24 Agosto 2019 - Ultimo aggiornamento alle 10.17

L’arte come mezzo per accedere all’inconscio dei bambini

26 Novembre 2018

E per ascoltare il “non-suono” prodotto dai loro pensieri

Per accedere al mondo interno e per stimolare la spontaneità di un bambinoio utilizzo l’arte, tecniche psicodrammatiche, il teatro. Tali tecniche mi aiutano assolvendo a svariate funzioni: espressive, socializzanti, di comunicazione e persino terapeutiche. Dò in mano, di proposito, diverso materiale di cartoleria, colori di tutti i tipi, album di tutte le grandezze, cartoncini adesivi colorati, colla, petali di fiore finto e altri elementi decorativi. L’arte è uno strumento per l’individuazione della maturazione e un indice del suo andamento. Io me avvalgo anche come mezzo di indagine e di scambio con i genitori. Cerco,  in questo modo, di comprendere il tipo di relazione che si crea con loro e ciò che eventualmente c’è o manca. Nel gioco delle prospettive, nella scelta dei colori, nelle sequenze narrative, nell’uso immaginifico del colore e dei materiali c’è la chiave per comprendere il disagio di un bambino, aiutandoci così a decifrare, attraverso il linguaggio dei segni grafici, gli atteggiamenti che sono nati nel rapporto con sua madre, con suo padre, con se stessa, le carenze e i disagi di una minore. Le emozioni sono un aspetto importante dell’arte così come le competenze motorie, percettive e cognitive.

Quando si crea un’opera artistica ci sono dei momenti di pausa che il creatore dedica a guardare il suo lavoro, valutandolo, decidendo se deve aggiungere, modificare o rifare, se può considerarlo concluso o no. Per progettare, eseguire un lavoro artistico, infatti, occorrono concentrazione, tranquillità, volontà. Quello armonioso è un clima non facile da realizzare quando c’è come un rumore di fondo, nella mente del bambino. La sua attenzione è frammentata, il suo pensiero è confuso, disorganizzato. Quandoil bambino vive dei disagi è come se ci fosse in sottofondo una radio accesa, un giradischi incantato che gli ricorda il suo vincolo. Il loro lavoro, a volte, manifestano quello che è chiamato “shock di ritorno” dell’effetto e della causa (Wallon, 1950). La Berenson (1968) afferma, per esempio, che il bambino che ricopre tutto il foglio con i suoi tracciati esprime in tal modo il desiderio di occupare quanto più spazio possibile nell’affetto di sua madre. La madre è, infatti, la figura, generalmente, nella normalità, sempre ricorrente nella realtà immaginifica  dei bimbi, l’oggetto su cui orienta tutti i suoi desideri e affetti. Ci sono degli schematismi fondamentali comuni a tutti i bambini che evolvono secondo i tempi della maturazione muscolare e neurologica oltre che a seconda di quanto sia facilitante e ubertevole il contesto il cui crescono (RhodaKellogg).

Disegnare gli oggetti senza –almeno apparentemente- alcuna relazione fra di loro e non solo per mancanza di tecnica ma proprio perché non intende considerarli uniti, in psicoanalisi, ha un senso importante: è, quasi, certamente dovuto a un disadattamento psichico. L’assenza di collegamento è provocata anche da un forte impoverimento dell’ambiente di vita, per assenze di stimoli e di esperienze, perché si vive in una zona “depressa” anzi che “di confort” (Markham, 1954).

Il disegno, come manifestazione espressiva, integra le forme di espressione abituali, soprattutto, nel caso di blocchi psichici o insufficienze fisiche. Può denotareanche mancanza di energia per una alimentazione non adeguata.

Tutto ciò che accade in famiglia e a scuola viene assimilato per poi ricomparire in ogni manifestazione del fanciullo. Il disegno dei bambini è carico di messaggi sia per quello che descrivono sia per quello che omettono. Le omissioni sono tipiche dei bambini con genitori separati perché i genitori –madre o padre- restano lontano da casa per lunghi periodi. Sono tipiche anche in bambini che soffrono per l’assenza del padre e/o madre che la sera è troppo stanco e nervoso per aver voglia di intrattenersi con loro. Ecco allora che dalla produzione apparentemente innocente di un fanciullo può balzare improvvisamente in primo piano un aspetto inquietante della sua vita familiare. Tale produzione dipende, infatti, sia dalla componente genetica sia dalla successione temporale sia dall’ambiente familiare a cui appartiene e di cui il fanciullo assume comportamenti, atteggiamenti e modi di pensare comuni, inevitabilmente e senza consapevolezza sia da parte del bimbo sia da parte degli adulti, tranne in determinate occasioni.

Esiste, evolutivamente parlando, un parallelismo tra enfasi e scelta del colore ed emotività. Soltanto i bambini critici e molto controllati scelgono colori che non siano intensi e caldi.

Il colore verde è un colore freddo che esprime, suscita e provoca passività, calma, inerzia, tristezza, malinconia e non si muove in nessuna direzione. L’arancio e il violetto segnano la fine di un sogno e hanno in sé un che di tristezza e solitudine. Nel bianco tutto scompare. Il marrone richiama il bisogno di stabilità e sicurezza di un bambino.

Dentro un bambino ci può essere come un “non-suono”, quello che viene prodotto dai suoi pensieri (Kandisky, 1940; Anna Olivierio Ferraris, 2012).

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