L’archeologia del "Do not cross" come tutela :ilSicilia.it

ne parliamo con Valeria Li Vigni

L’archeologia del “Do not cross” come tutela

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29 Maggio 2020

I nostri mari, nascondono preziose testimonianze, ricche di storia con racconti sempre più affascinanti di popoli che li hanno attraversati.

Oggi, grazie alle nuove tecnologie, e l’affiancamento dei centri Diving, le immersioni subacquee, sono alla portata di tutti. Già con il primo brevetto, che può essere preso anche durante una vacanza in un villaggio turistico, è possibile esplorare questo mondo sommerso con molta tranquillità. Offrendo, ai tanti appassionati, curiosi e semplici ammiratori, l’opportunità di godere delle sue meraviglie sempre diverse ad ogni immersione.

Purtroppo in molti casi, la tentazione di portare con sé un ricordo, genera distruzione di pregiati coralli o il trafugamento di reperti archeologici, che fuori dal loro contesto storico geografico, non racconteranno più nulla.

Un modo per guardare a questi beni con maggiore rispetto ci sarebbe: avete presente il luogo in cui avviene un crimine? Quando viene compiuto un delitto contro qualcuno, gli investigatori si affrettano ad isolare l’area interessata e marcare con un nastro la scena del crimine stesso. In questo modo, la zona viene preservata da curiosi e da chi, anche involontariamente, può pregiudicare le prove attraverso impronte digitali o altri interventi umani. Lo si vede spesso nei film americani e anche nelle fiction di casa nostra che trattano di fatti di sangue più o meno gravi.

Ebbene, credo che il trafugamento di beni archeologici non sia meno grave di un omicidio ai danni di una persona. In questo caso, infatti, il delitto si commette nei confronti di una moltitudine di persone, una comunità intera o, peggio, verso l’umanità. Rubare nei siti archeologici è gravissimo e meriterebbe maggiore attenzione da parte di tutti. E allora, perché non trattare i siti d’interesse archeologico come se fossero delle scene di un crimine, dando, cioè ad essi, quella cura che merita un luogo in cui nulla deve essere toccato? Un luogo, cioè, nel quale ogni cosa deve restare al suo posto, perché altrimenti se ne potrebbe pregiudicare l’essenza stessa.

Un argomento molto caro all’archeologo Sebastiano Tusa, fermo sostenitore del principio del Do not cross”. Dove gli oggetti antichi vanno guardati ma non decontestualizzati rispetto all’ambiente di provenienza. Lasciando, a chi dell’esplorazione di questo mondo ne fa una professione di studio, per la società. Un intervento programmato, svolto esclusivamente da tecnici, ricercatori e professionisti del settore.

Oggi la Soprintendenza Regionale del Mare, unica realtà al mondo, che opera per la sicurezza del patrimonio sommerso ha effettuato una operazione di recupero e salvaguardia di una piccola ancora in piombo. Di cui si conosceva il posizionamento grazie alla segnalazione, di Marcello Basile, gestore di un diving a SanVito Lo Capo (TP) che ha percepito la necessità di mettere in sicurezza il reperto archeologico. Evitando così di alimentare il mercato illecito degli oggetti d’arte.

L’operazione di recupero, coordinata dalla Soprintendenza del mare, ha coinvolto la Guardia di Finanza, con il reparto ROAN con il quale ha un protocollo di intesa da diversi anni, proprio per le attività di ricerca e tutela dei reperti archeologici marini. Il recupero è avvenuto ad una profondità di circa 20m. Dopo aver rilevato, registrando la posizione con il GPS, è stata collocata sul posto una targhetta della soprintendenza del mare. Successivamente il reperto è stato trasferito a Palermo presso la sede del Roosevelt per uno studio approfondito.

Ne parliamo con Valeria Li Vigni, Soprintendente del Mare e moglie del compianto Sebastiano Tusa.

Valeria Li Vigni
Valeria Li Vigni

Come si svolgono le attività di tutela e prevenzione della Soprintendenza del Mare?

La soprintendenza del mare prosegue nella sua attività di tutela, valorizzazione e comunicazione volta alla conoscenza del nostro patrimonio sommerso e lo fa con l’entusiasmo che ci ha trasmesso il suo fondatore Sebastiano Tusa. Conoscenza che va condivisa con il territorio, che deve amare il proprio patrimonio e tutelarlo. Non una tutela imposta dall’alto, ma sentita e operata da chi in quel territorio vive e ne sente l’appartenenza e nutre quella volontà di trasmetterlo, sempre nelle migliori condizioni, alle generazioni che seguono

Quanto sono importanti i Diving?

Sono proprio i diving i nostri operatori sul territorio che hanno a cuore i nostri beni e che costantemente ci aggiornano sullo stato degli itinerari e ci chiamano su eventuali anomalie.

Era proprio questo, il volere dell’azione di Sebastiano che voleva porre fine alle depredazioni e coinvolgere i cittadini, che in un particolare territorio operano e verificano come il valore aggiunto del patrimonio culturale sia una sollecitazione alla conoscenza. Ed è questo valore aggiunto che fa la differenza con i paradisi naturalistici delle vacanze dalle isole Canarie, alle Maldive al Mar Rosso.

I nostri mari cosa offrono al turista sempre più esigente?

La Sicilia può offrire il valore aggiunto della storia, della scoperta dei relitti sommersi, dei corredi di bordo che offrono come in un fermo immagine la possibilità di leggere la storia di un naufragio, una tragedia che ci aiuta a ricostruire una pagina della nostra storia. Il turista subacqueo, può entrare in questo contesto, da semplice spettatore, ammirando i relitti, i loro contenuti, le anfore che ancora al suo interno custodiscono mercanzie e racconti di scambi commerciali.

Quale raccomandazione agli appassionati dei fondali marini?

Ogni subacqueo dovrebbe impegnarsi per la tutela del mondo marino, mantenendo una generale e costante attenzione verso un minor impatto anche durante le immersioni subacquee. Lasciarsi guidare dai Diving, che potremmo definire le nostre “sentinelle della cultura” che oltre a svolgere una funzione didattica e ricreativa svolgono una funzione di tutela di quei reperti che costituiscono motivo di attrazione e valorizzazione alla visita.

Cosa consiste questo ultimo ritrovamento?

Si tratta di un’ancora a ceppo fisso, di epoca ellenistico-romana (IV-III sec A.C) con cassetta quadrangolare e perno centrale, un manufatto di piccole dimensioni che presenta una decorazione a rilievo di delfino su uno dei due bracci.

Il delfino era considerato, tra i simboli marini legati ad Afrodite Euploia, uno dei più benauguranti per la navigazione. Che insieme ad altri simboli, come le conchiglie e gli astragali, si consegnava la custodia della nave e dei naviganti, per un ritorno tranquillo nella propria terra.

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