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Palermo ricorda Gaetano Costa, un infiltrato nel Palazzo dei “veleni”

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7 Agosto 2020

Un infiltrato nel Palazzo dei ‘veleni’ è il titolo del convegno che si è svolto ieri pomeriggio (6 agosto ndr) a Palermo esattamente a Piazzetta Bagnasco. L’infiltrato è  il giudice Gaetano Costa ed il palazzo riguarda il Tribunale di Palermo.

Ieri, attraverso giornalisti di prestigio, forze dell’ordine e i parenti vittime della mafia, alla presenza del questore Renato Cortese, si è voluto ricordare il procuratore di Palermo brutalmente ucciso 40 anni fa. In verità l’ex commissario Carmine Mancuso ha precisato che: “Oggi ricordiamo anche tutte le persone oneste di Palermo. Vogliamo ricordare uno degli emblemi del sacrificio e dell’impegno di questa città”.

Stando alle parole del figlio di Lenin Mancuso (il capo scorta del giudice Terranova rimasto ucciso dalla mafia il 25 settembre 1979), “il procuratore Costa era una figura indigesta ai suoi colleghi e al suo braccio destro”. Insomma era scomodo a Palermo. “E’ come se lui vedeva un cordone sanitario attorno a se”. Ha affermato l’ex senatore Mancuso.

Numerosi sono stati i punti interrogativi da parte dei partecipanti all’evento: in merito al Csm e al Palazzo di Giustizia di Palermo e ad un sistema poco limpido della gestione della “verità”.

Struggenti le parole del figlio di Gaetano Costa, l’avvocato Michele. La sua rabbia è densa attraverso le sue parole. “E’ importante ricordare, ma soprattutto capire. Mi si accusa di pessimismo, ma io non vedo alcuna ragione di ottimismo”. Ha affermato ieri durante l’evento. “La mafia ha avuto una ulteriore mutazione ed anche l’esercizio dell’antimafia”.

Io ho continuato a lottare sulla stampa nelle televisioni per la verità e la giustizia. Per me oggi però è arrivato un momento di un bilancio. Bisogna combattere fin quando si ha fiato in gola, ma io devo costatare che abbiamo fatto marcia indietro a Palermo. Una marcia indietro temo irreversibile nei confronti della lotta alla mafia. Perché la mafia e la corruzione hanno toccato tutti i settori della nostra vita. Noi abbiamo una crisi istituzionale e non bastano le favole che ci raccontano i giornalisti. Tutti diventano grandi capi. Signori miei la creazione di miti servono soltanto ai mitomani e peggio ancora ai magistrati che cercano di fare carriera”. Conclude l’avvocato.

Per chi non lo ricordasse: Costa fu assassinato dalla mafia il 6 agosto 1980. Alle 19:30, passeggiando da solo ed a piedi a due passi da casa sua, fu freddato da sei colpi di pistola P38 sparatigli alle spalle da due killer scappati forse in moto o forse su una A112 trovata poi bruciata. Costa stava sfogliando dei libri su una bancarella; il Procuratore Capo di Palermo morì dissanguato su un marciapiede di via Cavour a Palermo. Al funerale parteciparono poche persone e soprattutto pochi magistrati. Nessuno è stato condannato per la sua morte, ancorché la Corte di assise di Catania ne abbia accertato il contesto individuandolo nella zona grigia tra affari, politica e crimine organizzato. Da molti settori, compresa la Magistratura, si è cercato di farlo dimenticare anche, forse, per nascondere le colpe di coloro che lo lasciarono solo.

Nel gennaio del 1978 fu nominato Procuratore capo di Palermo ma la reazione del “Palazzo” fu, in larga misura, negativa, tanto da far sì che si ritardasse la sua immissione in possesso sino al luglio di quell’anno. Insediandosi, consapevole delle resistenze che avrebbe dovuto affrontare, fece la seguente dichiarazione:

Vengo, disse, in un ambiente dove non conosco nessuno, sono distratto e poco fisionomista. Sono circostanze che provocheranno equivoci. In questa situazione è inevitabile che il mio inserimento provocherà anche dei fenomeni di rigetto. Se la discussione però si sviluppa senza riserve mentali, per quanto vivace, polemica e stimolante, non ci priverà di una sostanziale serenità. Ma ove la discussione fosse inquinata da rapporti d’inimicizia, d’interlocutori ostili e pieni di riserve, si giungerà fatalmente alla lite“.

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