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caronte manchette
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Il Principe mago

Raniero Alliata di Pietratagliata, un “Gattopardo” tra occultismo e solitudine

6 novembre 2018

Il nostro racconto di oggi ha per protagonista Raniero Alliata di Pietratagliata, principe del Sacro Romano Impero, personaggio affascinante e controverso di cui cercheremo di ricostruire la storia attraverso “Il Principe Mago“, libro di Bent Parodi di Belsito, nipote e allievo prediletto, che racconta gli ultimi trent’anni di una vita che può essere definita una straordinaria avventura fatta di solitudine, gusto per i saperi particolari e proibiti, all’interno di una aristocrazia che stava per essere divorata dalla “bestia” della modernità.

Nato a Palermo il 9 giugno del 1897 dopo la riappacificazione del principe Luigi con la moglie Bianca Notarbartolo di Villarosa, con cui aveva già avuto quattro figli, Fabrizio, Rodrigo, Anna e Bianca, visse nel castello di via Serradifalco a Palermo, che, opera del padre, era edificato in pietra rossa, si componeva di un corpo centrale a rettangolo e di due grandi ali, per un complesso di cinquanta stanze. In cima facevano bella mostra due torri merlate, dalle quali era possibile ammirare tutta la Conca d’oro, una distesa infinita di aranceti, limoneti e orti. L’interno era ricco di arredi e mobili preziosi, volte in legno a cassettoni di gran pregio, ma ad incantare e stupire era il giardino che, con al centro un laghetto di anatre starnazzanti, era ricco di piante esotiche che il padre aveva commissionato in giro per il mondo.

famiglia Alliata di Pietratagliata

Il piccolo Raniero crebbe in questo ambiente raffinato, allevato da una severa tata tedesca che incise profondamente sulla sua personalità, tanto da fare prevalere in lui, siciliano, un amore sviscerato per il pangermanesimo, movimento che mirava a riunire politicamente tutti i popoli di lingua e stirpe tedesca. D’altronde gli Alliata di Pietragliata diedero al piccolo un nome di chiara derivazione germanica che si divertivano ad accostare con Ragnarök, l’apocalisse nordica che vedeva la battaglia finale tra le potenze della luce e dell’ordine e quelle delle tenebre e del caos. Nomen omen si direbbe e, infatti, Raniero, che definito mago nero aveva in sé anche sprazzi di luce, come suoi miti contemplava Wagner e il suo “Crepuscolo degli dèi” che, in tedesco Götterdämmerung, era traduzione proprio di ragnarök, “ultimo destino, fine degli dei”, e la scuola biologica e filologica dell’impero tedesco. Fin qui la storia di un giovane aristocratico come tanti se, a quindici anni, sotto lo sguardo compiaciuto del severo genitore, non avesse cominciato a interessarsi di occultismo.

Lo spiritismo all’epoca era molto diffuso nei salotti dell’aristocrazia, basti ricordare che il professore Carmelo Samonà, appartenente a una nobile famiglia proveniente in origine dalla Turchia o da un’area compresa fra Iran e Siria, sposato con la principessa Adele Monroy di Pandolfina, studioso di esoterismo e fenomeni paranormali, aveva fondato a Palermo la Società di Metapsichica, all’interno della quale insieme ad altri medici e scienziati aveva organizzato a scopo di studio e di verifica una serie di sedute spiritiche della celebre medium napoletana Eusapia Palladino, ospitandola a Villa Ranchibile. Nel medesimo periodo, tra i giovani Gattopardi, adepti dell’aldilà, oltre a Raniero, c’erano Giuseppe Tomasi di Lampedusa e i cugini di primo grado di quest’ultimo, Casimiro, Agata Giovanna e Lucio Piccolo di Calanovella. Per il giovane Alliata le pratiche medianiche non furono solo il trastullo del tavolino a tre piedi, ma qualcosa di molto più serio. Prima di soffermarci su questo aspetto centrale, per tratteggiarne la figura, continuiamo, però, a raccontarne la vita.

Scoppiata la prima guerra mondiale, come tanti giovani, fu costretto a partire per il fronte e combattere contro gli esponenti della cultura che tanto amava. Dopo tre anni di trincea, la disfatta di Caporetto, centinaia di chilometri percorsi a piedi, esausto, concluse la sua esperienza bellica all’ospedale militare di Ferrara e da lì rientrò a Palermo dove, poco tempo dopo, morto il padre, rimase con una madre debole e permissiva, abbandonato senza alcun freno ai suoi interessi scientifici e, ahimè, a molti vizi. In breve tempo dilapidò una fortuna al gioco e ai cavalli, suo era il più bel calesse di Palermo, trainato da uno splendido puledro bianco, trascorrendo tutte le serate al “Bellini“, il circolo dei nobili, in cui si distingueva per la sua indiscussa eccentricità e vasta cultura. Ma, un’ultima batosta al gioco, lo indusse, da mondano che era, a farla finita con quel mondo dorato e di perdizione e a rinchiudersi, senza mai più uscirne se non per gite o visite di carattere scientifico, nel castello. Era il 1925 e da quella data Raniero si dedicò completamente ai suoi studi zoologici e metafisici.

Raniero Alliata di Pietratagliata

Sulla scia di Luigi Failla, di Castelbuono, e di Enrico Ragusa, fondatore dell’Hotel des Palmes, i due più grandi entomologi dell’ultimo Ottocento, prese corpo la sua grande collezione entomologica, d’altronde la fama di Raniero, che con l’aiuto di qualche assistente entusiasta scoprì insetti sconosciuti, anche se chiuso nel suo mausoleo, giunse negli ambienti accademici e scientifici tanto che, dopo la seconda guerra mondiale, gli fu ripetutamente offerta una cattedra all’Università di Palermo che, puntualmente, rifiutò perché aveva scelto come unica compagna la solitudine o almeno così si credeva, dormendo di giorno, per neutralizzare i rumori esterni, e alzandosi alle sei del pomeriggio per concludere la sua giornata all’alba.

Helga
Ma una donna misteriosa, dalle fattezze minute e che parlava una strana lingua, si aggirava e celava nel castello. Chi era costei? Il suo nome era Helga ed era la castellana segregata. Il principe l’aveva conosciuta durante una sua rarissima uscita, nel 1930, quando la piccola norvegese faceva la bambinaia in casa degli Hardouin di Belmonte d’Addaura, restandone a tal punto folgorato che la sera stessa, congedatosi dagli ospiti, la invitò a fargli visita al più presto, lasciando la giovane intimidita e senza parole. L’amore, però, si era già insinuato nel cuore di Helga che, dopo appena due giorni, andò incontro al suo destino, presentandosi al castello con la valigia in mano e voltando le spalle, ancora inconsapevolmente, alla vita. Plagiata dal “principe mago”, finì segregata in una delle torri e si chiuse un un minuscolo mondo, pochi metri di spazio, preferendo quel carcere spontaneo, che le permetteva di essere vicina al suo Raniero, rispetto al “fuori” in cui lui non c’era. Succube della sua forte e carismatica personalità, la donna, che possedeva grandi doti medianiche che il principe sfruttò, piano piano precipitò sull’orlo della follia.

Bella, con lunghi capelli rossi, per molti anni fu solo l’amante dell’estroso ed eclettico aristocratico che amava ritrarla a seno nudo, ma nel 1939 la sua storia sembrò prendere una direzione differente perché, rimasta incinta, stava per perpetuare la stirpe degli Alliata, notizia che, invece, di entusiasmare lasciò impassibile Raniero. Al quinto mese di gravidanza, sola e senza assistenza, partì per la Norvegia e attendere così in famiglia il lieto evento ma, purtroppo, il fato crudele le giocò un bruttissimo scherzo: alla stazione di Berlino, inciampata nelle scalette del treno, cadde sui binari e perse quel figlio che aspettava ed era la speranza di un futuro diverso. Dal dolore di quella perdita non si riprese più e, tornata a Palermo, nella sua prigione volontaria, vide le sue condizioni mentali aggravarsi di giorno in giorno senza che il compagno facesse nulla per aiutarla.

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D’altronde la filosofia di vita del principe, nata da una particolarissima formazione culturale, gli faceva distinguere l’umanità in palesi, una ristretta élite dello spirito, superiori per razza e intelletto, e i tameneri, poveri diavoli che vivevano di lavoro, alla giornata, con il solo scopo della riproduzione della specie. La povera donna, appartenente per il compagno, probabilmente, a quest’ultima specie, intristita e con le tenebre nella mente e nel cuore, tentò il suicidio dandosi fuoco nella torre del castello. Questa tragedia scosse profondamente Raniero che si trovò dinanzi a una scena raccapricciante: il corpo della povera Helga riverso a terra e ustionato alle mani, alle gambe e al busto, con accanto i resti bruciati di alcune bambole di celluloide che, in un momento di disperazione, aveva dato alle fiamme con un lume a petrolio, riducendosi a torcia umana. Il principe si scoprì innamorato di quella presenza silenziosa che, ricoverata in rianimazione, rimase nel reparto dei grandi ustionati per tre mesi, fra interventi e degenza.

Assistita dalle suore dell’ospedale Civico, si convertì al cattolicesimo, ma un’altra conversione, ben più difficile, stava per compiersi, quella di Raniero che si era deciso, spinto da Don Fortunio, duca di Belsito e padre di Bent Parodi, che lo zio affettuosamente chiamava Papilio, a regolarizzare la sua unione e garantire un futuro a colei che era stata fino a quel momento la sua concubina. Il bel principe annunciò a tutti gli intimi le sue nozze e ad un mese esatto dalla sua uscita  dall’ospedale i due si unirono in matrimonio. Una grande festa accolse gli sposi in un ristorante sul lungomare di Romagnolo, alla periferia orientale della città, e da quel momento Helga lasciò la torre per vivere al fianco del marito, tentando di ricoprire e interpretare il ruolo di principessa che la sorte le aveva affidato.

Occultismo e trachettili
Raniero, però, era dominato da un mondo oscuro che lo portava a dipingere quotidianamente personalissimi quadri che nascevano in una dimensione diversa dalla nostra, in un mondo popolato da spiriti: prendeva una bustina di cellophane, che staccava da un pacchetto di sigarette, e colmandola di cenere, con uno spillo, faceva tre buchi a mò di triangolo nell’involucro che annodava nella parte superiore. Pronunciando frasi incomprensibili, sussurrate a mezza voce, lentamente prendeva a sbattere la bustina su un foglio di carta Fabriano, con la cenere che, fuoriuscita, macchiava il foglio disordinatamente. Nel mentre, rapito da quel sacro rito, prendeva dalla scrivania una tavoletta di cera da disegno e cominciava lentamente, ma con decisione, a levigare il foglio, spandendo le macchie di cenere in modo uniforme. Piano piano apparivano figure umane minute e paesaggi boschivi. Erano i trachettili, quadri realizzati con criteri magici.

Sempre più ossessionato dai suoi interessi occultistici, affermava, inoltre, di essere in contatto con un gruppo di anime disincarnate che comunicavano con lui sotto scrittura medianica. Da questi rapporti vennero fuori rivelazioni imprevedibili e soprattutto messaggi in lingue a lui ignote, che al controllo di pochi amici esperti si manifestarono realmente esistite nel passato: dialetti greci, aramaico e altri idiomi sconosciuti. Talvolta si avventurava, in condizioni di trance, nell’esperienza dei cosiddetti fenomeni di materializzazione medianica: nuvolette di ectoplasma prendevano forma umana, sotto gli occhi dei pochi ammessi alle cerimonie iniziatiche. La sua dedizione alla magia nera, perché quella bianca lo aveva lasciato parzialmente insoddisfatto, fece eclissare, però, molti ospiti abituali del castello e, dopo la morte prematura di Helga, il principe restò sempre più solo. L’essere fuori dal tempo, gli acciacchi crescenti, la mancanza di riscaldamento nel periodo invernale, la cattiva alimentazione, il fumo smodato, lo costrinsero, negli ultimi cinque anni di vita, alla quasi completa immobilità. Giunse alla fine dei suoi giorni senza un testamento, senza neppure una tomba in cui essere seppellito.

Raniero Alliata di Pietratagliata si spense il 9 ottobre del 1979 a 82 anni, isolato in vita e in morte nel castello di via Serradifalco sul cui cancello fu, per tanti anni, visibile un cartellino con la scritta “Benvenuti gli amici, maledetti i parenti”, dove i congiunti erano simboleggiati da un diavolo, con tanto di corna, coda e forchettone. Raniero eccentrico e misantropo, aveva a modo suo dimostrato umanità e amore nel dolore provato per il gesto insano di Helga e nei confronti di Papilio, Bent Parodi di Belsito, il nipote, figlio di Don Fortunio, di cui presto racconteremo l’avvincente storia.

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