Laura Salvinelli, ritrattista e fotografa di guerra | INTERVISTA :ilSicilia.it

L'ARTE NELLA SUA SFACCETTATURA PIù IMPRESSIONISTA

Laura Salvinelli, ritrattista e fotografa di guerra | INTERVISTA

di
4 Settembre 2020

«Un tema importante e controverso per la fotografia sociale e di guerra è la bellezza. Molti fotografi sembrano evitarla, come se evidenziandola si approvasse la povertà, la disgrazia che rende “belli”… io lavoro con la bellezza e la cerco nei posti e nelle situazioni peggiori. Credo che vedere la bellezza voglia dire avere una visione, avere immaginazione e una missione, insomma essere liberi.» (Laura Salvinelli)

Centro tubercolosi, ospedale di Herat, 2012 Foto per la mostra "Stop TB" dell'Organizzazione Mondiale della Sanità
Asia, 7 anni “Sono fidanzata, ma non voglio sposarmi, cioè non prima di aver studiato e imparato di più. Vorrei diventare insegnante. Spero che da grande il mio fidanzato sarà un uomo buono. Sono contenta di avere presto l'acqua pulita a Maluma”. Provincia di Herat, Afghanistan, 2011 Foto per il calendario "Per l'Afghanistan" dell'ONG GVC
Buzkashi. Balkh, Afghanistan, 1391 (2013)
La vecchia Lakshmi nel "Palazzo degli elefanti" Desaswom Punnathur Kotta. Guruvayur, Kerala, India, 1996
Lo sminatore Omar al lavoro col cane Aiwan. Rassai, Stato di Cassala. Sudan 2016
Il Centro Ortopedico del Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) Wazir Akbar Khan. Kabul, Afghanistan, 2003. Fondato nel 1988 per fornire gambe e braccia agli amputati di guerra, il centro ortopedico ha poi aperto le porte a tutte le perosne portatrici di handicap motori. Il Centro Ortopedico è diretto da Alberto Cairo e completamente gestito da disabili.
I cuochi dell'orfanatrofio Tahia Maskan. Kabul, Afghanistan, 2003. Nell'orfanatrofio Tahia Maskan, 1100 bambini vivono penosamente. In Afghanistan l'orfanatrofio è una'istituzione particolarmente dannosa e contraria al concetto di famiglia allargata radicato nella cultura locale.
IDP (internally displaced person), sfollato interno nel campo Milonga 2, dove al momento dello scatto più di 2000 sfollati vivevano ammassati in enormi porcili. Kinshasa, RD Congo, 2006. “Oltre 4 milioni i morti dal 1998 a causa della guerra. Ogni giorno 1.200 persone perdono la vita per cause legate direttamente o indirettamente al conflitto. La metà sono bambini”. Questa la situazione descritta nel rapporto “Allarme infanzia: Repubblica Democratica del Congo”, presentato dall’Unicef nel giugno 2006, al tempo del reportage. “I bambini sopportano il peso più grande del conflitto, in termini di morti e malattie, e non solo come vittime. Sono anche testimoni di atrocità e crimini efferati che infliggono loro traumi fisici e psicologici irreversibili”. In particolare il rapporto dell’Unicef denuncia le aggressioni sessuali “usate come arma di guerra contro donne e bambini”, sottolineando che solo lo scorso anno i casi accertati sono stati 25.000. “Circa 30.000 minori potrebbero essere associati a gruppi o forze armate come combattenti, schiavi sessuali o costretti a seguire le milizie nello spostamento degli accampamenti militari”.
Shukria, che ha perso due gambe e un braccio per l'esplosione di una mina antiuomo. Centro Ustioni, Ospedale Regionale, Herat. Afghanistan, 2010
L'ostetrica diplomata Rabha Abdalraheem Ahmed, 56 anni, visita Raheeba Mohammed, 25 anni, e la sua neonata Madeena, 45 giorni. Villaggio di Marin, località Rahad, Stato di Gedaref. Sudan, 2015 Le ostetriche hanno il ruolo fondamentale nella pratica o nella lotta contro le mutilazioni genitali femminili. In Sudan, dove è praticata la più forma più radicale, l'infibulazione, quasi il 90% delle donne sono mutilate. L'infibulazione è la rimozione dei genitali femminili esterni e la cucitura della vulva. L'operazione è praticata dalle ostetriche tradizionali in condizioni non asettiche ed è causa di un grande trauma fisico e psicologico, emorragie, complicanze delle gravidanze e dei parti, come la fistola ostetrica, e aumento della mortalità materna e infantile. In Sudan la mortalità infantile è di 60 su 1.000 nati vivi, più della metà (34 su 1.000) morti entro il primo mese di vita. La possibilità di un parto sicuro, assistito da ostetriche formate, è la chiave per la riduzione della mortalità materna e perinatale.
Chanchalma (“ma” significa "vecchia ostetrica") at work. Chanchalma è membro della cooperativa delle ostetriche del sindacato SEWA (Self Employed Women's Association). Pasunj, Gujarat, India, 2007 Chanchalma è la dai, la levatrice, ma anche un'anziana saggia del villaggio di Pasunj. Vedova dall'età di quarant'anni, continua una tradizione e una sapienza apprese dalla suocera, come accade spesso. E' un'autorità nel villaggio da venticinque anni. Nel luglio del 2007 a Pasunj ci sono 110 donne incinte e molte puerpere da assistere. Durante il giro di visite la dai porta, in una borsa di stoffa, uno stetoscopio di metallo e piccoli volantini stampati da Sewa per divulgare alcune norme di igiene e buona alimentazione. Poco più che bambine, grandi occhi docili, le giovani donne incinte mostrano alla dai la pancia che cresce tra il choli e la ripiegatura del sari; onnipresente la suocera le osserva. Le madri, accoccolate sul charpoi, accarezzano e consolano i neonati con una grazia da natività quattrocentesca: i sari le incorniciano, le lunghe dita massaggiano il bambino sulla pancia e nelle pieghe del collo. In una casa benestante, ai piedi dell'icona ridente di Krishna bambino, stanno i sacchi delle scorte di sementi e lo schermo del televisore protetto dalla polvere. Il totem dei poveri fa irrompere la dimensione “mondo” anche negli slum e nei villaggi: permette di immaginare molti universi possibili, di desiderarli, talvolta di perseguirli. Mariella Gramaglia
Festival dell'Aïr. Peul Bororo. Iférouane, Niger 2018
Ragazze detenute in un riformatorio. Alcune indossano divise scout appena distribuite. Kenya, 2016
Ragazza detenuta in un riformatorio. Sta leggendo "Oliver Twist" che narra di un bambino di strada che finisce nelle maglie della malavita. La storia di tutti i detenuti minori. Kenya, 2016
Ragazza tibetana al Festival del Ladakh. Leh, India, 2004. Il Festival del Ladakh si svolge a Leh, capitale del Ladakh, ogni anno dal 1° al 15 Settembre. Per l’occasione si radunano tutti i diversi gruppi tibetani del distretto e, indossando orgogliosamente i loro abiti tradizionali, si esibiscono in spettacoli di danza con maschere e concerti, e in gare di tiro con l’arco e di polo.
La scuola, Thiksey Gonpa. Ladakh, India, 1990. Nel 1959, dopo otto anni di occupazione cinese e dopo la tragica insurrezione di Lhasa, il Dalai Lama dovette fuggire dal suo paese e riparare in India, da dove continua incessantemente a richiedere una soluzione pacifica e non violenta al problema tibetano. Il Ladakh o “piccolo Tibet” era stato già annesso nel 1834 al regno del Maharaja di Jammu, ora stato indiano di Jammu e Kashmir, ed è sempre stato abitato da tibetani. A loro si aggiungono nuove ondate di profughi che ogni anno, specialmente in inverno, quando per il freddo i controlli alle frontiere sono minori, riescono a scappare dal loro paese. Il monastero (gonpa) di Thiksey ospita una comunità di 108 monaci, che vivono lì dall’età di quattro anni. Dopo 14 anni, ho ritrovato a Thiksey tutti i monaci che avevo conosciuto nel 1990, tranne il vecchio abate, che è morto.
Lavoro minorile, produzione di strumenti chirurgici. Jharian Wala, Sialkot District, Punjab. Pakistan, 2013
Claudia Koll, Roma 1989
Francesco de Gregori, Roma 1988
Keanu Reeves nella scena dell'illuminazione di "Il piccolo Buddha". Kathmandu , Nepal, 1992

di Andrea Giostra

 

Ciao Laura, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito. Se volessi presentarti ai nostri lettori cosa racconteresti di te quale artista della fotografia? Come ti descriveresti a chi leggerà questa intervista per dare l’immagine di te quale artista?

Sono Laura Salvinelli, ho iniziato a fotografare quando avevo 20 anni, ora è passato più di un terzo di secolo ed è ancora il mio unico lavoro e una grande passione. Sono ritrattista, fotogiornalista (scrivo anche i testi dei miei reportage) e fotografa sociale.

 

Come è nata la tua passione per la fotografia e quale il percorso artistico che hai seguito?

Ho sempre sognato che avrei lavorato nel campo delle immagini, magari per il cinema. E io seguo sempre i miei sogni. A 20 anni mi feci fotografare da un grande fotografo, Peppe D’Arvia, perché occasionalmente mi capitava di posare per qualche foto di pubblicità o moda. Non è mai stato un vero progetto di lavoro: ci venivano a scegliere fuori da scuola, era un’attività leggera e divertente e ben pagata. Peppe era un grande fotografo, particolarmente poliedrico, sapeva fare bene tutto, dal ritratto alla foto pubblicitaria, industriale, sviluppava e stampava eccellentemente, e anche un grande maestro. Non ha avuto la fama che meritava perché era un vero outsider. Questo avvenne poco tempo dopo che mi ero comprata la mia prima macchina fotografica. Mi chiese di mostrargli le foto che avevo fatto e mi incoraggiò a continuare nel modo migliore possibile, facendomi entrare nel suo studio. Lì mi resi conto che la fotografia era il lavoro per me. Quando ero piccola, col materialismo magico dei bambini, cercavo di dimostrare la verità dei sogni: stringevo in mano un oggetto che mi appariva in sogno e tentavo di trasportarlo nella vita da sveglia. Ovviamente mi svegliano con le mani vuote, ma continuavo a provarci, poi un giorno lasciai perdere. Uno dei primi giorni in camera oscura, mentre osservavo la magia dell’immagine che appare nella bacinella dello sviluppo, mi resi conto di aver finalmente realizzato quello che cercavo da bambina: la trasposizione da una dimensione all’altra! Col tempo il percorso iniziato da un’occasione casuale mi ha permesso sempre di più di esprimere quello che avevo dentro, e che avrei raccontato meglio con la sintesi di un’immagine fissa. Ho amato profondamente la camera oscura, quell’utero in cui accadono trasformazioni chimiche e magiche. Ho sviluppato tutti i miei negativi e stampato tutte le mie foto fino alla morte di Peppe pochi anni fa, lasciando però gli ingrandimenti per le mostre al bravo Luciano Corvaglia.

 

Ha fatto tantissime esperienze lavorative, molte nel mondo dello spettacolo e del cinema. Quali sono state le esperienze professionali che vuoi raccontarci?

L’amore per il cinema e lo spettacolo è stato appagato divenendo parte del mio lavoro come soggetto da fotografare. Per altro, a Roma la scelta per me era facile: visto che mi piaceva molto la ritrattistica, potevo cercare clienti tra i politici o gli attori e i musicisti, e ho sempre preferito le persone dello spettacolo. Non perché non mi interessi la politica, tutt’altro, ma perché queste ultime sono molto più divertenti da fotografare. A parte qualche lungo viaggio in Asia in cui ho iniziato a fare i miei reportage che poi vendevo ai giornali, ho lavorato per quasi vent’anni per lo spettacolo, fino all’11 settembre 2001. Il lavoro che ha unito più passioni insieme: il cinema, l’impegno per una giusta causa, l’interesse per il buddhismo, il viaggio, è stata la partecipazione come protagonista di “Perché Buddha?”, un documentario di Paolo Brunatto girato sul set di “Il piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci”.

 

Mi hai raccontato, infatti, che dopo l’11 settembre 2001 la tua vita professionale ha avuto una svolta. Qual è e quale è stato il tuo lavoro dopo l’11 settembre?

L’11 settembre stavo fotografando un’attrice tedesca quando una mia amica mi telefonò sconvolta dicendomi di accendere immediatamente la televisione. Lì c’erano quelle immagini catastrofiche che purtroppo non erano un film. Decisi di mettere a disposizione quello che sapevo fare per il mondo umanitario. Ma non fu una folgorazione sulla via di Damasco: dopo tanti anni per lo spettacolo, quasi 20, stavo sempre più allontanandomi dall’edonismo imperante, e soprattutto dalla manipolazione chirurgica dei corpi (prima delle donne, poi anche degli uomini) che mi sembra un gran passo indietro in termini di evoluzione. Appena possibile andai in Afghanistan, e da allora lavoro in Asia e Africa da una parte per le organizzazioni umanitarie (agenzie delle Nazioni Unite ogni tanto, e soprattutto ONG, che preferisco di gran lunga) e per la stampa, per cui scrivo anche i testi dei miei ritratti e reportage.

 

Cosa significa oggi lavorare nei Paesi di guerra, nei Paesi delle grandi emergenze umanitarie? E qual è la differenza tra una “foto artistica”, quelle che hai fatto nel mondo dello spettacolo e del cinema, per esempio, e una “fotografia sociale”, se possiamo chiamarla così?

La grande differenza fra la fotografia sociale e quella per lo spettacolo è che, mentre la seconda è sempre un accordo bilaterale, che interessa entrambe le parti, la prima apre questioni etiche più delicate e complesse per il fotografo, che quasi sempre è solo a scegliere e dunque ha grande responsabilità, tanto maggiore quanto quello che testimonia è “sensibile”. Il discorso è molto lungo e meriterebbe più spazio per essere affrontato. Dopo quasi vent’anni io ancora non ho una risposta unica sul diritto che ho di fotografare la sofferenza degli altri. Credo che la risposta dipenda molto da come e perché lo faccio. E che, anche se non c’è una riposta unica per tutte le situazioni, l’importante è che la domanda mi lavori dentro sempre, che sia sempre presente ogni volta che ho la macchina fotografica in mano. Io mi sento profondamente motivata a dar voce e immagine a chi non ne ha, alla parte più fragile. Alle donne, ai bambini, ai poveri, ai disastrati, ai reietti, alle vittime civili delle guerre, agli animali. Sottolineando la loro dignità. Non usando mai come mezzo ma come fine le persone fotografate. Senza nessun cinismo nello sguardo. Denunciando, quando serve, o lavorando con la speranza quando la denuncia ha assuefatto, anestetizzato l’attenzione di chi guarda. Cercando sempre una risposta umana, empatica. Consapevole che la fotografia, per quanto onesta, è sempre di parte. Poiché ormai, dalla guerra del Golfo in poi, i fotografi sono sempre “embedded”, preferisco esserlo per le ONG che per i militari. Un altro tema importante e controverso per la fotografia sociale e di guerra è la bellezza. Molti fotografi sembrano evitarla, come se evidenziandola si approvasse la povertà, la disgrazia che rende “belli”. Personalmente io, pur rifiutando l’estetismo fine a sé stesso, lavoro con la bellezza e la cerco nei posti e nelle situazioni peggiori. Credo che vedere la bellezza voglia dire avere una visione, avere immaginazione e una missione, insomma essere liberi. Un’altra differenza fondamentale fra il reportage e la fotografia per lo spettacolo è che, mentre con la seconda si è liberi di elaborare à gogo le immagini in fase di post-produzione, con la prima ci sono dei limiti che non possono essere superati. L’immagine può essere “rafforzata” ma deve rimanere quella, non si possono tagliare né cancellare né incollare i pixel.

 

Robert Capa, com’è noto uno dei più grandi fotografi di guerra del Novecento, diceva spesso che «L’unica cosa a cui sono legato è la mia macchina fotografica, poca cosa, ma mi basta per non essere completamente infelice.» Tu Laura cosa ami del tuo lavoro e cosa è per te la fotografia?

Io amo il lavoro, che è fonte di felicità, come scrive Rainer Maria Rilke. Tutto il lavoro, ogni lavoro. Il mio lavoro non lo considero un lavoro: è la mia vita e quello che preferisco fare. Anche se chiaramente ci sono momenti esaltanti e momenti di noia. Si chiama vita. La fotografia è il mezzo migliore incontrato finora per rappresentare le mie immagini interiori e dunque esprimermi non verbalmente, anche se scrivo anche i testi dei miei reportage. Poiché non sono una scrittrice, nei testi racconto nel modo più semplice quello che ho visto e ascoltato, dopo essermi documentata il più possibile. I miei articoli sono fatti essenzialmente di interviste di persone incontrate sul campo. La fotografia mi mette in contatto con le mie immagini interiori, le immagini recenti dialogano con quelle più antiche. In realtà il viaggio avvicina invece di allontanare, e nelle fotografie non c’è mai esotismo ma profonda familiarità. Perché mai si dovrebbe essere attratti da posti da evitare come quelli delle guerre e delle emergenze, se quelle immagini non le avessimo già dentro? Io mi sento molto viva nelle situazioni di emergenza: in parte è conseguenza della produzione di adrenalina, e in parte del riconoscimento di una certa una familiarità che mi fa lavorare al meglio. Giocando con le parole chiamo i miei lavori “reportraits” perché è reportage fatto fondamentalmente da ritratti. La fotografia è nata per la ritrattistica, e fino a che esisterà, ci saranno ritratti da fare. L’amore per i ritratti per me è innato: nelle nuvole, nelle crepe dei muri, nelle macchie, nei paesaggi vedo sempre corpi e volti. E io amo i corpi e i volti più di ogni altra cosa. Il ritratto, inoltre, è un rapporto, perché la fotografia è fatta dall’incontro di chi fotografa con chi è fotografato. E i rapporti sono quello che più ci rivela come esseri umani. Il reportage e la fotografia sociale permettono di esprimere il proprio impegno civile e politico. Io sono impegnata e mi sento responsabile. Ho sempre creduto nei valori della sinistra, liberté, égalité, fraternité, tolleranza, solidarietà, rispetto dei diritti umani. Sono sempre più femminista: più viaggio più mi rendo conto che le donne sono le colonne delle società, quelle che lavorano di più dentro e fuori casa, spesso trattate come bestie da soma, da riproduzione, come oggetti sessuali,  e allo stesso tempo sono quelle che hanno meno potere decisionale. È una disuguaglianza brutale. E amo gli animali.

 

Come sta cambiando secondo te la fotografia?

La fotografia adesso può essere parte di una comunicazione in cui i video hanno sempre più spazio. Può essere usata per opere d’arte e installazioni. Ma chiaramente il ruolo che aveva è cambiato insieme alla tecnologia, sempre più capace, e al declino dei giornali stampati su carta. Dunque i giovani devono pensare a nuovi modi per poterne fare una professione. Noi dobbiamo trasmettere le conoscenze che altrimenti andrebbero perdute, e incoraggiarli ad aprire nuovi percorsi. La fotografia che ho sempre fatto è quella dello scorso secolo. Uso Photoshop come un prolungamento “naturale” della camera oscura. I miei maestri sono Robert Capa, Gerda Taro e i fotografi della Farm Security Administration: Dorothea Lange, Walker Evans eccetera. Questa fotografia sta scomparendo, e come tutte le cose scomparse, finisce nei musei. Infatti c’è un fiorire del mercato della fotografia come fine art prints che acquistano i collezionisti, e di mostre. Questa è una nuova opportunità che prima non c’era. Ma i giovani devono andare avanti e inventare modi nuovi. Le immagini non muoiono.

 

Mi hai parlato del tuo lavoro, delle foto artistiche e delle foto sociali. Da ragazzo ho letto uno scritto di Oscar Wilde nel quale diceva cos’era l’arte secondo lui, e diceva che l’arte è tale solo quando avviene l’incontro tra l’“oggetto” e la “persona”. Se non c’è quell’incontro, non esiste nemmeno l’arte. Poi qualche anno fa in una mostra a Palermo, ho ascoltato un’intervista al grande Gino de Dominicis che sulle arti visive disse questo: «Le arti visive, la pittura, la scultura, l’architettura, sono linguaggi immobili, muti e materiali. Quindi il rapporto degli altri linguaggi con questo è difficile perché sono linguaggi molto diversi tra loro … L’arte visiva è vivente … l’oggetto d’arte visiva. Per cui paradossalmente non avrebbe bisogno neanche di essere visto. Mentre gli altri linguaggi devono essere visti, o sentiti, o ascoltati per esistere.» (Gino de Dominicis, intervista a Canale 5 del 1994-95). Qual è la tua prospettiva sull’arte in generale?

Mi chiedi della mia “arte” e mi riporti uno scritto di Oscar Wilde che “(giustamente) diceva che l’arte si trova nell’incontro tra la persona e l’oggetto… in mezzo… volatile… se quell’incontro genera emozione, allora è arte, altrimenti è altro…”. Per una volta, magari l’unica, non sarei d’accordo con Oscar Wilde. Ci sono tante opere che provocano emozione e non sono arte. Le emozioni vanno molto di moda, e ci sono fin troppi personaggi pubblici, di spettacolo, influencers, soprattutto i politici, che le cavalcano, le manipolano, muovono le viscere per ottenere successo e potere. Non per dire che l’arte non debba essere popolare, per carità! Ma, anche se i fans di tanta musica e cinema e letteratura spazzatura si emozionano, mi rifiuto di pensare che i loro autori siano artisti. Credo che sia il tempo a stabilire quello che è arte, non le emozioni del momento. Ma non per questo mi sento più vicina alla posizione di Gino de Dominicis. Credo che tutti i linguaggi debbano essere visti, o sentiti, o ascoltati per esistere. Forse tutta la realtà non esiste senza l’osservatore. Forse non c’è separazione, come ipotizzano la fisica quantistica e il buddhismo. Ma in fondo non mi interessa questo argomento perché non sono una critica d’arte né mi considero un’artista. Sono un’artigiana. Se così si definisce Gianni Berengo Gardin, come mai potrei considerarmi “artista”?

 

Quali sono i tuoi prossimi progetti e appuntamenti di cui puoi parlarci? Cosa ti aspetta nel tuo futuro professionale che vuoi raccontare e condividere con noi?

I miei progetti sono stati spazzati via dal Coronavirus: non si tiene tutto sotto controllo, le cose cambiano! Stavo preparando una mostra sul mio ultimo lavoro con Emergency sulla maternità in Afghanistan (dopo tanti anni negli ospedali nei Paesi di guerra ho fotografato finalmente i parti) che è stata sospesa. Sarei dovuta essere in missione per un’ONG in Kenya in questo periodo, ma sul campo in Africa ora non ci si può andare. Ho fatto dei reportage sul Covid a Roma (violenza contro le donne, senzatetto, didattica a distanza in una scuola per migranti, la sindrome Italia delle badanti…) per Alias del manifesto. Mentre molti giornali hanno interrotto i rapporti di collaborazione con gli esterni, il manifesto resiste alla crisi. Sto ricominciando a fare ritratti agli attori. Questo è il momento della navigazione a vista prima della scelta di nuove rotte.

 

Laura Salvinelli

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