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Mafia: blitz a Messina, 33 misure cautelari: il boss scarcerato era tornato al comando

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9 Aprile 2021

E’ stato in carcere per 13 anni, alcuni dei quali al 41 bis, e appena scarcerato e’ tornato alla guida del clan. Oggi Giovanni Lo Duca, boss di Messina, e’ tornato in cella arrestato da Carabinieri, Finanza e Polizia coordinati dalla Dda della città dello Stretto. Le indagini, avviate dopo la scarcerazione di Lo Duca, hanno accertato che il capomafia aveva riassunto le redini dell’organizzazione ed era riconosciuto come punto di riferimento criminale sul territorio, intervenendo “autorevolmente” nella risoluzione di controversie fra esponenti della criminalità. Dopo quasi due anni di intercettazioni e servizi di osservazione, i carabinieri hanno documentato come il suo clan, attraverso il sistematico ricorso alle minacce e alla violenza, con pestaggi e spedizioni punitive, era riuscito ad affermare il pieno potere e a controllare le attivita’ economiche della zona.

Base operativa era il bar “Pino” gestito da Anna Lo Duca, sorella del capomafia che trascorreva le sue giornate nel locale e li’ incontrava gli altri esponenti mafiosi per pianificare estorsioni e scommesse sportive anche per conto di un allibratore straniero. Il bar e’ stato sequestrato. Il boss gestiva le “vertenze” sul territorio (una donna si era rivolta a lui per far rilasciare figlio minorenne che era stato trattenuto contro la sua volontà da un pregiudicato che lo voleva punire per gli insulti postati su Facebook). Lo Duca sarebbe intervenuto ottenendo la liberazione del ragazzo.

E’ stato in carcere per 13 anni, alcuni dei quali al 41 bis, e appena scarcerato e’ tornato alla guida del clan. Oggi Giovanni Lo Duca, boss di Messina, e’ tornato in cella arrestato da Carabinieri, Finanza e Polizia coordinati dalla Dda della città dello Stretto. Le indagini, avviate dopo la scarcerazione di Lo Duca, hanno accertato che il capomafia aveva riassunto le redini dell’organizzazione ed era riconosciuto come punto di riferimento criminale sul territorio, intervenendo “autorevolmente” nella risoluzione di controversie fra esponenti della criminalità.

Dopo quasi due anni di intercettazioni e servizi di osservazione, i carabinieri hanno documentato come il suo clan, attraverso il sistematico ricorso alle minacce e alla violenza, con pestaggi e spedizioni punitive, era riuscito ad affermare il pieno potere e a controllare le attività economiche della zona.

 

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