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Poteva fare la differenza essere allora il padrone del pallone?

La strada ed il pallone

di
26 Novembre 2021

Carissimi

Chi portava il pallone era certamente benestante, ma non è detto che era lui a comandare, poiché era si rispettato, ma nella maggior parte dei casi finiva per fare il portiere, ruolo quasi sempre tenuto in poca considerazione, testimonianza ne era che chi poi realmente avesse avuto un portiere vero che sapesse parare all’interno dei due “balatoni” che delimitavano la porta immaginaria, era colui che alla fine avrebbe avuto la partita vinta, ma state certi che al momento di “toccarsi i compagni”, la prima scelta non era certamente per colui che aveva portato il pallone.

Ovviamente se chi portava il pallone veniva offeso, subiva un torto, o veniva chiamato dai genitori, la partita finiva lì, perché potevi stare fresco che ti lasciasse il pallone per continuare, vatti a fidare.

Non è cambiato nulla, malgrado siano passati gli anni, chi è bravo non ha bisogno di chi porta il pallone, ma senza di lui, non gioca e credetemi non ho mai visto nessuno essere bravo e portare il pallone, quasi che le due cose fossero impossibili ed antitetiche.

Quanti palloni bucati, quanti palloni arroccati, quanti palloni tagliati da negozianti che afferratili li hanno giustiziati davanti a tanti bambini dopo aver dato l’avvertimento di rito: “l’amu a tagghiari stu palluni?

Ho desiderato di possedere un pallone “san siro”, che ci volete fare, era di plastica ma ricordava le fattezze dei veri palloni, ma poi desideravo tanti altri giocattoli prima di quel pallone che il desiderio di possederlo passava in secondo piano, poiché ci sarebbe stato sempre un papà di qualcuno, patito di pallone che avrebbe goduto della gioia di regalarlo al figlio che diversamente non avrebbero mai giocato.

Sembrano cose lontane nel tempo, ma credetemi, ho visto tanti papà che hanno comprato loro il “giocattolo” perché diversamente i figli non avrebbero potuto giocare, perché non avevano le qualità per essere scelti e per giocare.

Giocare per strada è stata una università di vita fin quando tutti per giocare eravamo costretti o a stare a casa da soli o scendere sul marciapiede da condividere con altri bambini e sognare dietro ad ogni gioco con la fantasia che solo a quell’età si può avere.

Giocare per strada è servito a conoscere prima di tutti la differenza tra il bene e il male, tra il cattivo e il buono, a mischiarsi tra le classi sociali, a desiderare finanche di possedere una portineria di un palazzo per non avere limiti di tempo e poter vivere direttamente sulla strada senza neanche avere il disturbo di dovere fare i gradini.

La strada che ci distingueva dai bambini “per bene” quelli con la riga nei capelli o con il fiocco del grembiule sempre fatto e a posto, quelli che non si mescolavano con gli “scanazzati”, con coloro che dovevamo conoscere prima di tutti le ingiustizie, le cattiverie, le molestie o le legnate dei più “grandi”.

La strada ti insegnava che la differenza di età, non contava una volta giunti sul battuto cementizio e che a volte “grandi” era un termine usato quasi a sproposito, poiché ti rendevi conto che certa gente poteva andare avanti con gli anni, ma non cresceva e quando ti aspettavi da loro saggezza, soltanto perché avevano tanti anni in più di te, scoprivi che erano rimasti bambini, più bambini di quanto lo fossimo noi.

Abbiamo imparato stando nell’unica “università popolare” alla portata di tutti, ma che non costituiva titolo preferenziale per alcun concorso, a sopravvivere in una città che uscita fuori da pochi contesti riservati, era realmente piena di insidie e nei periodi più brutti e più violenti, dove sarebbe bastato fare la conoscenza sbagliata, dove sarebbe bastato incrociare gli occhi sbagliati o trovarsi da involontari comparse in scene criminose per aver oggi dedicato un “asilo nido” o qualcosa che ne conservasse la memoria.

Poteva far la differenza essere allora il padrone del pallone? Non lo so, non lo sono stato, ma credetemi come tanti di voi ho avuto un’infanzia piena di “contenuti e di valori” al punto tale ancora oggi, quando affronto il prossimo nel mio quotidiano, una volta superati i ruoli e l’apparenza, o il possesso di qualunque “pallone”, riconosco in cinque minuti chi ha fatto la mia stessa “università”.

Un abbraccio, Epruno.

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