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La Sicilia raccontata dal cinema tra mito, sogno e nostalgia

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8 Luglio 2020

Il cinema, fin dalle sue origini, ha trovato nella Sicilia un’incredibile fonte d’ispirazione, una sorgente sempre fresca a cui attingere. Tanti sono stati i capolavori della cinematografia nazionale e internazionale ambientati nell’Isola e tante le tematiche di cui si sono occupati i registi.

Sicuramente ha avuto enorme successo il tema del Risorgimento. Successo quasi inevitabile vista la centralità ricoperta dall’Isola in quell’ampio processo il cui esito sarà l’Unità d’Italia. Oltretutto, il tema risorgimentale è, ancora oggi, piuttosto controverso e gli stessi ambienti storiografici non sempre mostrano una visione omogenea del fenomeno. Date le premesse, non ci stupisce che il cinema ha espresso, ora film che celebrano, ora film che denunciano il moto risorgimentale. Ricordiamo alcuni grandi capolavori come “1860. I mille di Garibaldi” (1934) di Alessandro Blasetti, “Viva l’Italia!” (1961) di Roberto Rossellini, “Il Gattopardo” (1963) di Luchino Visconti e “Bronte. Cronaca di un massacro” (1972) di Florestano Vancini.

Sterminata è la filmografia sul tema della mafia, le cui trasposizioni cinematografiche hanno spesso concorso nell’affibbiare ai siciliani l’odiosa etichetta generalizzante di “mafiosi”, creando, molte volte, un danno d’immagine rilevante alla Sicilia e ai suoi abitanti. Di questo filone ricordiamo “Salvatore Giuliano” (1962) di Francesco Rosi, “Il prefetto di ferro” (1977) di Pasquale Squitieri, “Cento giorni a Palermo” (1984) di Giuseppe Ferrara, “Placido Rizzotto” (2000) di Pasquale Scimeca, “I cento passi” (2000) di Marco Tullio Giordana.

Tanti altri sono i temi che hanno affascinato e ispirato i registi. Pensiamo al motivo del secondo Dopoguerra mondiale, dove l’esigenza della ricostruzione riguardava non soltanto la dimensione materiale, ma anche quella, sociale, morale e culturale, inscenata da film come “Anni difficili” di Luigi Zampa e “La terra trema” di Luchino Visconti, entrambi del 1948.

E poi il tema delle turbolente relazioni tra una Sicilia fortemente legata alle proprie tradizioni e il fluire dinamico del boom economico e della modernità. Un incontro-scontro tra due mondi e due mentalità molto differenti che non poteva non creare attriti. Di questo argomento citiamo “Divorzio all’italiana” (1961) di Luigi Zampa, “Sedotta e abbandonata” (1964) di Pietro Germi e “La ragazza con la pistola” (1968) di Mario Monicelli.

E ancora i rapporti tra mafia, potere e politica è un motivo che troviamo in pellicole come “Il giorno della civetta” (1968) di Damiano Damiani e “Il caso Mattei” (1972) di Francesco Rosi. Per non parlare del tema della dimensione poetica, onirica e malinconica dei paesaggi contrastanti presente in “Il postino” (1994) di Massimo Troisi.

Un cinema di altissimo livello, tant’è vero che alcuni film sono riusciti a conquistare l’Oscar o prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali. Tra quest’ultimi ricordiamo le due perle di Visconti “La terra trema” e “Il Gattopardo”: il primo racconta una Sicilia sfruttata, misera, in cerca di un riscatto, il secondo, invece, la Sicilia aristocratica e immobile del principe di Salina. In realtà, “La terra trema”, che narra la vicenda di una famiglia di pescatori di Acitrezza, desiderosi di liberarsi, senza però riuscirci, della propria condizione d’indigenza e subordinazione dai ceti dominanti, doveva essere il primo film di una trilogia che raccontasse le classi popolari dell’Isola. Quindi, dopo i pescatori di Acitrezza, il regista intendeva rappresentare gli zolfatari e infine nel terzo e ultimo film i contadini siciliani. Ma gli ultimi due progetti non si concretizzarono. “La terra trema”, tratto da “I Malavoglia” di Giovanni Verga, vinse il Premio Internazionale del Festival di Venezia del 1948.

Grandi attori di Hollywood, quali Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale recitarono nel “Il Gattopardo” che vinse la Palma d’Oro al festival di Cannes del 1963. Tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa, nella pellicola il risorgimento viene interpretato come una rivoluzione, un’opportunità di cambiato non sfruttata, dove realtà e invenzione si mescolano tra loro. Una Sicilia dove “tutto cambia affinché nulla cambi” che in tale prospettiva non è mai esistita ma immaginata e sognata. Una Sicilia (questa invece esistita) attraversata dai contrasti degli ambienti sfarzosi dei palazzi e delle ville dell’aristocrazia e della dimensione rurale dei campi sempre soleggiati.

Una Sicilia idealizzata e nostalgica la ritroviamo in “Nuovo Cinema Paradiso” (1988) di Giuseppe Tornatore, che descrive l’esistenza siciliana in un piccolo paese degli anni Quaranta dove il cinematografo è l’unico elemento di modernità, veicolo di nuovi costumi, anche sessuali e perciò catalizzatore dell’attenzione della popolazione locale, punto di riferimento della vita paesana. Un capolavoro nel capolavoro grazie anche alle musiche di Ennio Morricone. Come in altre sue pellicole, quali “Baarìa”, “Malena” e “L’uomo delle stelle”, Tornatore rappresenta una Sicilia da cui è necessario emigrare per poter realizzare i propri sogni.

Si potrebbe ricordare la trilogia “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, “Kaos” (1984) dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, i film dei primi anni del Novecento di Nino Martoglio e tanti altri ancora.

Una Sicilia, quella cinematografica, spesso mitizzata e stereotipata ma in grado di far emozionare, sconcertare e sognare il grande pubblico in una tempesta di sensazioni e suggestioni spesso in contraddizione tra loro. Contrasti e contraddizioni sul piano socioeconomico, culturale e anche paesaggistico, che riescono ad affascinare lo spettatore. A tal proposito sono esemplari le parole dello scrittore Gesualdo Bufalino, il quale apostrofava che “la Sicilia, complici la letteratura, il teatro e i mass media, ha costituito per la cinematografia nazionale e non di rado per quella straniera uno scrigno inesauribile di storie, figurazioni, motivi e paesaggi che ha nutrito per decenni l’immaginario collettivo”. Un cinema, quello “siciliano”, che per le tematiche trattate, per la dimensione mitica ricercata e per la potenza rappresentativa ed estetica è in grado di superare i confini regionali per assumere valore universale.

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