Non è l'Arena e polemiche: "La Sicilia sotto il fuoco incrociato dei media" | ilSicilia.it :ilSicilia.it

Interviene Fonte (Centro studi Dino Grammatico)

Non è l’Arena e polemiche: “La Sicilia sotto il fuoco incrociato dei media”

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8 Ottobre 2019

Sta tornando di “moda”, in particolare da parte di alcune trasmissioni televisive (in ultimo «Non è l’arena» di Giletti), una sorta di gioco al massacro mediatico, in riferimento all’utilizzo del denaro pubblico da parte della classe politica, nei riguardi della Sicilia. Una generalizzazione che di tanto in tanto torna in auge e che ferisce, certamente, tutti coloro che invece producono con sacrificio ed impegno, avvalorando in effetti la tesi di Bufalino quando sosteneva che la Sicilia è un’«Isola plurale».

Ad affermarlo il presidente del Centro studi Dino Grammatico, Fabrizio Fonte. 

Fabrizio Fonte

“Esistono, e coesistono, tante «sicilie» – spiega -«vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode».Va detto subito che alcune critiche, specificatamente ad una ben determinata classe dirigente, sono,per carità, anche legittime. Oggi, infatti, il disavanzo della «Regione Siciliana»ha raggiunto i 7 miliardi e 300 milioni (frutto di 30 anni di scellerata gestione delle casse regionali), che peraltro blocca ogni precondizione di investimento. Non a caso dal 2004-2006 le leggi, che prevedono degli impegni di spesa, approvate dall’«Assemblea Regionale Siciliana» sono sostanzialmente il bilancio e la finanziaria. Da quegli anni, ovvero da quando sono iniziati a ridursi drasticamente i trasferimenti statali, il bilancio è stato impegnato per pagare i numerosissimi dipendenti diretti ed indiretti (nell’Isola un occupato su cinque è un dipendente pubblico(20%), con una media superiore a quella nazionale (14%)), per i carrozzoni delle partecipate e per alcuni enti o associazioni (la celebre ex «tabella H» per intenderci). Spesso, purtroppo, dietro al paravento dello «Statuto speciale», il parlamento siciliano,invece di prospettare all’Isola delle condizioni di sviluppo in linea con i parametri europei, ha agito solo attraverso logiche clientelari al fine di accaparrarsi, o mantenere, bacini di consenso elettorali”.

E continua: “Tutto ciò ha precluso alla Sicilia di essere attrattiva e competitiva nei mercati internazionali e, di conseguenza, ha allontanato ogni ipotesi di investimento estero, ma anche l’avvio di start-up innovative da parte dell’imprenditoria locale. Il risultato di queste scellerate “politiche” è un assai elevato tasso di emigrazione, ponendo in essere l’ennesimo paradosso pirandelliano di vedere tantissime risorse umane(soprattutto giovani e spesso altamente formati)trasferirsi altrove per vedersi gratificare, in qualche modo,le proprie competenze e professionalità.Ed è una storia che si ripete e che sembrerebbe non avere mai fine, per il semplice fatto che sfortunatamente le classi dirigenti di “governo” hanno frequentemente portato avanti delle“politiche del territorio”, che anziché sviluppare quest’ultimo lo hanno scientificamente depresso, mantenendo delle condizioni di sottosviluppo funzionali alla loro capacità gestionale del potere”.

“Sono, purtroppo, delle amare riflessioni – conclude Fabrizio Fonte – su di una Terra che nonostante abbia immensi «giacimenti culturali» da cui poter trarre profitto, continua ad arrancare sul piano sociale ed economico. Ecco perché oggi appare indispensabile un serio «piano infrastrutturale» e, soprattutto, un’efficace ed efficiente «Pubblica Amministrazione» a servizio della collettività. L’improvvisazione che sembra perversare nella politica italiana degli ultimi anni a dire il vero non lascia ben sperare ed oltretutto le rivoluzioni in Sicilia storicamente non funzionano. Anche Sciascia, infatti, ha dovuto,almeno in un secondo momento ,ammettere che Tomasi di Lampedusa aveva ragione, con il suo celebre adagio «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Non a caso a proferire nel «Gattopardo» questa frase non è il vecchio ed attempato «Principe di Salina», bensì suo nipote il giovane Tancredi, sottolineando quanto sia profondo il sentimento di «irredimibilità»nella storia della Sicilia”.

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