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Trapani

Il blitz fra Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna

Mafia, colpo al clan di Matteo Messina denaro, ventidue arresti

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19 Aprile 2018

Si stringe il cerchio sul capo di Cosa nostra Matteo Messina Denaro: Polizia, Carabinieri e Direzione investigativa antimafia (Dia) hanno eseguito un provvedimento di fermo emesso dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Palermo nei confronti di 22 presunti affiliati alle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna (Trapani).

Il blitz scattato in provincia di Trapani è l’ennesimo colpo inferto dagli investigatori alla rete relazionale, criminale ed economica di Messina Denaro. Le accuse nei confronti degli indagati sono, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento, detenzione di armi e intestazione fittizia di beni. Tutti reati aggravati dalle modalità mafiose.

L’indagine che ha portato al blitz in provincia di Trapani, con il fermo di una ventina tra presunti boss e fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro, ha consentito di individuare la rete utilizzata dal capo di Cosa nostra per lo smistamento dei ‘pizzini’ con i quali dava le disposizioni agli affiliati.

Il legame di sangue guida il boss latitante Matteo Messina Denaro nella scelta degli uomini a cui affidare affari e gestione delle attività illecite. Il vincolo mafioso finisce col coincidere con quello familiare.

Infatti, nel tempo, attraverso le indagini svolte dalle forze dell’ordine, è stato possibile individuare al vertice delle cosche proprio il cognato del capomafia, Filippo Guttadauro, poi il fratello Salvatore Messina Denaro, quindi il cognato Vincenzo Panicola e il cugino Giovanni Filardo. E ancora il cugino acquisito Lorenzo Cimarosa, poi pentitosi, la sorella Patrizia Messina Denaro, i nipoti Francesco Guttadauro e Luca Bellomo. Oggi, dunque, si conferma la scelta “familistica” del boss ed emerge il ruolo di protagonista, in tutte le dinamiche mafiose sul territorio, dei due cognati del latitante che sono tra i fermati.

Pedinamenti, appostamenti e intercettazioni hanno ribadito come Cosa nostra eserciti un controllo capillare del territorio e ricorra sistematicamente alle intimidazioni per infiltrare il tessuto economico e sociale.

Tra i destinatari del provvedimento: i due cognati del latitante, Como Gaspare e Signorello Vittorio, Carlo Cattaneo “Re” delle sale scommesse della Sicilia Occidentale, Allegra Saro il marito della sorella del boss.

Stava per scoppiare una nuova guerra di mafia tra i clan trapanesi: il rischio di nuovo sangue ha indotto la Dda di Palermo ha disporre il fermo dei 22 presunti boss: “A partire dal 2015, – si legge nel provvedimento della Dda – si registra un lento progetto di espansione territoriale da parte della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, che ha riguardato anche il territorio di Castelvetrano, divenuto ‘vulnerabile’ a causa, per un verso, della mancanza su quel territorio di soggetti mafiosi di rango in libertà, e, per altro, dalla scelta di Messina Denaro che, nonostante gli arresti dei suoi uomini di fiducia e dei suoi più stretti familiari, non ha autorizzato omicidi e azioni violente, come invece auspicato da buona parte del popolo mafioso di quei territori“.

“Da tale pericolosissimo contesto (certamente idoneo, come la tragica storia di Cosa nostra insegna, a scatenare reazioni cruente contrapposte, e quindi dare il via ad una lunga scia di sangue) – scrivono i pm – in uno col pericolo di fuga manifestato da alcuni indagati, si è imposta la necessità dell’adozione del fermo“.

A seguire, il 6 luglio 2017, è stato ucciso Giuseppe Marcianò, genero del boss di Mazara del Vallo, Pino Burzotta ed esponente della “famiglia” di Campobello di Mazara. Il contesto in cui è maturato il delitto ricostruito dagli inquirenti ha svelato una guerra in corso tra famiglia di Campobello di Mazara e quella di Castelvetrano.

“Vedi, una statua gli devono fare… una statua… una statua allo zio Ciccio che vale. Padre Pio ci devono mettere allo zio Ciccio e a quello accanto…
Quelli sono i Santi“. Così uno dei mafiosi fermati dalla Dda di Palermo a marzo scorso parlava, non sapendo di essere intercettati, di Matteo Messina Denaro e del padre Francesco, capomafia di Castelvetrano morto nel 1998.

Don Ciccio e il figlio vengono accostati dai due interlocutori, uno dei quali cognato del boss ricercato, ai santi e a padre Pio, e vengono idolatratati: “Io ho le mie vedute… che c… vuoi?“, prosegue uno dei due. “Significa essere colpevole? Arrestami. Che spacchiu (cavolo ndr) hai? Che fa? non posso dire quello che penso?“.
E’ potuto essere stragista… cosa minchia sia a me… le cose giuste“, spiega uno dei due che fa un paragone tra i boss alla classe politica. “Voialtri tanto mangiate. State facendo diventare un paese… l’Italia è uno stivale pieno di merda… uno stivale pieno di merda… le persone sono scontente… questo voi fate… e… glielo posso dire? Arrestami… che minchia vuoi?“.

Poi, durante l’intercettazione, anche il drammatico riferimento alla vicenda del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, rapito, tenuto sotto sequestro per 779 giorni e ucciso e sciolto nell’acido per indurre il padre a ritrattare. La conversazione è del 19 novembre del 2017: “Allora ha sciolto a quello nell’acido, non ha fatto bene? Ha fatto bene“.

Se la stirpe è quella… suo padre perché ha cantato?“, conviene l’interlocutore. Il mafioso rincara la dose, esaltando la decisione di Riina di eliminare il bambino di soli 13 anni come giusta ritorsione rispetto al pentimento del padre, colpevole di avere danneggiato Cosa nostra. “Ha rovinato mezza Palermo quello… allora perfetto“.

Il bambino è giusto che non si tocca – aggiunge l’altro – però aspetta un minuto … perché se no a due giorni lo poteva sciogliere … settecento giorni sono due anni … tu perché non ritrattavi tutte cose? se tenevi a tuo figlio, allora sei tu che non ci tenevi“.

Giusto! perfetto!…e allora … fuori dai coglioni – gli fa eco l’altro – dice: ”io sono in una zona segreta, sono protetto, non mi possono fare niente’…si a te… però ricordati coglione che una persona la puoi ammazzare una volta, ma la puoi far soffrire un mare di volte“.

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