La storia del Carretto Siciliano, un "rebus che cammina" :ilSicilia.it

Un'opera d'arte su due ruote

La storia del Carretto Siciliano, un “rebus che cammina”

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25 Ottobre 2019

Il nostro viaggio avrà come mezzo di trasporto il “Carretto siciliano” che, con la sua multiforme identità, rispecchia la complessità dell’isola in cui è stato creato. Vogliamo partire facendo nostra la descrizione di Guy de Maupassant che, giunto a Palermo nella Primavera del 1885, in una memorabile pagina tratta dal suo viaggio in Sicilia, lo definì: “un rebus che cammina” per il valore degli elementi decorativi.

Tali carretti, piccole scatole quadrate, appollaiate molto in alto su ruote gialle, sono decorati con pitture semplici e curiose, che rappresentano fatti storici, avventure di ogni tipo, incontri di sovrani, ma prevalentemente le battaglie di Napoleone I e delle crociate; perfino i raggi delle ruote sono lavorati. Il cavallo che li trascina porta un pennacchio sulla testa e un altro a metà della schiena….Quei veicoli dipinti, buffi e diversi tra loro, percorrono le strade, attirano l’occhio e la mente come dei rebus che viene sempre la voglia di risolvere“.

Carretto Siciliano

La definizione di rebus che cammina potrebbe essere legata al fatto che il carretto siciliano, in un tempo in cui i libri e la conoscenza erano per pochi, divenne portatore arcanico di messaggi e piccola opera d’arte paragonabile a una sorta di manifesto ambulante della narrazione storica. Infatti, al posto dei testi, venivano  tramandati con grande immediatezza il fluire del tempo, delle epoche, attraverso le vite dei Santi, le gesta dei sovrani, le battaglie di Napoleone, i Vespri Siciliani, facendolo diventare incarnazione di un’iconografia corposa e memorabile. I francesi si stupirono nello scoprire che le vicende carolinge fossero più note in questa terra dalle tante sorprese che non nella loro stessa madrepatria. Il carretto siciliano, quindi, da semplice mezzo di trasporto si trasmutò in simbolo di narrazione.

I pittori, per istoriarli, traevano spunto, soprattutto, dall’opera dei pupi siciliani (proclamata dall’UNESCO, nel 2001, tra Patrimoni Orali e Immateriali  dell’Umanità). Questi dipinti, oltre a impermeabilizzare il legno del carretto, avevano significati ben più profondi: le figure religiose servivano a proteggere il mezzo dalla malasorte, mentre il resto dei disegni erano una sorta di “pubblicità” ambulante. I carrettieri, infatti, attraverso i colori e gli intarsi, cercando di attirare l’attenzione su queste loro creazioni, iniziarono a vedere un miglioramento della loro condizione sociale.

Carretto Siciliano

Origine del Carretto Siciliano
La sua origine è collegata all’evoluzione storica dei percorsi stradali siciliani, visto che in passato i trasporti e i commerci si effettuavano via mare a causa del dissestato e fatiscente manto stradale, impedendo ai mezzi a ruote di circolare liberamente. Fu nel 1778, dopo lo stanziamento per il rifacimento delle strade da parte del parlamento siciliano, che ebbe inizio la diffusione di questi carretti “illustrati”. Prima di allora, al posto delle strade c’erano le “trazzere” che, percorrendo campi discontinui e irregolari, erano adibite soprattutto all’avanzata dei corpi militari o allo spostamento delle greggi per la transumanza. Da principio, ovviamente, si trattava di strutture semplici, a tinte uniche ed essenziali, con ampie ruote per permettergli di superare i terreni scoscesi e tortuosi. Immaginate questi uomini spossati, arsi dal sole ed esposti alle intemperie, uniti, nel loro faticoso percorso, dal corale canto del carrettiere che vi proponiamo.

Cantu di Carritteri 
Tira muleddu miu, tira e camina,cu st`aria frisca e duci di la chiana,lu scrusciu di la rota e la catina,ti cantu sta canzuna paisana.Amuri, amuri miu, pi tia cantu,lu cori miu nun mi duna abbentu.Acchiana, cavadduzzu miu,c`avemu tanta strata di fari ancora.Tu si di Chiazzi e iu di Mazzarinu,l`amuri `nni facemu di luntanu,e quannu sugnu, amuri, a tia vicinu,ti cantu e ti sono u marranzanu.Cavaddu curaggiusu e vulinteri,puru supra a luna pozzu acchianari.acchiana ca `dda cc`èla me bedda affacciata.Chistu è lu cantu di lu carritteri,ca nuddu, nuddu si lu po` scurdari.Cantu canzuni di milli maneri,canzuni ca vi fannu `nnammurari.Acchiana, cavadduzzu miu,ca semu arrivati.

Con la loro diffusione nacque una sorta di catena di montaggio con tante figure a cui era assegnato un singolo compito: i pittori si occupavano delle rappresentazioni, riempiendo il carretto di colori e di gesta cavalleresche, mitologiche, romanzesche e storiche; l’intagliatore, delle componenti in legno; “u firraru”, degli elementi in ferro che forgiava; “u carradore”, (o birocciaio), della costruzione del carretto,  intaglio dei fregi,  ferratura della ruota; la sua officina era dotata degli strumenti simili a quelli del falegname e del fabbro, dove realizzava tutte le parti che compongono il carro: ƒonnu ri coscia, masciddari, puteddu, chiave d’arreri e infine la ruota, costituita da 12 ammozzi, i raggi; “u siddaru”, invece, della preparazione dell’animale da traino, in genere un mulo, asino o cavallo, con ornamenti, pennacchi e campanellini.

Realizzato in legno, si componeva, e si compone, di un pianale di carico prolungato davanti e dietro da due “tavulàzzi”, su cui sono montanti un portello posteriore e le sponde; ognuna di esse è divisa in due riquadri in cui vengono dipinte le scene. Il gruppo portante, detto “traìno”, è formato dalle aste e dalla “cascia di fusu”, a sua volta costituita da una sezione in legno intagliato sormontata da un arabesco di metallo. Le ruote, che sono due, si compongono di 12 raggi, anche questi arricchiti da intagli ma anche di fiori, aquile, sirene e teste di paladino.

Sulle bardature del cavallo, riccamente addobbato, venivano distribuiti dei campanellini che dovevano attrarre, nel caso in cui i colori vivaci non fossero bastati a tale scopo. Pensate alla sorpresa dei viaggiatori che giungevano da ogni parte del mondo in Sicilia nel trovarsi dinanzi a questi piccoli capolavori. Oltre a Guy de Maupassant, altri lo descrissero: il letterato francese Jean Baptiste Gonzalve de Nervo (1840-1897), che rimase in Sicilia un mese per raccogliere materiale per il suo libro di viaggio, nel 1833,  racconta di aver visto sulle strade siciliane dei carretti, le cui fiancate portavano l’immagine della Vergine o di qualche santo, derivata dalla pittura su vetro, molto popolare a quei tempi in Sicilia:

Specie di piccoli carri, montati su un asse di legno molto alto; sono quasi tutti dipinti in blu, con l’immagine della Vergine o di qualche santo sui pannelli delle fiancate e il loro cavallo coperto da una bardatura, ornata di placche di cuoio e di chiodi dorati, porta sulla testa un pennacchio di colore giallo e rosso“.

Il geografo francese Eliseo Reclus, venuto in Sicilia nel 1865 per osservare l’eruzione dell’Etna:

A Catania, i carretti e le carrettelle non sono come in Francia, semplici tavole messe insieme, ma sono anche lavori d’arte. La cassa del veicolo posa sopra un’asse di ferro lavorato, che si curva e si ritorce in graziosi arabeschi. Ciascuna delle pareti esterne del carretto è divisa in due scompartimenti che formano due quadri. Il giallo oro, il rosso vivo ed altri colori dominano in questi quadri. Per la maggior parte sono scene religiose, ora la storia di Gesù o quella di sua madre, ora quelle dei Patroni più venerati in Sicilia, come San Giovanni Battista, Santa Rosalia o Sant’Agata..…”.

Carretto Siciliano

Il Carretto tra Arte e Moda e Poesia

Quest’arte secolare, intrisa di tradizione e identità, custodita gelosamente e tramandata da generazione in generazione, nonostante il subentrare delle auto abbia confinato il carretto a un elemento folkloristico e a presenziare a sagre, feste di paese e, nelle città, a portare a spasso entusiastici turisti, è riuscita a influenzare anche il mondo dell’arte e della moda. Renato Guttuso, ad esempio, affascinato, sin da giovane, da questi istoriati scrigni da passeggio, ne assorbì figure e colori che traspose nella sua personale opera, rielaborandola attraverso il filtro della sua personale percezione artistica. Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno reinterpretato lo stile dei carretti siciliani in una suggestiva collezione di abiti, della CollezionePrimavera Estate 2016, che profumava di una sicilianità antica da ammirare e contemplare. Il grande poeta Ignazio Buttitta, infine, ha affermato: “attraverso le immagini del carretto la cultura siciliana racconta se stessa“.

Parlare del carretto siciliano significa immergersi in una cultura popolare che è elogio di una bellezza, oggigiorno, spesso dimenticata e, citando nuovamente Guy de Maupassant: “Quegli uomini, quelli di una volta, avevano un’anima ed occhi che non somigliavano a quelli nostri; nelle loro vene, con il sangue, scorreva qualcosa di scomparso: l’amore e l’ammirazione per la Bellezza”.

Carretto Siciliano

Curiosità
Le due principali città siciliane, Palermo e Catania, hanno tradizioni diverse. Nel palermitano il carretto ha sponde trapezoidali, tinte gialle di fondo e decorazioni geometriche, i temi rappresentati sugli scacchi variano tra cavalleresco e religioso e sono realizzati nelle tonalità basilari del rosso, del verde, del giallo e del blu, con sfumature ridotte all’essenziale. Nel catanese, invece, le sponde sono rettangolari, la tinta di fondo è rossa come la lava dell’Etna e decorazioni e intagli sono più ricercati, rifiniti e con molte sfumature e chiaroscuri. Esistono, in realtà, altre due varianti tipologiche del carretto: quella castelvetranese, diffusa nell’entroterra della provincia di Trapani e quella trapanese, tipica del capoluogo, che si distingue per le ruote di grande diametro e per essere sormontata da una barra orizzontale.

Tre sono le tipologie dei carretti in base al trasporto effettuato: “U Tiralloru”, con laterali bassi e rettangolari, utilizzato per trasportare la terra; “U Furmintaru” con laterali rettangolari più grandi, per trasportare frumento; “U Vinaloru”, con le fiancate trapezoidali e le tavole inclinate, utilizzato per trasportare il vino.

Un personaggio rappresentativo di quest’antica arte è stato il signor Di Mauro, conosciuto comeMinicu u pitturi” che, scomparso nel 2016 ad Aci Sant’ Antonio all’eta di 102 anni, fu invitato, nel 1982, a rappresentare la Sicilia al padiglione “Tourisme et Travail“; la sua creazione fu esposta nel più prestigioso museo etnologico del mondo, il “Musée de l’homme” di Parigi e un piccolo carro, con sopra riprodotte le vicende del Presidente americano John F. Kennedy, fu spedito alla Casa Bianca.

Chiudiamo con il filosofo Manlio Sgalambro e il rapporto di noi autoctoni  con questa isola di malìa: “Io sono io e la Sicilia. Non posso ignorarlo o escluderlo, sarei colpevole di un’astrazione malfatta“.

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