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Perchè i Siciliani non amavano i Borbone

28 Giugno 2019

Se dobbiamo trovare una data in cui la Sicilia allenta definitivamente i legami con la dinastia borbonica è necessario riandare al 1816, alla legge Fondamentale del Regno delle Due Sicilie con la quale, l’8 dicembre di quell’anno, veniva definitivamente cancellato, dopo settecento anni, il glorioso Regno di Sicilia.

La frattura che determinò quella decisione, che possiamo definire la fusione “a freddo” dei due regni, fra siciliani e Borbone, poteva essere tuttavia recuperata nei decenni successivi e posso immaginare che quel recupero (anche se la storia non si fa col senno del poi) avrebbe certamente permesso di arrivare al fatidico appuntamento unitario in ben altre condizioni. Purtroppo mancò la necessaria saggezza e l’opportuna lungimiranza nei due sovrani (non parlò del terzo, cioè di Francesco II, il cui regno durò appena un anno) che succedettero all’astioso Ferdinando I cui si intesta la responsabilità della decisione del 1816.

La Sicilia e i Siciliani – ma quando diciamo siciliani ci riferiamo a quelli che contavano perché il resto continuava ad essere “plebe” senza diritti e senza storia – aspiravano infatti ad una maggiore autonomia, non volevano sentirsi “sudditi” dei napoletani. Sentimenti e aspirazioni che non furono colti né da Francesco I, personaggio grigio e poco incline a ogni innovazione che aveva addirittura individuato in Carlo X di Francia il suo modello di principe, né dal suo giovane e brillante figlio, Ferdinando II, che nei primi anni del regno diede l’apparenza di essere uomo aperto alle novità e sensibile alla modernizzazione.

Dal 1831 al 1840, proprio Ferdinando II, piuttosto che venire incontro alle richieste dei siciliani, accentuò i processi di centralizzazione convinto che fossero l’unico modo per governare, in modo razionale, un regno che, ogni giorno di più, perdeva il passo con i tempi. In questa sua cocciuta visione politica di retroguardia, Ferdinando fu infatti sostenuto, e direi perfino aizzato, da due personaggi, influenti ma sicuramente poco perspicaci, e cioè l’ex carbonaro Francesco Saverio Del Carretto e Nicola Sant’Angelo, il primo ministro di polizia, l’altro ministro dell’interno. Nominati entrambi nel 1831. La lettura della corrispondenza diplomatica dei ministri plenipotenzari a Napoli e dei consoli sardi a Messina e Palermo di quegli anni, riportata nel Diario Siciliano di Alberico Lo Faso di Serradifalco, frutto di approfondite ricerche nell’Archivio di Stato di Torino, ci offre il quadro chiaro dell’intera vicenda.

Questo disagio e questo “crescente malcontento”, al di là delle più o meno fondate commistioni fra poteri criminali (quelli amministrati da molti nobili siciliani), che come scriveva Ernest Renan “tengono in scacco e terrorizzano le popolazioni”(su questo tema il bel libro dello storico Paolo Macry), e al di là del solito complottismo – questa volta massoneria e potenze straniere – che ad ogni piè sospinto si tira fuori, ci fa capire l’incredibile successo della spedizione dei Mille che diede la spallata finale ad un regno che, caso forse unico nella storia europea, nel giro di pochi anni e soprattutto a partire dalla guerra di Crimea nel 1856, era riuscito a farsi nemici tutti quelli che contavano nel panorama geopolitico del tempo.

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