo momento, hai costruito il tuo modo di essere. Dico proprio a te che ti arrabbi perché non hai un fidanzato-a, perché non ti senti capito-a, perché ti senti una nullità, perché qualcuno ha sporcato il pavimento appena lavato o non trovi il bancomat. Non ti dirò “stai manzo!”, “sei popo mongoflettico!”, “keep calm! o l’indisponente “sei nervoso?”. Tutti modi di dire che fanno imbestialire perché verosimilmente è tout court una questione di incompatibilità. Per la serie, chi è più sereno o empatico fra chi punta il dito (istigatore passivo) e chi si inalbera? Nessuno dei due.

Tutti sono in grado di arrabbiarsi ma farlo con la persona giusta, con la giusta intensità, nel modo giusto, nel momento giusto e per un giusto motivo, non è nella facoltà di tutti e non è un compito facile (Aristotele). Vorrei fossimo come guerrieri con l’etica per cui la rabbia è il motore essenziale per vincere gli avversari ma prima di ogni cosa bisogna valutare se è il caso di lottare oppure porgere la guancia, salutare, scusarsi per il fraintendimento e voltare le spalle, passare oltre. Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità, dice Sun Tzu.

Per avere la mente lucida in ogni situazione occorre risolvere i conflitti che si sono determinati dentro di sé nelle fasi critiche dello sviluppo. In altre parole, occorre sviluppare l’assertività che è una capacità che consente all’individuo di esprimere in modo chiaro ed efficace il proprio punto di vista, di trasmettere le opportune emozioni (che non provocano ma calmano l’altro) facendolo senza offendere o urtare la sensibilità altrui e senza aggredire verbalmente, con la metacomunicazione o con l’acting out. Per essere sereni e indurre gli altri a reazioni adeguate, bisogna conoscere i propri limiti, i propri potenziali e accettarsi come si è (da Romano Battaglia). Essere assertivi significa anche rispettare l’altro nei suoi di confini emotivi.

Nell’ottica del problem solver la rabbia è indispensabile per organizzare la propria strategia di vittoria ma non senza le cognizioni che regolano il comportamento. Diviene uno strumento di autolesionismo perché, nella maggior parte dei casi, non ha alcun senso arrabbiarsi, non produce nulla di buono né in noi né negli interlocutori, non è una soluzione. Piuttosto rappresenta uno spreco di energia e di tempo anche per gli effetti collaterali che si possono non vedere subito e che prendono la forma di gastrite, cistiti, ulcere, etc. Ma comu un vi siddia? Qualcuno oserà dire che se non si fosse arrabbiato quella volta non avrebbe ottenuto ragione. Ne siete proprio sicuri? Vi sembra il caso di esacerbarsi con gli impiegati della posta per la loro lentezza? Questo ha cambiato il sistema, ha risolto la situazione, ora l’azienda postale ha cambiato direttive e regolato meglio l’operato dei dipendenti? O avete solo diffuso attorno a voi energia tossica e negativa?

L’assertivo non si lascia trascinare dalla corrente incontrollata degli eventi ma li domina (Michela Crisci), conta fino a cento, riflette prima di agire o di profferire parola. Dipende dai casi ma non trovo ragionevole abbandonarmi a queste emozioni. Piuttosto suggerisco di mettere in atto strategie di cambiamento, evitamento o sparizione. Vi assicuro che se volete comunicare al meglio il vostro disappunto, la migliore parola è quella che non si dice (detto popolare). Non bisogna andare di matto per motivi futili ma prenderne atto: un fidanzato che non manda messaggi può volere dire che non trova le parole per dire che non è innamorato e cosa c’entra urtarsi? Semplicemente, cercate altrove qualcuno che vi sappia apprezzare. Un paziente una volta mi ha detto che ha provato interesse per una ragazza che gli faceva il filo proprio quando lei ha spostato l’attenzione su un altro e ha mollato la presa. Il Dod fu tratto e si misero insieme. Ma, poi, perché dare tutta questa importanza? Inalberarsi, per me, equivale a dare valore, svalutando se stessi. Scendere dall’albero, invece, e fare respirare la mente è il contrario: l’altro diviene insignificante mentre noi acquistiamo prestigio.

Concludo svelandovi anche un altro segreto della mia atarassia e diplomazia che non è dato solo dal percorso formativo conseguito ma anche da un rigido Code of Conduct a cui mi attengo per il buon esercizio del mio ruolo, sia in ambito clinico sia in quello artistico e scrittoreo: Lo Psicologo evita comportamenti e reazioni emotive anche nella vita privata che possano arrecare nocumento all’immagine sociale della professione (Art. 28 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani).

E ora visualizzate un corridoio, avvalendovi, se volete, del disegno che ho allegato all’articolo. Quando ero piccola e mi offendevo per qualcosa facevo il giro del corridoio e magicamente ritornavo sorridente. Fatelo pure voi, lasciatevi scivolare tutto addosso. L’acqua v’abbagnerà e il vento v’asciugherà. Il da farsi, da dirsi o come canalizzare meglio la vostra energia dopo sarà più chiaro.

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