17 ottobre 2018 - Ultimo aggiornamento alle 20.26
caronte manchette
caronte manchette

L’obiettivo silhouette presuppone un costante addestramento psicofisico, relazionale ed emotivo

6 ottobre 2018

Benvenuti in quella che definirei una “sala da ballo” in cui farò volteggiare una mia riflessione sulle donne che possa predisporre voi lettori a un’euritmia che provochi una rinnovata eucromia interiore. Non si tratta di un movimento istintivo soltanto ma di un’opera cosciente eseguita per dare forma ai vari segni, simboli e significanti con cui organizzo le parole in modo che inducano l’ovulazione del sé in ogni donna.

Per far questo, ho attinto a “Le Divine” (2017) di Renato Tomasino, l’unica opera del panorama editoriale organicamente rivolta al genere femminile, all’arte delle donne, al loro coraggio, alle loro lotte interiori e non. In esso viene diviluppato, con una notevole cura analitica,il vissuto autenticamente trascorso o sofferto delle più importanti e favolose interpreti della musica lirica delle corti barocche del XXI secolo. Arte sublime e sacrificio, amore, morte e distruzione vanno sempre a braccetto, dice Tomasino. Donne come la rovente Carmen e la mitica Callas si sono meritate l’appellativo di “divine”. Tutte le donne, invero, lo sono ma esse hanno ottenuto la venerazione ovvero quella forma di omaggio emotivo che porta a offrire idealizzazione, reverenza e rispetto. Io ho rivisitato tale lemma con l’unisex “dod” in cui sono impliciti più significati: in ebraico, vuol dire “divino, amato”; richiama a una voce fanciullesca come “cocco” e, al tempo stesso, a una definizione più forte di “comandante reale”; in gallese, infine, vuol dire “arrivo” che simboleggia il fine ultimo, l’agognata meta raggiunta, la fine di un tormento (per iniziarne altri). Per quanto mi riguarda, ritengo azzeccato un simile nomignolo che si riferisce alle qualità intrinseche a tutte le donne: tenere e dannate, al tempo stesso, protese verso traguardi sempre più onerosi e prevalentemente “sole” nelle loro battaglie.Ci si merita l’appellativo di “dod” quando si è venerabili per intuizione, talento, mente, cuore, corpo, voce, occhi, parole, etc.

Noi donne, per tutta la vita, perseguiamo il progetto di un’opera d’arte, in amore, sul lavoro, nel corpo, nella mente e nelle relazioni. Questo lavorio presuppone una serie diinvestimenti energetici non indifferenti che si ripercuotono in tutte le aree di funzionamento individuale, fra cui il soma. Il corpo di una donna è il veicolo per la manifestazione dei suoi affetti interiori. L’immagine, d’altra parte, è frutto della percezione che la donna ha di se stessa oltre che dell’appercezione che i voyeurs esterni hanno di lei. Tomasino fa riferimento alle favolette “La rana e il bue” e “Le rane chiedono un re” di La Fontaine per risaltare il necessario lavoro alla “finzione apparente di se stesse” ai fini della scena. La tensione superficiale ottimale è qualcosa di mirabile e qualcosa che facilissimamente scoppia.

Ha ben compreso il professore, per essere un uomo, se mi si permette la fallace facezia, quanto fatichiamo ogni giorno noi donne, soprattutto, quando vogliamo spiccare nella folla: la beltà è una pratica e un lavoro, tutt’altro che secondario, se vuole che lì, sul palcoscenico, il personaggio affascini, generando ‘fantasmata’ (immagini),‘anamnesi’ (ricordi), ‘pàthos’ (emozioni, sentimenti), ‘pàthosformeln’ (dettagli e particolari, non solo visivi, ma anche acustici e dinamici, la cui codificazione genera pàthos). Non è facile attingere alla tesa perfezione della silhouette a cui ambiscono le donne e che è pressoché impossibile riuscire a fare durare –continua Tomasino-. Occorre uno snervante addestramento, presupposto indispensabile di una maestria sublime, un training sia corporeo che psichico perché si ottenga quell’esito in maniera così salda da poterlo incarnare o averlo attribuito anche quando l’età avanza irreversibilmente.

Molti mi chiedono se ho il dono della longevità o se mi curo molto, ma in questa domanda c’è una constatazione evidente: che la natura, per quanto possa farci dono di una particolare forma, questa, necessita di attenzione costante all’alimentazione, all’attività fisica, cognitiva, relazionale, affettiva ed emotiva. Sottolineo la parola “emotiva” perché, quando mi capita una contrarietà, di qualunque genere, entità o essere sia, provo, con tutte le forze e le risorse che possiedo, a controllarla e correggerla in positivo, facendo di essa una esperienza costruttiva per l’ovulazione del mio sé.L’arte può permettere alle donne di far ritrovare la migliore silhouette a tutte le età, vi dice la vostra Wonder Doc Woman.

L’obiettivo è uguale per tutte le donne, è il percorso che fa la differenza (G. Stella). Non lasciate che qualcuno o voi stessi, con vari preconcetti legati alla cultura e alla genetica, contenga la vostra bellezza. La bellezza non è un concetto legato all’estetica soltanto. Non occorre che vi trucchiate per essere belle. Occorre che curiate i vostri contenuti perché, pur non essendo particolarmente piacenti, sul piano puramente estetico, facciate lo stesso effetto ‘sublime’ in chi vi mira. Questo livello di beltà si può raggiungere a qualunque età e con qualunque corpo. È il vostro modo di parlare, di muovervi, di pensare, di comportarvi che vi farà appercepire come “divine”. Non è importante avere più pregi che difetti, ma avere quelle virtù che occorrono per fare apparire come tali anche le imperfezioni, le mancanze e le debolezze (Giovanni Verga).

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