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L’oro di Bagheria. L’economia dei limoni tra la gloria del passato e le speranze del futuro

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9 Giugno 2017

È giallo come l’oro e per molti anni ha rappresentato una vera e propria risorsa preziosa per Bagheria e per i piccoli centri del circondario. Si tratta del limone, che qui in questa parte di Sicilia, a partire dagli anni ’50, veniva coltivato in grandi quantità e commercializzato in tutto il mondo. Dalla Germania, all’Inghilterra, alla Russia … fino agli Stati Uniti, il limone siciliano era acquistato per la sua grande bontà.

Un’economia che ha dato lavoro a migliaia di persone tra mezzadri, agricoltori e operai e che ha fatto la fortuna dei grossisti. Poi all’inizio degli anni ’80 i primi segnali di crisi, mentre il mercato internazionale veniva conquistato da altri Paesi produttori, tra tutti la Spagna. Da allora sono pochissimi quelli che hanno continuato, ma da un paio d’anni qualcosa si è rimesso in moto grazie soprattutto al biologico.

Foto Archivio Pietro Pagano
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Tutto ha inizio alla fine dell’800 quando la principale coltura del territorio, la vigna, viene sterminata dalla fillossera, un insetto che attacca le radici della vite. A quel tempo gli imprenditori agricoli bagheresi decidono di riconvertire le proprie coltivazioni prevalentemente ad ortaggi e in misura minore a limoni. Nascono in poco tempo decine di piccole industrie conserviere, circa una trentina, mentre già all’inizio degli anni ’20 i limoni vengono trasportati con i carretti a Palermo, per essere spediti via nave.

Il sensale, ovvero il grossista, in base alle quotazioni del momento e alla qualità dei limoni fissava il prezzo, pagava l’agricoltore e si preoccupava di far arrivare il carico nel capoluogo siciliano. Spesso i trasportatori facevano 2/3 viaggi al giorno. Nei pressi del porto si trovavano tutti i centri di stoccaggio dei prodotti ortofrutticoli e agrumicoli destinati al mercato nazionale ed internazionale.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale e con i bombardamenti quasi tutti i depositi della città vennero distrutti. Nel frattempo durante gli anni della ricostruzione la domanda cresceva e con essa le coltivazioni. Così nascevano i primi magazzini a Bagheria. Quasi tutti sorti nei pressi della stazione ferroviaria. Qui venivano scaricati giornalmente quintali e quintali di limoni pronti per essere confezionati e invadere il mercato. Il commercio era così florido che a Bagheria e dintorni era un pullulare di giardini. Non c’era fazzoletto di terra, anche il più impervio ed ostile, che non era stato coltivato a limoni. Un paesaggio bello da vedere e buono da odorare con l’aria inebriata dal profumo della zagara.

Foto Archivio Pietro Pagano
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Il ciclo produttivo impiegava centinaia di uomini, donne e bambini: dalla coltivazione, alla raccolta, al confezionamento. Il limone è una pianta molto generosa che può arrivare a fare tre produzioni durante l’anno. Quella di base è il primo fiore, in siciliano “la roba di tempu”, che va da novembre ad aprile. Da aprile a giugno l’albero produce “gli sbianchiti o maiolini”, ovvero limoni dal colore giallo pallido. Ma il prodotto pregiato è il verdello, in dialetto “bastarduna”, che matura in estate grazie alla sapienza dei contadini. Questi poco prima dell’arrivo della bella stagione privavano la pianta di acqua per un certo periodo, in gergo la facevano “patire”, in modo tale da indurla a rifiorire.

Una volta raccolto, il limone veniva “spiricuddato”: gli veniva tolto il picciolo. Un lavoro prevalentemente affidato alle donne e ai bambini, direttamente nei giardini o nei magazzini. Qui i limoni venivano selezionati in base alla pezzatura, incartati uno ad uno con le veline e messi nelle cassette per essere esportati all’estero. In Sicilia generalmente rimaneva la seconda scelta.

Foto Archivio Pietro Pagano
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Il periodo d’oro è durato per circa un trentennio. All’inizio degli anni ’80 si contavano ancora circa 60 cooperative. Bagheria era il principale centro di produzione e transito dei limoni in Sicilia. Delle 25 associazioni di produttori presenti in tutta la regione una ventina avevano sede nella cittadina alle porte di Palermo. Continueranno a lavorare fino agli inizi del 2000. Dopo di che quasi tutte chiuderanno i battenti, gli operai perderanno il posto di lavoro, mentre i contadini abbandoneranno le campagne. In poco tempo un’economia florida e rigogliosa, che aveva garantito lavoro e ricchezza ad un intero territorio, sarebbe morta. È la fine di un ciclo economico, ma le cause della crisi non sono direttamente riconducibili, né al calo della domanda, né all’avanzare della concorrenza degli altri Paesi produttori emergenti.

La crisi affonda le proprie radici all’inizio degli anni ’70. È in questo periodo che si verifica una sovrapproduzione di limoni in Europa. La Comunità europea, per tutelare gli operatori del settore e mantenere la quotazione accettabile, decide di contenere la produzione. Per fare questo concede un contributo economico alle cooperative che distruggono parte della produzione.

Vengono istituiti i Centri di ritiro Aima, il cosiddetto “scafazzo”. Un meccanismo perverso che di fatto drogherà il sistema, fino ad ucciderlo. È, infatti, più conveniente distruggere la produzione che venderla. Destinare i limoni allo “scafazzo” vuol dire non dover coltivare le piante con cura e risparmiare sulla manodopera necessaria per il confezionamento. La qualità, quindi, si riduce sensibilmente e con esso il patrimonio economico su cui si regge il sistema. È l’inizio della fine. La mancata commercializzazione dei limoni siciliani crea spazi per i competitor internazionali che, nel frattempo, conquistano le quote di mercato liberate. Quando la Comunità europea toglierà i contributi i produttori si troveranno improvvisamente senza incentivi e senza mercato.

Foto Archivio Pietro Pagano

Da allora l’economia dei limoni a Bagheria si è ridotta ai minimi termini. Dall’inizio del nuovo millennio ad oggi solo pochi hanno resistito in un contesto completamente cambiato. Tutto sembrava consegnato alla gloria del passato, ma da un po’ di tempo a questa parte qualcosa si è rimesso in modo. Il prezzo dei limoni, infatti, si è sensibilmente innalzato. Il primofiore, fino a cinque anni fa pagato al produttore dai 20 ai 40 centesimi al chilo, l’anno scorso ha raggiunto i 60/70 centesimi. Il verdello è passato dai 50/60 centesimi, al prezzo record di 2 euro al chilo. Queste quotazioni hanno spinto alcuni produttori a tornare ad investire nel limone.

Oggi sono 8 le cooperative che commercializzano limoni e altri prodotti ortofrutticoli, mentre alcuni agricoltori hanno cominciato a ricoltivare i terreni. Sono aziende moderne, dotate delle più recenti certificazioni di qualità. La metà di loro lavora con prodotto biologico, mentre gli altri con quello convenzionale. Il primo va sui mercati del Nord Europa, mentre il secondo nel circuito della grande distribuzione e nei mercati italiani. E tutto questo senza percepire aiuti.

Foto Archivio Pietro Pagano
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