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La quarta puntata

Racconti brevi da leggere online: “La vita appesa ai muri”

27 Gennaio 2019

Siamo alla quarta parte del 1° capitolo de “La vita appesa ai muri” di Caterina Guttadauro La Brasca, un nuovo appuntamento di Romanzi da leggere online a puntate.

Nonno Erasmo sta per ammalarsi in modo grave… ma accanto a lui avrà il nipote Emanuele, abbandonato appena nato dalla figlia Gloria che vorrebbe rivedere per l’ultima volta…

Caterina Guttadauro La Brasca, “La vita appesa ai muri”, Editoriale Programma Ed., Treviso, 2013.

1° capitolo. 4^ parte. Nonno Erasmo.

«La vita è da sempre in debito con lui e adesso chiude i conti in una maniera così terribile!

Non è vero che ognuno ha quello che si merita, lui che è stato abbandonato da tutti e questo non l’ha inaridito, non gli ha impedito di amarmi come un padre e una madre, non facendomi sentire abbandonato, come di fatto è stato.

Solo lui è tutta la mia famiglia e, se potessi, gli darei volentieri uno dei miei occhi per dimezzare la condanna e vivere con lui questa grande prova.

Comunque io gli sarà accanto in questa grande notte e vedrà con i miei occhi.

Sono d’accordo sul fatto di non dirglielo, anche se, a volte, penso che sappia e capisca più di noi e che il rispetto e l’altruismo non gli permettono di coinvolgere nessuno nella sua vita.

Una cosa vorrei che accadesse prima che diventi cieco, e so che sarebbe il suo ultimo desiderio. Che riuscisse a rivedere sua figlia, per poterle dire di averla da tempo perdonata.

Questo è per lui l’unico conto che ha in sospeso».

Margherita lo redarguì: «Emanuele, sua figlia, Gloria è tua madre!»

«Certo, rispose, in Comune così è scritto, ma io non conosco i suoi occhi, non ho mai tenuto la sua mano, non mi ha educato, curato e protetto, esattamente tutto quello che avete fatto voi e mio nonno.

Comunque, il problema tra me e lei è solo nostro e vorrei, ancora una volta, pregarvi di aiutarmi a ritrovarla e, quindi, esaudire il desiderio di mio nonno. Grazie a lui, adesso so come si ama un figlio, tanto da perdonarlo comunque, che la forza dell’amore sta nel dare senza chiedersi se è giusto o sbagliato, se chi amiamo lo meriti o no.

So che non avrei potuto avere un educatore migliore, grazie a lui non so cosa sia la violenza, mi ha insegnato il rispetto verso ogni creatura e ad avere gratitudine per quello che ci viene donato, meritato o no.

Signorina Margherita, se la troverà, le dica che io non sto cercando una madre, ma solamente una figlia da restituire a suo padre, che l’ama nonostante la sua ingratitudine e il suo abbandono.

Io non voglio incontrarla ma non la giudico. Quello che le rimprovero è di non essersi posta delle domande, di non aver voluto sapere dove e con chi sono stato in tutti questi anni.

Se dovesse obiettare, dicendo che ha sentito la nostra mancanza e che non ha avuto il coraggio di tornare, le dica allora che lei dell’amore conosce il lato peggiore, quello dell’egoismo e della paura.

Le dica che suo padre mi ha insegnato che crescere vuol dire assumersi le proprie responsabilità, facendosi carico delle proprie azioni e delle loro conseguenze. Non si abbandona neppure un animale, figuriamoci un figlio.

A lei e a sua sorella Emma devo dire grazie per il tatto e la delicatezza che avete sempre avuto nei nostri confronti, siete state la nostra famiglia.

Vorrei che il nonno imprimesse nella mente, attraverso gli occhi, le immagini più importanti di tutta la sua vita, perché è nel loro ricordo che dovrà vivere quando non le potrà più vedere».

Margherita e Emma rimasero stupite dal coraggio, dalla determinazione delle parole di Emanuele e capirono che Erasmo aveva con la sua saggezza educato suo nipote all’onestà e al coraggio.

Le sorelle Lumia si trovarono, quindi, coinvolte ancora una volta in una storia che forse era arrivata all’ultimo capitolo.

Stavolta, però, c’era un altro nemico da affrontare: il tempo. Questo fece decidere a Emma e Margherita di avvalersi dell’aiuto di un investigatore che diede loro le informazioni nell’arco di quindici giorni.

Gloria, per tanti anni, era stata a servizio presso un famiglia per guadagnarsi da vivere, riuscendo ad accumulare dei risparmi con cui aveva acquistato un mini-appartamento di due stanze e un cucinino, dove adesso viveva facendo la sarta.

Così, stavolta, Emma e Margherita partirono, ma con riferimenti ben precisi, per ritrovarsi faccia a faccia con un passato mai dimenticato.

Finalmente le due sorelle potevano sapere, dopo tante congetture, dopo anni di rabbia contenuta per essere state senza notizie di Gloria.

Adesso erano davanti a un anonimo portoncino e prima di bussare, si guardarono per darsi entrambe la forza di farlo.

Gli anni erano passati per tutti, nessuno di loro aveva più voglia di illudersi o di raccontare pietose bugie, affiorava solo il bisogno di sincerità e di chiarezza.

Zitte, ognuna immersa nei propri pensieri, le due sorelle suonarono il campanello di una vecchia casa, in un quartiere popolare di una grande città.

Prima si sentirono dei passi, lenti, e dopo la chiave girare nella toppa, la porta si scostò e le tre donne si trovarono al centro di una scena bloccata e muta.

La signora che aveva aperto era una donna matura, come le signorine Lumia, con tanti capelli grigi anche se acconciati con gusto, e due occhi piene di lacrime che invocavano aiuto.

Il passato e il presente si incontravano dopo tanto tempo, i ricordi di vita vissuta e mai cancellata e il presente, frutto di tante domande, di colpe e rimorsi che ormai era tempo di rimuovere.

Stavolta fu Margherita a parlare, perché non riusciva a contenere la rabbia che ormai da tanto tempo le bruciava dentro.

Margherita fu amara e anche cattiva, ma come poteva essere diversamente, con tutto quello che c’era da raccontare e anche giustificare.

Le sorelle Lumia avevano allevato Emanuele e aiutato Erasmo perché avevano sentito la necessità di rendersi utili, ma sapere il perché delle scelte di Gloria, quello ritenevano fosse loro dovuto.

«Ciao, Gloria ‐ disse Margherita ‐ ma forse non è questo il modo giusto di salutarci perché “ciao” si dice quando ci si rivede dopo poco tempo e ci si lascia fiduciosi di potersi rivedere presto. Noi non ci vediamo da quasi vent’anni. Dovrei chiederti come stai, ma queste formalità sono superate dal tempo che questo rapporto è stato interrotto e non certo per volontà nostra.

Eravamo molto amiche e non ce ne siamo dimenticate, per tuo volere, abbiamo trasferito i nostri sentimenti da te a tuo figlio e tuo padre, entrambi deboli e bisognosi di cure, dopo il tuo abbandono.Non posso non chiederti come hai vissuto tutti questi anni senza sentire il bisogno quasi doloroso di sapere che vita stavano vivendo o tuoi cari, di cercarli, del posto che hai tu nei loro cuori.

Ti prego, non dirci che li hai pensati, perché il tuo pensiero non li ha certo aiutati ad andare avanti; ti sono mancati? Se sì, perché non ci hai cercato, giacché sapevi bene come trovarci. Non hai voluto affrontare il giudizio della gente ma non ti sei fatta scrupoli ad abbandonare tuo figlio e tuo padre proprio al pettegolezzo, alle insinuazioni più abiette. Eppure, per tutti questi anni, hai continuato ad avere una famiglia grazie a loro, anche se ne sei vissuta lontano. Allontanandoti da loro li hai abbandonati a tutto quello che rappresentavano: la fragilità, l’innocenza, l’inesperienza.

Noi li abbiamo aiutati, è vero, ma tuo figlio e tuo padre avevano la voglia di non perdersi, si sono tesi una mano, dando a chiunque un esempio di dignità e di coraggio, come solo le persone umili sanno fare.Siamo qui proprio per volere di tuo figlio, che vuole esaudire l’ultimo desiderio di tuo padre. Tuo padre ha una maculopatia degenerativa, tra non molto diventerà cieco e non lo sa.Emanuele non ha voluto che noi glielo dicessimo perché, secondo lui, saperlo non avrebbe cambiato niente.

Tuo padre ha sempre accettato tutto quello che la vita gli ha dato e tolto con un sentimento misto di rassegnazione e gratitudine verso, come lo chiama lui, il «Buon Dio».Accetterà anche di vivere al buio, dirà che questo era il suo destino e che, lungo tutta la sua vita, le cose che ha visto potrà continuare a vederle con la mente e con il cuore.La cecità non è solo mancanza di luce ma soprattutto è aridità di cuore e memoria corta. La vita con tuo padre, contrariamente a quanto crede lui, è sempre stata in debito e non si smentisce nemmeno questa volta.Negli ultimi tempi, ha detto spesso a Emanuele che ormai fa fatica a ricordare e che avrebbe voluto vedere il tuo viso prima di morire, che non ti serba rancore per esserti allontanata da lui, ma gli dispiace che tu lo abbia fatto con tuo figlio.Entrambi si sono donati tanto: tuo figlio è cresciuto con la saggezze e tuo padre ha ritrovato la gioia e l’entusiasmo della sua passata giovinezza. Ma il calendario gira e le cose belle che tanto amiamo ci fanno male al pensiero di doverle lasciare.

Erasmo sa di aver fatto tutto quello che sapeva fare per Emanuele, ma è cosciente di non aver potuto sostituire te e la figura di un padre per Emanuele.Tuo figlio ci ha pregato di dirti che non siamo qui per cercare sua madre ma la figlia di un padre stanco e malato che vuole rivederla ancora una volta».

Gloria ascoltò il lungo discorso di Margherita senza interromperla e con gli occhi bassi, di chi si vergogna e ha difficoltà a parlare.

Schiarendosi la voce, imbarazzata, disse: «Io non sono brava e in questo assomiglio a mio padre, a spiegare ciò che sento. Sentirti parlare è stato un lunghissimo respiro doloroso che ormai non saprei e non serve spiegare. So di aver tradito la nostra amicizia, di avere lasciato una piccola creatura, colpevole solo di essere venuta al mondo, in pasto alle fantasie e alle chiacchiere di un intero paese e so di aver ferito mortalmente mio padre che non lo meritava.

Si capisce sempre dopo il perché delle nostre azioni, visto che quando si è giovani si ritiene di aver diritto all’aiuto, all’affetto di tutti, indipendentemente da come ci si comporta.La povertà e l’ignoranza sono, per una giovane e bella ragazza, due grandi pericoli, perché autorizzano gli altri a servirsi di te come fossi un giocattolo e poi, a metterti via.

Sarei potuta tornare è vero, anzi avrei potuto non andarmene, dici tu, ma come avrei avuto il coraggio di esibire il mio pancione senza pensare a quello che avrebbero detto gratuitamente tutti?Lo so che voi mi avreste aiutato ma avrei creato anche a voi dei problemi e mio padre, dalla vergogna, non sarebbe più uscito di casa. Spesso ho pensato di disfarmi del bambino ma, grazie a Dio, è stata l’unica cosa che non ho avuto il coraggio di fare.

Scusatemi se ho pensato, conoscendovi, che con il vostro affetto e le vostre cure avreste riempito il vuoto della mia presenza, ma dovevo farmi forza in qualche maniera per poter trovare la forza quella mattina, di portarlo e lasciarlo in quella Chiesa.La giovinezza è l’età in cui si sbaglia più facilmente e, purtroppo, quando ne diventi consapevole quell’attimo è già passato.Margherita, non ci crederai, ma quante volte mi sono incolpata di aver tradito la nostra promessa, di non lasciare mai un figlio da solo.Ma, dicono dalle nostre parti che parlare è un conto, vivere un altro.Capisco la rabbia e il dolore di mio figlio e che posso chiamarlo tale solo perché ha il mio cognome. Oggi so che una madre e un figlio sono due pagine dello stesso libro, nel mio caso, non lette.Abbiamo perso molto l’uno dell’altro ma almeno è al mondo. Standogli lontano l’ho amato di più, credetemi Emma, perché mi è mancato tutto di lui e ogni volta che lo pensavo, si acutizzava il dolore per averlo lascito, per quello che mi perdevo, le sue prime parole, il suo primo dentino e così via.Capisco che non mi voglia parlare ma, stavolta, non rinuncerò. Tornerò a casa, voglio rivedere mio padre, chiedergli perdono e questo mi permetterà di dare voce a tutto quello che ho sentito e voluto fare in tutti questi anni.Ho riflettuto tanto e ho capito cosa significa rimanere soli, senza un compagno, non avere nessuno a cui regalare il sentimento che ti monta dentro come una marea, ad avere i buchi nelle scarpe, un vestito solo e portarli con dignità, camminando a testa alta.

Oggi so che posso anche affrontare la possibilità di incontrare il padre di mio figlio senza sentirmi morta dentro, ora so che la passione non è amore e che non c’è amore vero senza stima.Quella che tornerà a casa non è più la Gloria di un tempo, ma una donna ferita dai suoi stessi errori e vi prego, in nome della nostra antica amicizia, credetemi almeno voi e perdonatemi».

La solidarietà, l’amicizia, il passato vissuto e mai dimenticato le unì in un unico abbraccio e ora che il mare del sentimento aveva portato a riva tutte le macerie, si poteva ripartire per ricostruire o almeno, per provarci. 

Emma e Margherita ritornarono a casa e informarono Emanuele sull’esito dell’incontro.

Lui ascoltò a testa bassa e loro pensarono al peso che quel giovane uomo doveva avere sul cuore».

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Epruno - Il meglio della vita
di Renzo Botindari

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