22 maggio 2018 - Ultimo aggiornamento alle 12.03
caronte manchette
caronte manchette

La tesi dell'imprenditore che nega ogni accusa

Montante si difende davanti al giudice: “Archivio segreto a mia insaputa. La mafia me la farà pagare”

16 maggio 2018

“Non ho mai ricevuto vantaggi ed agevolazioni. Non ho ottenuto appalti e finanziamenti. Sono un uomo che ha sposato le istituzioni. Ho stravolto la mia vita per la legalità. Non posso più tornare indietro e so che la mafia prima o poi me la farà pagare”.

Antonello Montante, l’ex presidente di Confindustria Sicilia ed attualmente alla guida della Camera di Commercio nissena, ieri è comparso dinanzi al giudice delle indagini preliminari di Caltanissetta Maria Carmela Giannazzo, il gip che ha firmato le sei ordinanze di custodia cautelare nell’ambito dell’operazione “Double Face”, e si è difeso dalle accuse a lui rivolte.

L’imprenditore di Serradifalco, assistito dagli avvocati Giuseppe Panepinto e Nino Caleca, in un interrogatorio fiume che è durato oltre sette ore, ha cercato di smontare le tesi dei magistrati della Dda, coordinati dal procuratore capo Amedeo Bertone, secondo i quali l’ex presidente di Confindustria Sicilia avrebbe corrotto pezzi delle istituzioni, realizzando una rete di relazioni capace persino di spiare inchieste e creare dei dossier sui propri nemici.

Montante ha messo in dubbio l’affidabilità dei suoi grandi accusatori: gli ex suoi fedelissimi Marco Venturi, in passato assessore alle Attività produttive e Alfonso Cicero, per un periodo alla guida dell’Irsap. Secondo le indiscrezioni trapelate dall’interrogatorio, l’imprenditore si sarebbe difeso dall’accusa di possedere una mole di dossier nascosti nella stanza segreta della sua villa di Serradifalco e scoperta dagli agenti della squadra mobile, spiegando che molti dei documenti compromettenti erano stati “conservati” a sua insaputa. Antonello Montante è giunto al Palazzo di giustizia di Caltanissetta nel pomeriggio di ieri attorno alle 15,30.

Ad attenderlo, oltre al gip, il procuratore capo Amedeo Bertone (che ha coordinato l’inchiesta) e l’aggiunto Gabriele Paci ed il sostituto Maurizio Bonaccorso. Davanti ai magistrati l’imprenditore ha cercato di difendersi dall’accusa di avere messo su il cosiddetto “sistema Montante”, una rete di complicità con pezzi dello Stato basato sullo scambio di favori personali.

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