Nino Mandalà: dalla condanna per mafia al carcere, fino alla scrittura e ai libri :ilSicilia.it

il cervello politico della cosca di villabate

Nino Mandalà: dalla condanna per mafia al carcere, fino alla scrittura e ai libri

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15 Maggio 2020

Quando l’abbiamo chiamato al telefono, la prima cosa che Nino Mandalà ha tenuto a precisare è che non è avvocato: è sì, laureato in legge, ma non ha mai esercitato. La seconda è stata che, pur avendo avuto esperienze negative nei rapporti con la stampa, accettava di farsi intervistare da ilSicilia.it purché l’approccio non fosse di tipo sensazionalistico. Quando gli abbiamo chiesto di suo figlio Nicola e della sua vicenda giudiziaria, ci ha risposto: “Non voglio parlarne, troppo dolore, e poi non è attinente alla vicenda su cui mi sta intervistando”.

Dalla politica al carcere alla scrittura. Queste potrebbero essere le tre parole chiave della vita di Nino Mandalà. L’ex presidente di Forza Italia di Villabate molti anni fa è stato condannato per associazione mafiosa perché ritenuto il “cervello politico” della cosca di Villabate.

Pur essendosi sempre professato innocente, ha scontato una pena di 7 anni e 4 mesi e adesso è un uomo libero e ha intrapreso l’attività di scrittore pubblicando due opere, “La vita di un uomo” e “Lettere a Laura dal mondo dei nessuno”.

È inoltre impegnato in una battaglia garantista, precisando però che il suo garantismo non prevede indulgenze nei confronti dei rei, le cui responsabilità è giusto che siano punite, ma che è altrettanto giusto garantire il rispetto delle regole nei confronti di essi, persino dei peggiori. Da Beccaria a Montesquieu, a Locke, e un appello a liberarsi de “l’inferno di una condizione intollerabile quale è quella del 41 bis reiterato ininterrottamente per anni”, sono i temi trattati all’interno del suo blog. L’uomo appare colto e privo dei tic che connotano un mafioso, niente spocchia né atteggiamenti arroganti e un modo d’essere che richiama un certo stile maturato grazie ai ruoli apicali ricoperti in ambiti lavorativi e politici. Niente che lo avvicini al cliché del mafioso.

La sua formazione giuridica, e anche l’esperienza giudiziaria che ha vissuto, e la sua capacità d’analisi dimostrata in alcuni post pubblicati sul suo blog e su Facebook, ci hanno indotto a chiedergli un parere sulla vicenda Bonafede-Di Matteo.

Le parole di Nino Mandalà

“Il duello andato in scena nel talk show “Non è l’Arena” tra il ministro Bonafede e il dottor Di Matteo non è certamente la migliore testimonianza dello stato di salute delle nostre istituzioni”.

“Credo – aggiunge – che chi ha il ruolo e gli strumenti per farlo dovrebbero indagare su che cosa è veramente accaduto e richiamare i due contendenti alle loro responsabilità. Perché delle due l’una: o il dottor Di Matteo ha le prove di quello che dice, e cioè che il ministro si sia lasciato condizionare dai mafiosi, e porta avanti le sue accuse attraverso i canali istituzionali invece di avanzare delle supposizioni non provate e darle in pasto a Giletti, e in questo caso Bonafede deve dimettersi; oppure il dottore Di Matteo non è in grado di provare le sue accuse e allora è lui che deve pagare le conseguenze della sua avventatezza”.

“Inoltre – conclude Mandalà – il ministro avrebbe dovuto promuovere nelle sedi istituzionali un’azione in tal senso, invece di imbarcarsi in una telefonata balbettante, offrendosi agli umori dell’Arena e limitandosi a dirsi esterrefatto. Tutto qua, senza che ci si debba dividere come al solito tra guelfi e ghibellini”.

 

 

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