Mafia dei pascoli: gare pilotate sui Nebrodi,15 arresti :ilSicilia.it

l'operazione "Nebros II"

Mafia dei pascoli: gare pilotate sui Nebrodi, 15 arresti

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19 Novembre 2018

La Guardia di Finanza di Enna, col coordinamento della Dda della Procura di Caltanissetta, ha eseguito oggi una vasta operazione di servizio in materia di mafia ed appalti. Sono 15 gli indagati dell’operazione Nebros II, sulla gestione mafiosa dei pascoli nella zona nebroidea, raggiunti da provvedimenti cautelari. Gli indagati sono accusati a vario titolo di turbata libertà degli incanti con l’aggravante mafiosa e abuso d’ufficio.

Nella vicenda, risalente al 2015, ci sarebbe infatti anche lo zampino di Cosa nostra, che mirava al controllo dei pascoli nella zona del Parco dei Nebrodi.

Una vicenda che, secondo i magistrati della Dda nissena, riguarda irregolarità nell’assegnazione di 16 lotti destinati ai pascoli, che venivano dati in affidamento dall’azienda speciale Silvio Pastorale del Comune di Troina. Secondo l’accusa l’affidamento degli appalti, nonostante fosse stata indetta una regolare gara, era praticamente pilotato per favorire gli indagati e in questo sistema era coinvolto anche un funzionario pubblico, Antonio Consoli, 44 anni, catanese, presidente pro tempore della Silvio pastorale per il quale è stato disposto l’obbligo di presentazione alla Guardia di Finanza. Secondo quanto affermato dai pm nisseni Consoli avrebbe fatto in modo di favorire gli arrestati, ma sarebbe stato anche intimidito.

Ognuno degli assegnatari – secondo l’accusa si tratta di persone vicine alla mafia della zona di Bronte, che mirava al controllo dei pascoli nel parco dei Nebrodi – sapeva già di quale lotto avrebbe usufruito e addirittura i vari interessati, nel proporre l’altro oro offerta, aumentavano l’ammontare della somma di un euro.

Il pm della Dda nissena Pasquale Pacifico, che ha illustrato in conferenza stampa alcuni dettagli dell’inchiesta insieme al procuratore capo di Caltanissetta Amedeo Bertone e alla pm Claudia Pasciuti, ha spiegato: “Quando alcuni allevatori, fuori dalla cerchia degli arrestati, presentarono un’offerta per aggiudicarsi un lotto si era scatenata una vera e propria insurrezione da partire degli altri partecipanti, tanto che dovettero intervenire i carabinieri di Troina per riportare l’ordine”.

Avrebbero incassato in totale 3 milioni di euro di fondi della Comunità europea gli allevatori arrestati dalla Guardia di finanza nel blitz “Nebros II”, i quali, secondo l’accusa, era riusciti a far pilotare a loro favore le gare d’appalto per l’assegnazione di 16 lotti da pascolo nel Parco dei Nebrodi grazie alla presunta vicinanza alla mafia.

Un aspetto che è stato chiarito dal pm della Dda nissena Pasquale Pacifico durante la conferenza stampa in cui sono stati illustrati i dettagli dell’inchiesta della magistratura nissena. Sulla regolarità dei contributi ci sarebbero delle ombre e per questo è stato aperto un fascicolo d’indagine dalla Procura di Catania, in quanto la cosca mafiosa a cui sarebbero vicini gli allevatori arrestati è quella di Bronte.

LE REAZIONI

Giuseppe Antoci

Antoci, mafiosi lucrano su fondi per agricoltura

“L’operazione di oggi della Guardia di Finanza di Enna, è un ottimo segnale di prosecuzione nel ripristino della legalità sul fronte della lotta alla mafia dei terreni”. Lo dice Giuseppe Antoci ex presidente del Parco dei Nebrodi, sfuggito ad un agguato nel maggio 2016, commentando l’operazione della dda nissena contro la mafia dei pascoli sui Nebrodi.

“Tanti mafiosi da anni – continua Antoci – lucravano milioni di euro di Fondi Europei per l’agricoltura, intimidendo agricoltori e allevatori per farsi cedere i terreni, e tutto ruotava, appunto, attorno alla violazione dei criteri oggi invece sanciti dal Protocollo di Legalità e dalla successiva legge nazionale. Sono tante le famiglie mafiose che hanno ottenuto in questi anni contributi europei nonostante molti dei loro esponenti si trovassero addirittura in carcere o fossero già condannati. E’ mancato il coraggio e il controllo nell’assegnazione e nell’erogazione dei fondi. Saranno tante, in Sicilia e nel Paese, le altre operazioni di servizio che, con l’applicazione del nuovo codice antimafia, che ha recepito in toto il protocollo di Legalità, porteranno non solo al sequestro dei beni di tanti mafiosi, ma anche alla conseguente confisca. È iniziato ormai un processo di restituzione allo Stato di tutto ciò che le mafie anno lucrato in questi anni e, soprattutto, un processo di restituzione ad allevatori ed agricoltori onesti di una parte di dignità che in questi anni si sono visti strappare”.

 

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