23 febbraio 2019 - Ultimo aggiornamento alle 20.38
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Il testo della missiva

Parroco siciliano scrive al ministro Bussetti: “Non chiediamo l’elemosina”

10 febbraio 2019

Siamo di certo stanchi di far pensare che stiamo sempre lì a chiedere ‘l’elemosina’ (per altro dovuta da uno Stato che dovrebbe reinvestire in servizi le tasse versate), a sperperare danaro pubblico, a non essere capaci di far fronte alla diverse problematiche del Sud con le nostre forze e le nostre risorse“. Comincia così la lettera di don Giuseppe Amato, prete di Cefalù che ha deciso di scrivere al ministro dell’Istruzione Marco Bussetti.

Anche in Sicilia, dunque, è arrivato l’eco delle parole di Bussetti, che in visita ad alcune scuole di Afragola e Caivano, in Campania, aveva risposto a una domanda di un giornalista, incentrata sulla possibilità di fondi alle scuole del Sud per ripianare il gap con quelle del Nord, parlando della necessità di “Più sacrificio, più lavoro, più impegno“. “Vi dovete impegnare forte“, aveva detto il ministro (poi scusatosi per la frase poco felice).

Don Amato ha guardato l’intervista e ha deciso di indirizzare la missiva al ministro: “E’ vero, non siamo al passo con il resto dell’Italia – si legge in un passo della lettera –, negli anni la nostra forza lavoro, tante professionalità e tante intelligenze sono venute meno. Diversi di noi hanno trovato fortuna al Nord, altri, la maggior parte, all’estero, e mi creda – prosegue don Amato rivolgendosi a Bussetti – non sa cosa darebbero per tornare a vivere nella nostra terra. Siamo stanchi delle etichette: mafiosi, fannulloni, parassiti, spaghetti cu a pummarola ncoppa e mandolino, e ci dispiace che sia proprio il Ministro dell’Istruzione a prestare il fianco al propagarsi ancora di certa mentalità“.

Il parroco cefaludese si fa interprete della storia: “Sì, un torto lo riconosco a questa terra disgraziata e benedetta, di aver permesso a tanti di fare razzia della nostra cultura, dei nostri beni, delle nostre materie prime; avremmo dovuto essere un pò più egoisti – afferma ancora –, ma non saremmo stati meridionali, ci distinguiamo sempre per il nostro cuore grande e la nostra generosità, per il nostro calore e la capacità di accogliere, perché chi viene qui, non da padrone, può solo arricchirci“.

Nella lettera di don Amato si ricordano i sacrifici dei siciliani che insegnano o che studiano: “Lei parla di impegno, di lavoro, di sacrificio – scrive il parroco –, ora potrei risponderle con tanti di quei luoghi comuni legati alla politica, al suo partito, a come lei è diventato Ministro che forse le verrebbe su un minimo di rossore, ma non è questo il mio intento. Questa gente l’impegno ce lo mette ogni mattina per raggiungere i propri luoghi di lavoro in mezzo a strade da terzo mondo. L’impegno ce lo mettono i nostri ragazzi che non hanno le metropolitane per raggiungere le scuole, –  prosegue – ma gli autobus sgangherati, e si alzano alle sei o (anche prima i pendolari dei treni) per guadagnarsi un minimo di istruzione“.

L’impegno ce lo mettono i nostri docenti e il personale non docente per tenere in piedi le scuole – prosegue il testo della missiva, dove spesso i genitori devono comprare la carta igienica perché i fondi alla scuole non bastano, o dove nei mesi più freddi si devono sospendere le elezioni perché è finito il budget per acquistare il gasolio che alimenta i riscaldamenti. L’impegno ce lo mettono i nostri genitori che, in tempi di crisi, ogni anno devono spendere centinaia di euro per cambiare i libri, poiché arrivano gli amici delle case editrici con tutte le novità del caso“.

Insomma, una rivendicazione a titolo del popolo siciliano in piena regola, quella di don Amato: “Dietro a tutto questo impegno ci stano padri e madri di famiglia che lavorano anche a giornata, a volte a ore, spesso in nero per mantenere le famiglie – scrive ancora il parroco – Dietro a tutto questo c’è il sacrificio di tanti che sono dovuti partire per andare a insegnare in altre regioni trapiantando altrove intere famiglie e spezzando legami. Quindi non ci venga a parlare di impegno, di lavoro e di sacrificio, perché insieme a tanti limiti sappiamo di cosa stiamo parlando“. A questo punto la stoccata finale: “Allora caro giornalista riformula la domanda: ‘Signor Ministro cosa farà per colmare il gap tra la sua ignoranza e il Ministero che è chiamato a ricoprire?'”

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