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Messina

"Capitale Messina" accusa il Governo per il gap infrastrutturale in Sicilia

Ponte sullo Stretto e Alta velocità ferroviaria, le promesse di Faraone e il Def che mortifica la Sicilia

21 Aprile 2017
“Non ci hanno rassicurato le parole del Governo espresse per bocca del sottosegretario Faraone, dopo la levata di scudi cittadina contro le scelte sulle infrastrutture strategiche inserite nel DEF. Basta infatti uno sguardo d’insieme al documento, per realizzare che la stragrande maggioranza delle opere sono concentrate a nord dell’asse Napoli-Bari. Con questa eloquente premessa CapitaleMessina e Rete per le Infrastrutture chiamano a raccolta le forze sociali della città di Messina per sabato 29 aprile al primo incontro pubblico per “pretendere dal Governo centrale pari opportunità di sviluppo” per il Sud e la Sicilia.

All’appello hanno già aderito Confindustria, Confesercenti, sindacati ed ordini Professionali. Ancora una volta, infatti, il Governo si è fermato agli spot elettorali e dall’Esecutivo di Matteo Renzi all’attuale di Paolo Gentiloni poco o nulla è cambiato. La realtà è più ostinata delle promesse che evaporano nell’aria, ancora una volta, in modo impietoso e irriguardoso verso la dignità dei messinesi e più in generale dei siciliani.

Davide Faraone

“Da qui al 2030 tanti cantieri nella nostra Isola”, è il mantra lanciato dal sottosegratario Davide Faraone, che ha parlato di “Opere pubbliche che verranno realizzare con impegni e tempistiche certe”. Peccato, però, che i fatti lo smentiscano e dicano ben altro e cioè che aver speso 600 milioni di euro per i fantasmi e le ombre cinesi del Ponte sullo Stretto ora il Governo col nuovo Piano infrastrutture finanziato dal Documento di economia e finanza approvato dal Cdm ha fatto tabula rasa, azzerando tutto e ricominciando da un incarico per un nuovo studio di fattibilità. Si parla addirittura di “possibili opzioni di collegamento stabile e non stabile”, enigmatiche espressioni quasi shakespeariane che dicono tutto e il contrario di tutto mentre, a conti fatti, neppure un’infrastruttura moderna viene prevista da Salerno in giù.

E l’alta velocità, essenziale per collegare le due Italie e colmare l’atavico gap economico ed infrastrutturale tra Sud e Nord, rimane un privilegio esclusivo del Centro-Nord, fortino inespugnabile del settentrione con tanti saluti alle Due Sicilie.

 

“È provato, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che in quelle meridionali”, scriveva il deputato meridionalista Giustino Fortunato alla fine dell’ottocento – evidenzia Capitale Messina -, e dopo più di un secolo il quadro non appare mutato. L’asimmetria di investimenti tra Nord e Sud continua ad essere confermata nelle scelte del Governo Gentiloni. Se poi entriamo nello specifico delle opere di interesse strategico per lo sviluppo economico dei nostri territori le perplessità aumentano”.
 Il quadro che si va delineando – repetita iuvant – è quello di un Governo che dispensa carezze tra dichiarazioni e convention elettorali, per poi mostrare nelle scelte gli schiaffi delle solite politiche centro-nordiste, leit motiv consolidato di un’anima antimeridionalista, i cui interpreti a vario titolo considerano la Sicilia una periferia da consegnare al proprio destino maledetto, figlio di quella Unità virtuale d’Italia.

“Connettere la Sicilia all’Italia è un obiettivo irrinunciabile” ha detto Faraone ma si fa fatica a capire quali siano poi in concreto le “opere stradali, portuali e urbane” che verranno realizzate. Si parla della direttrice Napoli-Palermo, che prevede l’alta velocità di rete Salerno-Reggio Calabria, e poi la direttrice Catania-Palermo e l’attraversamento dello Stretto “attraverso opzioni stabili” (?) ma i fondi sono una chimera e sulla portualità il rischio è che gli approdi messinesi vengano pure relegato al ruolo di copri-voragini, per colmare cioè il deficit economico e strutturale del porto di Gioia Tauro.

 

Il grande equivoco rimane, in ogni caso, il Ponte sullo Stretto, sinora costato vagonate di soldi per il nulla, con uno spreco ciclopico di risorse nell’interminabile alternarsi di politiche sul modello Lazzaro, tra “avanti tutta” e “dietrofront“. Per arrivare persino all’assurdo paradosso del dover valutare se fare un ponte o un tunnel. E allora i siciliani, pronti a replicare alle Regionali di novembre lo tsunami del Referendum, si chiedono se davvero nella capitale qualcuno pensa o si illude ancora che da queste parti sia la terra dei Balocchi.
“È irrazionale per un’opera che si aspetta da decenni, e stiamo ovviamente parlando del Ponte, e che dopo lunghi studi ed impiego di notevoli risorse, circa 300 milioni di euro, giunta al progetto definitivo, venga rimessa in discussione per tornare agli studi di fattibilità – lamenta Capitale Messina – . Non ha senso. Anzi ce l’ha, ed è quello di non farla. Stessa preoccupazione per le tratte ferroviarie. Per quanto riguarda l’alta velocità sotto Salerno, come si può leggere nel documento del Governo, si è ancora allo studio di fattibilità, ed i progetti esistenti prevedono solo la velocizzazione di alcune tratte. E non sono previste le gallerie risagomate senza le quali i treni merci non potranno mai arrivare al porto di Gioia Tauro, condannandolo al declino”.

 

ferrovie sicilia“Ed in Sicilia è stato appaltato o esistono studi di fattibilità solo per il doppio binario con le vecchie gallerie e non le nuove gallerie, le pendenze e la linearità necessarie per l’alta velocità. Ed a conferma di ciò ricordiamo che Delrio a Messina ha detto che si procederà tra Messina, Catania e Palermo a 200 km/h entro il 2030. L’alta velocità invece sta sopra i 270 km/h. E le risorse economiche stanziate sono sufficienti a coprire meno del 20% dei progetti. Senza dimenticare l’inaspettato stop del Governo al progetto di allungamento delle piste dell’aeroporto di Catania, che avrebbe consentito l’arrivo dei voli intercontinentali. Per tutte le considerazioni appena espresse, il movimento Capitale Messina e la Rete per le Infrastrutture promuovono un incontro, che avrà luogo a Messina sabato 29 aprile alle 9.30 presso la ex Chiesa S.Maria Alemanna, con l’intento di reclamare ad alta voce pari opportunità di sviluppo per la nostra isola e la nostra città.  All’appello hanno aderito Confindustria, Confesercenti, Confimprese, Cgil, Cisl, Uil, Ordine degli Architetti, Ordine degli Ingegneri, Ordine degli Avvocati, Ordine dei Commercialisti. E dall’occasione si intende promuovere una mobilitazione permanente di tutte le forze sociali e politiche che hanno a cuore le sorti del nostro territorio.È arrivato il momento di pretendere, non più chiedere!”.
“Adesso è tempo di valutare i progetti di fattibilità di attraversamento dello Stretto, senza dispute ideologiche”, “per collegare la Sicilia al futuro”, si è affrettato a rassicurare il sottosegretario Faraone: ma quei progetti rischiano di fare la fine delle “opere compensative” per il G7, promesse dal Sottosegretario e sconfessate un mese dopo da Matteo Renzi.
E il futuro che immaginano i siciliani non è quello ipotetico e caracollante degli studi di fattibilità e delle calende greche sino al 2030. In Giappone si realizza un’autostrada in 6 giorni e si alzano palazzi in 48 ore, al Sud si tratteggiano e si festeggiano bozze di cantieri da qui a 13 anni. E mentre “il bando per l’alta velocità in Sicilia è già realtà”, i treni siciliani e del Mezzogiorno raccontano in verità un’altra storia, che stride con l’ottimismo leopoldiano e riporta invece alle carrozze di “C’era una volta di West” di Sergio Leone. Ed è evidente che per sperare sul serio in una svolta non possa bastare nemmeno la prevista fusione Cas-Anas, poca cosa se si pensa al terremoto del Consorzio Autostrade, dove 6 arresti, 6 interdetti e 57 indagati, hanno fatto emergere un imbarazzante “mare magnum” di appalti truccati e progetti mai realizzati.
Gli investimenti per il trasporto sui binari, la direttrice Napoli-Palermo col raddoppio della linea Messina-Catania e la velocizzazione della Catania-Siracusa: queste ed altre opere non possono essere il palliativo mediatico di un Def che non risponde alle aspettative del profondo Sud e per l’ennesima volta lo mortifica. Ma il 4 dicembre non ha insegnato niente?
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