Mafia, scarcerato anche un ergastolano, carceriere del piccolo Giuseppe Di Matteo :ilSicilia.it

un altro boss torna a casa

Mafia, scarcerato anche un ergastolano, carceriere del piccolo Giuseppe Di Matteo

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6 Maggio 2020

C’è anche Franco Cataldo, 85 anni, condannato all’ergastolo per concorso nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, tra gli oltre trecento mafiosi scarcerati in questi ultimi giorni.

Al detenuto, che stava scontando la pena nel carcere milanese di Opera, sono stati concessi gli arresti domiciliari per motivi di salute.

Cataldo era stato arrestato con diversi altri mafiosi dopo la scoperta del bunker sotterraneo, in un casolare di San Giuseppe Jato, dove era stato segregato nell’ultimo periodo il figlio del pentito Santino Di Matteo, prima di essere strangolato e sciolto nell’acido su ordine di Giovanni Brusca.

Secondo l’accusa uno dei covi utilizzati per nascondere il bambino sarebbe stata una masseria di proprietà di Cataldo.

Giuseppe Di Matteo rimase prigioniero per due mesi nel 1994 nella masseria di Cataldo tra Gangi e Geraci Siculo, nelle Madonie. Il ruolo di Cataldo è stato ricostruito da uno dei “carcerieri” del bambino, Giuseppe Monticciolo, poi diventato un collaboratore di giustizia.

Monticciolo ha confessato di avere partecipato a decine di delitti e di essere stato “a disposizione” di Giovanni Brusca per le operazioni più feroci, tra cui quella del rapimento del piccolo Di Matteo e della sua segregazione con vari trasferimenti. Nel 1994 era stato incaricato da Brusca di costruire nella fattoria di Cataldo una “prigione” con una porta in metallo. Cataldo, ha raccontato il collaboratore in un libro curato da Vincenzo Vasile (“Era il figlio di un pentito”), si era mostrato felice di mettere la sua proprietà a disposizione dei carcerieri.

“Il fatto è – ha spiegato – che i grandi mafiosi facevano a gara per accaparrarsi almeno un giorno di custodia di quel bambino: sembrava che volessero guadagnarsi qualche bollino di presenza”. I comportamenti di Brusca però provocarono qualche presa di distanza. Franco Cataldo colse come pretesto la raccolta delle olive. “Falsamente preoccupato – ha raccontato Monticciolo – mi disse di riferire a Brusca che avrebbe potuto consentire a qualcuno di sentire la voce del bambino”. Brusca organizzò quindi il trasferimento del piccolo dopo avere commentato: “Quando c’è da arrampicarsi sono agili come le scimmie, quando ci sono difficoltà si ficcano tutti sottoterra come carogne”.

LE REAZIONI

“Questa ennesima scarcerazione è un segnale devastante che arriva in Sicilia se anche uno dei carcerieri del piccolo Di Matteo è libero di tornare a casa”. E’ il commento di Carolina Varchi, deputato nazionale di Fratelli d’Italia e capogruppo in commissione giustizia a seguito delle scarcerazioni decise dal Dap.
“L’omicidio del piccolo Di Matteo, dopo 779 giorni di sequestro, resta uno dei delitti di mafia più efferati – sottolinea Varchi -. Da allora ci fu un risveglio completo delle coscienze, anche di quelle che ancora credevano che esistesse una mafia ‘buona’ che non toccava donne e bambini, non avevano tratto insegnamento dalla storia del piccolo Giuseppe Letizia”, conclude Varchi.

Intervengono anche le deputate di Forza Italia, Giusi Bartolozzi e Stefania Prestigiacomo: “Abbiamo sempre sostenuto che il primario diritto alla cure mediche, da garantirsi a tutti i detenuti senza distinzioni di sorta, debba trovare un legittimo bilanciamento con le esigenza collettive di sicurezza e tutela dell’ordine pubblico. Apprendere della concessione degli arresti domiciliari nella sua terra natia di Franco Cataldo, proprietario del casolare ove era stato segregato il piccolo Santino Di Matteo, prima di essere strangolato e sciolto nell’acido, dopo 779 giorni di sequestro è un messaggio agghiacciante per la collettività. L’ennesima scarcerazione per motivi sanitari che doveva e ben poteva essere fronteggiata con altre e diverse modalità. Il governo intervenga immediatamente perché siano garantite le cure mediche all’interno delle strutture penitenziarie ed in ogni caso evitando che le pena residua venga scontata nei territori di origine”.

 

 

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