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Quando al Teatro Carolino di Palermo il pubblico gridò “Viva l’Italia”

6 Settembre 2019

Era il 27 novembre del 1847 e il Teatro Carolino di Palermo (oggi Bellini) aveva registrato un tutto esaurito non certo giustificato dall’opera in programma. I più bei nomi della noblesse palermitana affollavano palchi e platea. Erano, soprattutto, le dame a nobilitare l’evento. Fra esse si notavano la principessa di Montevago, la duchessa di Realmena, la principessa di Sant’Elia, la marchesa di Rudinì e la marchesa di San Martino.

Per l’occasione, come normalmente avveniva, erano presenti anche molti diplomatici, fra i quali anche il console francese monsieur Bresson. Proprio a Bresson si deve un dettagliato resoconto di quanto accadde in quella storica giornata.

Andiamo, dunque ai fatti.

Tutto sembrò svolgersi normalmente, almeno fino alla conclusione del primo atto: poi, però, qualcosa sconvolse la tranquilla routine.

Dai palchi più alti, si rovesciò infatti inaspettatamente sugli spettatori una pioggia di volantini bianco rosso e verdi, con la scritta “Viva” (Viva l’Italia). Alla pioggia seguì immediatamente un lungo applauso accompagnato da un coro di  “evviva” gridati a squarciagola.

A gridare più degli altri furono, soprattutto, quelle dame educate alla compostezza. La cronaca di Bresson, molto puntuale, ci informa che nessuno, proprio nessuno, si sottrasse all’euforia generale salvo uno, il presidente della Corte Suprema di Giustizia. Questi, irritato, conservò il silenzio quasi a volere sfidare la folla. Ma tutto non finì lì, dai palchi più alti arrivò un’ulteriore sfida. Sul balconcino, dal quale si affacciava il severo giudice, si rovesciò una pioggia di cuscini così fitta da costringerlo a un poco dignitoso ritiro.

Meraviglia delle meraviglie, l’occhiuta polizia borbonica, sempre pronta a mostrare il suo volto peggiore, si astenne dall’intervenire e, soprattutto, lasciò che quegli “evviva” e quelle manifestazioni di giubilo proseguissero indisturbate, a spettacolo finito, anche fuori dal Teatro.

La manifestazione rendeva evidente, seppure ce ne fosse stato bisogno, l’incolmabile distacco che si era da tempo creato fra i sudditi palermitani e la dinastia dei Borbone.

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