Mafia: confermato dissequestro ai beni degli imprenditori Niceta :ilSicilia.it

la decisione Corte d'Appello di Palermo

Mafia: confermato dissequestro ai beni degli imprenditori Niceta

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1 Dicembre 2020

La Sezione misure di prevenzione della Corte d’Appello di Palermo ha confermato il dissequestro dei beni degli imprenditori Niceta, un tempo proprietari di un impero nel campo del commercio di abbigliamento e di edilizia e oggi titolari di aziende ridotte ai minimi termini da anni di blocco e di affidamento alle amministrazioni giudiziarie.

Il collegio presieduto da Aldo De Negri, a latere Luciana Caselli e Sabina Raimondo, dopo avere gia’ respinto la richiesta di sospensione del provvedimento “restitutorio” del Tribunale, ribadisce pure il no alla richiesta di confisca del patrimonio dei fratelli Massimo, Piero e Olimpia Niceta, figli di Mario, laAggiungi articolo cui natura di “imprenditore mafioso”, contiguo a Cosa nostra, era stata comunque affermata dal Tribunale. I giudici di secondo grado escludono pero’ che la stessa qualita’ possa essere riconosciuta ai figli.

Il finanziamento, da parte del genitore, dell’inizio delle attivita’ imprenditoriali dei “proposti“, non e’ avvenuto con risorse derivanti dalle attivita’ economiche illecite ottenute dallo stesso genitore. Quest’ultimo era stato descritto come “appartenente, anche se pacificamente non partecipe, al sodalizio mafioso“, ma e’ morto sei anni fa e con la liquidazione delle societa’ Cater Bond e Parabancaria Consulting, avvenuta tra il ’99 e il 2000, non avrebbe piu’ assicurato sostegno alle attivita’ economiche dei boss. “L’insussistenza di un compendio indiziario sufficiente a supportare un giudizio di pericolosita’ qualificata nei confronti di Piero, Massimo e Olimpia Niceta – scrive ora il presidente-estensore De Negri – esime questa Corte dall’esaminare le ulteriori censure formulate dagli inquirenti appellanti relativamente al rigetto della misura patrimoniale”.

La Corte riporta e condivide un passaggio delle motivazioni di primo grado: “Se si e’ registrata – si legge nel decreto – una contiguita’ con ambienti mafiosi e una cultura imprenditoriale che non ha disdegnato la ricerca di ‘corsie privilegiate’ offerte dagli stessi ambienti mafiosi (peraltro solo per aspetti marginali, come la scelta di punti-vendita delle dimensioni e della collocazione preferite), la mancata dimostrazione di uno specifico contributo in favore delle attivita’ del sodalizio degrada il quadro complessivo a quello di un interessante (ma allo stato non sviluppato o non riscontrato) spunto investigativo, o a un contesto connotato dal rischio di assoggettamento mafioso (allo stato delle acquisizioni, pero’, non verificatosi o non scoperto). Scenari questi che non possono supportare un giudizio di pericolosita’ per appartenenza mafiosa”.

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