Marianna Ucrìa, la nobile adolescente tra realtà e finzione letteraria | ilSicilia.it :ilSicilia.it

Una donna dallo spirito illuminato

Marianna Ucrìa, la nobile adolescente tra realtà e finzione letteraria

27 Ottobre 2019

Il nostro racconto  ha per protagonista una bellissima e sofferente figura di donna, la cui storia è stata scritta da Dacia Maraini ne “La lunga vita di Marianna Ucria“, in realtà Marianna Alliata Valguarnera, che era sua antenata da parte di madre. Alla grande scrittrice come venne l’idea di eternare l’enigmatica figura, dotata di grande personalità e cultura?

Dacia Maraini

Lo spiega in un altro suo famosissimo libro, “Bagheria: “I miei occhi cadono sul grande quadro dell’antenata che ricordo vagamente nei miei vagabondaggi infantili per villa Valguarnera. È lei, Marianna, a grandezza naturale, chiusa in un vestito rigido, da cerimonia, con la croce di Malta dei grandi Nobili sul petto. I capelli gonfi, grigi, su cui spicca una rosa stinta, qualcosa di risoluto e disperato nei suoi grandi occhi chiari. Le spalle scoperte, le braccia fasciate dalle maniche trasparenti. Anche la zia Felicita nel suo libro parla di questo quadro, ammirata: “Elengantissima in guardifante, ha la lunga vita appuntita a cono sull’abito di broccato argenteo a fini disegni in colori tenuissimi; dalla scollatura alla punta spicca una grande croce argentea ricamata sul triangolo di velluto nero che forma il davanti della vita. La caratteristica croce di Malta che solo i nobili di sangue purissimo, con quattro quarti di nobiltà, possono portare. Grossi brillanti alle orecchie e altri sparsi sulla appena incipriata gonfia e liscia acconciatura dei capelli che lascia scoperta la vasta fronte con una rosa da una parte, in alto. Un grosso solitario all’anulare e nessun altro gioiello. Tiene in mano un foglio, che lo scrivere era il suo unico modo di esprimersi. Era nominata: la muta..”.

Riepilogando: a Villa Valguarnera, la più sontuosa tra le dimore di Bagheria, Dacia Maraini è colpita da un quadro raffigurante una donna che stringe un foglietto fra le mani che, essendo sordomuta, è il suo unico modo di comunicare; ma procediamo per gradi. Nel libro la protagonista in tenera età subisce uno stupro, tenuto segreto da tutta la famiglia, da parte di Pietro, il conte zio, a cui andrà in sposa. La violazione la renderà sorda e muta ai rumori del mondo.

Una cosa di uomini fu“, “Un segreto di uomini che neanche la Signora sapeva“.

Marianna Valguarnera d'Ucria

Ma la Signora madre era veramente all’oscuro dell’orrore che aveva subito la piccola figlia, trasformandola in una “mutola”, “mutila”, “boccuzza di pesce?” Il silenzio protesse quel terribile segreto, custodito e seppellito nei meandri del palazzo, quello stupro, parola che fa accapponare la pelle e che alcuni avvicinano al verbo latino “stupere” e a “stupore” non ha, però, in questo caso la connotazione positiva di meraviglia, ma quella di disorientamento provocato da qualcosa di inatteso, di arresto, di blocco, proprio come nel caso di Marianna, che avrà travolta e stravolta la vita. La nobildonna, “sturbata”, vivrà il ricordo del trauma costruendo un muro tra sé e quel mondo di affetti che non solo non l’ha difesa, ma l’ha consegnata al suo carnefice; quella macchia incancellabile, che ne ha sporcato il candore, la fa ammutolire e, d’altronde, cosa potrebbe dire o gridare a quell’universo che sa e finge di ignorare, abbandonandola senza proteggerla e sorreggerla?

Ci troviamo di fronte a due tipi di silenzio: quello della bambina e quello degli uomini e delle donne a lei intimi, cosa ancora più esecrabile, che preferiscono salvaguardare il buon nome della famiglia, salvando il mutilatore a danno della mutilata. Marianna, quella voce senza voce, farà sbocciare le parole senza suono in un taccuino che diventa mezzo di comunicazione, veicolo di vita su cui intraprendere un viaggio che la libererà dai soffocanti pregiudizi dell’epoca. “Vestita di profonde riflessioni” si contrappone al Signor marito zio, appena “coperto da brandelli di pensieri”, uno strabivecchi dinanzi al fervore della gioventù.

Quando sei triste chiudi gli occhi e vola via” le aveva scritto la nonna e Marianna questo fa attraverso la scrittura e la sfiora, forse, come alla Sally di Vasco Rossi, un convincimento consolatorio: “E un pensiero le passa per la testa, forse la vita non è stata tutta persa, forse qualcosa s’è salvato“.

Attorno a questa straordinaria figura di donna, Dacia Maraini costruisce l’intreccio del suo romanzo e dona il soffio vitale alla sua ascendente che, per molti aspetti, come afferma la stessa scrittrice, presenta tratti riconducibili alla sua autobiografia:

” ….. ho in comune con lei una certa esperienza della afasia. Anch’io da bambina, al ritorno dal Giappone, scioccata dagli orrori della guerra e dalle privazioni dei campi di concentramento, ho sofferto un lungo periodo di rifiuto di contatto verbale, quasi un rifiuto di ritorno alla normalità“.

Marianna Ucria

La lunga vita di Marianna Ucrìa
Penetriamo tra le pieghe del romanzo: la piccola Marianna, figlia del duca Signoretto Ucrìa di Fontanasalsa, viene condotta a pochi anni di vita, di fronte al patibolo, per assistere all’impiccagione di un ragazzino. La bimba è sordomuta e la speranza del genitore è quella che il trauma la scuota al punto da costringerla a parlare. Così non accade, trascorrono gli anni e le speranze di accasare la fanciulla dalla “gola di pietra”, bella coi suoi occhi azzurri e la morbida chioma bionda, ma “difettosa”,  scemano. I piani per la sistemazione degli altri figli prendono forma, tra matrimoni d’interesse e consacrazioni monacali, e, purtroppo, inaspettatamente anche per lei arriva la terribile soluzione. Appena tredicenne viene data in moglie al fratello di sua madre, il duca Pietro Ucrìa di Campo Spagnolo, severo e schivo che di anni ne ha 46, proprio colui che l’aveva violata; Marianna è costretta ad accettare il suo destino, non potendo gettare la famiglia nello scandalo e non potendosi aspettare di meglio.

Sullo sfondo di una Sicilia che vive il passaggio da una società feudale, con la fissità delle sue regole, a una più libera, improntata a nuovi valori. All’inizio del romanzo si respira ancora l’atmosfera del Seicento, un mondo violento espresso dal terribile episodio dell’impiccagione del ragazzino-bandito nel quartiere della Vicaria a Palermo, un sistema latifondistico che regola il rapporto tra i grandi proprietari terrieri e i contadini che, radicati come alberi alla terra, sopportano le angherie dei gabellotti che, amministrando le terre per conto dei nobili e dei campieri, aspirano a diventare loro i proprietari terrieri. Gli aristocratici, a loro volta, arroccati nei palazzi, vivono in un’atmosfera di mollezze, agi e lussi sfrenati, concessi dai dominatori spagnoli in cambio di ogni loro rinuncia all’indipendenza.

A fine romanzo, invece, ci ritroviamo nella seconda metà del Settecento e troviamo Marianna che assiste al tramonto del vecchio mondo e accoglie l’alba del nuovo. Una ventata di fresca innovazione, nel suo amaro e piatto tran tran quotidiano, arriva grazie a Grass, un illuminato precettore straniero che, appassionato di filosofia, le insegna la lingua dei segni che lei assorbe con gli occhi e, come linfa vitale, inizia a scorrerle dentro, trascrivendole in un quadernetto alcuni pensieri del filosofo scozzese David Hume che esaltano la supremazia delle passioni sulla ragione. Marianna, appassionandosi a Hume, Voltaire, Montesquieu, e sviluppando idee di tolleranza e di libertà, scopre una infelicità che aveva cercato di soffocare e scrollandosi da “uno stato di ignoranza gallinacea”, in cui le donne erano costrette, prigioniere in un mondo di quotidiane sicurezze, apre la sua intelligenza, coltivandola, facendola librare libera e non permettendole di spegnersi.

Ma che siamo noi femmine su questa terra? Carne perché gli uomini se la mangino!” grida la serva Innocenza“.

Anche se nobili, infatti, le donne non potevano sfuggire al dominio maschile o sottrarsi al compito di fare figli, sposarsi non amando, far sposare, a loro volta, le figlie e fare in modo che da sposate figliassero per far sposare e figliare la propria prole. Una catena infinita di doveri, insomma, mai accompagnata dal piacere della scelta; un ordine precostituito e inviolabile in cui altre donne erano destinate, invece, alla monacazione secondo i dettami della terribile legge del maggiorasco in base alla quale la proprietà doveva essere trasmessa integra al primogenito, a scapito dei fratelli minori. Anche Marianna non potrà sottrarsi a questo destino e, anche lei, sarà segnata da numerose gravidanze, anche se si ribellerà scegliendo di vivere a Bagheria, anziché a Palermo.

Dal mito emergono affinità, quelle con Procne e Filomela, figlie di Pandione, il re di Atene. La prima sposa Tereo, re di Tracia, che, incapricciandosi della cognata, la stupra, le mozza la lingua e la rinchiude, per timore che possa rivelare l’accaduto, facendola credere morta. Filomela, però, intesserà su una tela la verità, facendola pervenire a Procne che si vendicherà uccidendo il figlio Iti e facendo cibare delle sue carni il padre che, accecato dalla rabbia, si scaglierà sulle due donne che vengono salvate dagli dèi e trasformate la prima in usignolo, il cui canto, Itu Itu, sembra ricordare “Iti, Iti” e la seconda, invece, in una rondine, uccello che non ha lingua.

Marianna, in fondo, è come se scrivesse la tela di Filomela per comunicare col mondo e, alla morte del marito, deciderà di mettersi alla prova, di prendere in mano le redini della gestione delle proprietà e l’amministrazione dei beni, in sostituzione del figlio Mariano che, languido come la nonna, rifiuta le responsabilità. E’ una donna contemporanea che si reca a visitare i feudi, accompagnata dalle figlie e da Saro, il fratello della serva Fila, che la spia, attraverso le fessure delle porte, impara a scrivere solo per lei, si innamora, custodendo il suo sentimento come un antico cavaliere medievale, fedele e sottomesso alla sua “specialissima “dama “. E Marianna? Compiaciuta, scopre la bellezza del sentimento amoroso:

Può una donna di quarant’anni, madre e nonna, svegliarsi come una rosa ritardataria da un letargo durato decenni per pretendere la sua parte di miele? Che cosa glielo proibisce? Niente altro che la sua volontà? O forse anche l’esperienza di una violazione ripetuta tante volte da rendere sordo e muto tutto intero il suo corpo?”

Il suo corpo, reso muto e sordo dal dolore, che le aveva fatto pensare “in tanti anni di matrimonio che il corpo dell’uomo fosse fatto per dare tormento (…) E invece ecco qui ora un grembo che non le è estraneo, non la assale, non la deruba, non chiede sacrifici e rinunce, ma le va incontro con piglio sicuro e dolce», rifiorisce; consapevole, però, dell’impossibilità di questa passione amorosa, trattandosi pur sempre di un subordinato, sa che deve tenerla alla dovuta distanza e per questo costringe il giovane amante a sposare Peppinedda, una ragazza del popolo. La nobildonna sa, infatti, che le fantasie sull’eterno godimento sono ingannevoli e, quindi, parte per Napoli, prosegue per Roma, nonostante le rimostranze del fratello Signoretto: “Voi siete donna, Marianna. La natura vi destina a una serena castità, avete quattro figli a cui pensare” e del figlio Mariano, preoccupato che la madre metta a rischio il patrimonio “per un colpo di testa davvero increscioso”.

La “mutola”, così veniva chiamata, fiera dell’autonomia conquistata, resisterà alle pressioni del fratello e del figlio e, in viaggio, con un pizzico di soddisfazione e malinconia penserà alla figlia Giuseppa, la sola che legga libri e sprigioni allegria e sorrisi, la sola che non abbia rimproverato le sue stravaganze, accompagnandola al porto alla partenza, e alla figlia Felice, monaca senza vocazione, che ha trovato nella medicina delle erbe una sua forma di dignità e indipendenza economica. Nel finale si respira aria di cambiamento anche nelle esistenze, che parevano imprigionate in una ragnatela fittissima, delle figlie, merito dello spirito illuminato della madre che, lasciandosi alle spalle il passato, si concede il “Grand tour” in Italia, quello che i rampolli maschi delle nobili famiglie europee si concedevano, a coronamento della loro formazione.

Il passato era una coda che aveva raggomitolato sotto le gonne e solo a momenti si faceva sentire. Il futuro era una nebulosa dentro a cui si intravedevano delle luci da giostra. E lei stava lì, mezza volpe e mezza sirena, per una volta priva di gravami di testa, in compagnia di gente che se ne infischiava della sua sordità e le parlava allegramente contorcendosi in smorfie generose e irresistibili”.

Ma ritorniamo da dove siamo partiti: e se fosse stata Marianna, dal quadro che la rappresenta, con l’esibizione del suo taccuino, simbolo di narrazione, a chiedere a Dacia Maraini di dare “voce” alla sua storia e alla sua dignità di donna di cui avevano cercato di privarla? Se fosse stata lei, col fruscìo delle sue eleganti vesti, col suo sussurro afono, a voler nascere e vivere nella scrittura della sua discendente? Oggi, di Marianna Valguarnera, si conservano due ritratti, uno a Palazzo Gangi Valguarnera, il set cinematografico del celebre film “Il Gattopardo”, e un’altro nel Salottino Rosa di Palazzo Alliata di Villafranca a Palermo.

“…e poi, inaspettatamente, durante un lavoro di inventariazione delle opere custodite a Palazzo Alliata di Villafranca, su un bel ritratto di dama del ‘700 leggiamo: “Principessa Marianna Valguarnera 1730-1794”. Ovvio che il nostro pensiero è andato immediatamente alla descrizione del quadro di Bagheria fatto dalla Maraini e dalla zia Felicita… ed ecco… è identico! Mancano soltanto le mani (verosimilmente ritagliate in un secondo momento per adattare la tela ad una cornice dorata più recente)“.

La vera storia della Principessa Marianna Valguarnera d’Ucrìa
Francesco Saverio, principe di Valguarnera, morto nel 1739, a soli cinquant’anni, dispone nel testamento che in assenza di eredi maschi la primogenita Marianna sposi un membro della famiglia al fine di non disperdere il patrimonio e, di conseguenza, conservare titoli e cognome. La giovane va in sposa, appena diciottenne, a Pietro Valguarnera, fratello minore del padre che l’aveva violentata all’età di sei anni, mentre la sorella Stefania a Giuseppe Branciforte, principe di Leonfonte. Il rapporto tra le due, dopo la morte del padre, non fu affatto pacifico e per lungo tempo Stefania tentò di accaparrarsi i beni destinati a Marianna, cercando, addirittura, di farla dichiarare incapace d’intendere e di volere ma, non riuscendovi, dovette rassegnarsi, suo malgrado, ad accettare le disposizioni testamentarie. Un accenno alla sua vita per mostrare come la realtà sia stato il fil rouge della narrazione, la sua superficie riflettente.

Chiudiamo con: “il futuro era una nebulosa dentro a cui si intravvedevano luci di giostra” e l’augurio che le nostre voci possano alzarsi sempre liberamente.

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