15 Settembre 2019 - Ultimo aggiornamento alle 09.02

"La sua posizione è debole, approssimativa e demagogica"

L'”Alleanza delle cooperative italiane” replica a Maiolini: “Ircac e Crias non sono assimilabili alle banche”

7 Maggio 2018

 

L’Alleanza delle cooperative italiane, il cui presidente è Gaetano Mancini e i copresidenti Michele Cappadona e Pietro Piro, ha inviato alla redazione de ilsicilia.it una replica all’intervista rilasciata qualche giorno fa da  Francesco Maiolini, già direttore di Banca Nuova, oggi di Banca Igea, e presidente dell’Irfis per un paio di anni durante i governi Lombardo e Crocetta, che riportiamo di seguito:

La posizione di Maiolini su IRFIS, IRCAC e CRIAS è debole, approssimativa e demagogica. E quindi sospetta. Non tanto e non solo per il facile richiamo strappa applausi alla politica che non deve immischiarsi, ma sopratutto perché Maiolini parla in maniera generica di “tre società finanziarie regionali”, così accomunando l’IRFIS all’IRCAC e alla CRIAS, come fossero dei duplicati, lasciando intendere di non sapere che si tratta di realtà totalmente differenti e con finalità tra loro non conciliabili.

IRCAC e CRIAS – viene precisato nella nota –  non sono, infatti, né banche ne finanziarie, sono enti economici di diritto pubblico che si occupano di credito agevolato, una tipologia di finanziamento che una banca o una finanziaria non potrebbe mai erogare nella maniera nella quale lo fanno IRCAC e CRIAS. Vanno insomma incontro ad esigenze che gli istituti di credito non possono soddisfare e a condizioni più competitive. Lo stesso finanziamento ha ad esempio un costo ben differente se erogato dall’IRCAC o dall’IRFIS, e significativamente più alto nel secondo caso. Per fare un esempio un finanziamento di 100.000 euro alla fine del periodo di rimborso sarà costato poco più di 110.000 se concesso dall’IRCAC e circa 178.000 se concesso dall’IRFIS”.

Può spiegarci Maiolini, come potrebbe mai rispondere il tanto decantato super Irfis, soggetto finanziario sottoposto alle regole di Basilea, alle esigenze di tante, tantissime, piccole imprese siciliane? E ancora: perché si continua a parlare di poltrone nei consigli di amministrazione e di relativi costi da abbattere quando si sa perfettamente che per questi incarichi non ci sono compensi? Perché si continua a parlare di inefficienze quando si sa benissimo che il credito concesso da IRCAC, per le proprie finalità istituzionali, escludendo cioè le sofferenze prodotte dalle leggi speciali emanate dalla Regione e da essa stessa gestite, ha un tasso di sofferenza più basso del sistema bancario, pur in assenza del controllo della Banca d’Italia? Perché si continua a parlare di sostenibilità se si sa perfettamente che l’IRCAC, al pari della CRIAS, non pesa per un solo euro sul bilancio della Regione ma si sostiene attraverso le proprie attività?

Ecco perché non condividiamo il modo con il quale si affrontano questi argomenti, guardando in superficie e senza neanche mettere a fuoco. Ne comprendiamo i motivi che giustificano l’insistenza con la quale Maiolini torna su questo argomento, come testimoniano gli articoli di stampa di questi anni, cioè ben prima delle elezioni regionali che hanno dato vita al Governo Musumeci che ha sposato questa tesi di aggregare IRCAC, IRFIS e CRIAS.

Noi allora chiediamo al Governo Musumeci di non preferire le ragioni della finanza a quelle di quelle tante piccole imprese siciliane che ogni giorno si rimboccano le maniche e con il proprio sudore vanno avanti nonostante le tante difficoltà. Chiediamo di non anteporre alle loro ragioni quelle del mondo finanziario e bancario. E ribadiamo l’invito a desistere da questo progetto in assenza di un condiviso e indispensabile approfondimento tecnico e giuridico. Perché con la fretta, indipendentemente dalle ragioni che la motivano, si rischia di danneggiare sul serio un pezzo significativo dell’economia regionale, fatta da artigiani e cooperative che si sbracciano ogni giorno per resistere e mantenere i livelli occupazionali anche nelle fasi di crisi, quelle nelle quali altre imprese chiudono, licenziando i lavoratori, in attesa di tempi migliori che garantiscano le loro attività lucrative. Noi invitiamo il Governo Musumeci a volgere lo sguardo su quelle piccole imprese artigiane e cooperative ed a sostenerle nei loro percorsi di crescita piuttosto che togliere loro le poche opportunità fino ad oggi rese disponibili.

Senza definirle lobby, come pure è stato fatto. Perché fa sorridere – conclude la nota – o forse meglio lascia sbigottiti, sentire parlare, come è successo, di lobby di artigiani e cooperative che contrasterebbero i progetti di riforma, proprio quelli che adesso scopriamo essere tanto cari al sistema bancario e della grande impresa”.

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