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DODICESIMA PUNTATA

Romanzi da leggere online: il terzo capitolo di “Silenzi d’amore”

24 Marzo 2019

La 12ª puntata della rubrica “Romanzi da leggere online”, continua con il terzo capitolo del romanzo “Silenzi’ d’amore” di Caterina Guttadauro La Brasca.

 


 

Il peso degli anni e dei dispiaceri si sommò a tutto questo e lei cominciò ad accusare sintomi uniti a comportamenti che un suo nipote medico diagnosticò come un inizio di Alzheimer. Questa parola per noi era totalmente sconosciuta: era una malattia, ci fu detto, che lentamente rubava la ragione e la memoria.

Non riuscivamo a capire come potesse una malattia cancellare dalla mente della mamma tutti i suoi ricordi, quindi anche noi; avrebbe potuto, in un giorno non lontano, non riconoscerci più, ci saremmo sentite senza la sua mente che era la nostra storia.

Mia madre andava spesso a trovare la nonna e rimaneva con lei due o tre giorni per attutire il dolore del distacco ma tutte le volte ripartiva sempre più preoccupata, perché notava che stava inevitabilmente perdendo pezzi di memoria, estraniandosi sempre più dalla realtà.

Zia Emma, dopo la partenza di Filippo, aveva perso il sorriso, cercava di essere vicino a sua madre e di non lasciarla mai da sola perché si era accorta che non aveva più gli accorgimenti di prima.

Del resto la zia aveva più tempo e tenersi occupata era un modo per non sentirsi sola; talvolta rimaneva zitta delle ore facendo un torto a suo marito, per il quale lei era motivo di vita. La realtà che vedi vivere dinanzi ai tuoi occhi ti fa capire tante cose. Mia madre comprese come gli amori non siano tutti uguali, la partenza di suo nipote Filippo aveva tolto a sua sorella la voglia di parlare, di ridere e la presenza di suo marito non cambiava le sue giornate.

Ci trovammo a ridere come due ragazze quando mia madre mi rese partecipe di una confidenza che l’aveva resa complice di zia Emma, qualche anno prima, ai tempi del suo fidanzamento. Ancora non c’era la possibilità di comunicare con un ragazzo prima di coinvolgere le famiglie. Le notizie, comunque, evaporavano e in giro circolava la voce che Lorenzo era il ragazzo di Emma. La nonna varie volte chiese conferma a sua figlia ma ‘negare sempre’ era il loro comandamento per evitare ramanzine e proibizioni di tutti i generi.

L’eccessivo rigore faceva aguzzare la fantasia e si escogitavano modalità incredibili per comunicare. Mia madre − cosa che la fece sentire importante − era, sotto giuramento, incaricata di andare alle porte del paese dove c’era una grande fontana e in un punto preciso, in un incavo racchiuso tra due pietre, andava a prendere il bigliettino mandato da Lorenzo a Emma e viceversa.

Lei si sentiva il postino dell’amore e pensava che un favore del genere le doveva fruttare la loro eterna gratitudine.

In verità, zio Lorenzo era sempre stato affettuoso e rispettoso nei confronti di tutta la famiglia e la nonna, quando c’era qualche incomprensione, si rivolgeva più facilmente a zia Emma perché credeva che un rimprovero, un’incomprensione tra una madre e una figlia si supera cancellandola, mentre tra suocere e nuore lascia il segno.

A proposito, feci notare a mia madre che ora finalmente capivo perché lei era sempre stata la cognata prediletta di zio Lorenzo. Ero con lei da due giorni e vedevo più spesso il sorriso sulle sue labbra. Approfittai di quel momento di relax per assaggiare dei biscotti squisiti appena portati.

Mi chiese se li avevo fatti io e risposi che i dolci erano sempre stati la sua specialità non la mia. La sua voce sembrava più ferma quando ricominciò a parlare: «Di modus credendi era costellata la nostra vita, al punto che tutti ne erano convinti e ci si comportava di conseguenza. Erano sbarramenti mentali, si traducevano in vere prese di posizione, talvolta sfioravano la farsa. Parlarne mi richiama alla mente certe sequenze fotografiche che si narravano poi ai figli, come barzellette, anche se quando accadevano, la notte ci facevano perdere il sonno.

Mi ricordo, con la memoria attenta e imperdibile dei ragazzini, mentre una sera d’inverno eravamo tutti riuniti attorno al fuoco. Le donne sferruzzavano con in braccio i bambini che sonnecchiavano, gli uomini erano già a letto per compensare il sonno che avrebbero perso la mattina successiva, alzandosi di buon’ora.

Mia sorella era seduta affiancata da mia madre e da Lorenzo. Era una serata da lupi, il rumore del vento sembrava un pianto abbracciato dal buio che diventava più intenso nelle strade dove qualche lampadina si era fulminata. Si sentiva l’ululato di qualche cane sperduto e si vedeva la luna nella sua rotondità mentre illuminava gli umani, quasi stregandoli.

All’improvviso, vedemmo spegnersi il lume e risaltare i ceppi del braciere, insufficienti però a compensare il buio che ci avvolse.

Mia madre invece di provvedere a riaccendere il lume, con un salto felino, piombò tra Emma e Lorenzo, per dividere il territorio e impedire qualsiasi iniziativa dei due fidanzati i quali, solo dopo, a luce riaccesa, si resero conto di cosa fosse stato quel tramestio.

Ritornò la luce e il quadretto che si presentò ai nostri occhi ci scatenò un attacco di ilarità. Dovemmo controllarci per non ironizzare e ridicolizzare un fatto che agli occhi di nostra madre era assolutamente doveroso.

I miei fratelli controllavano ciò che accadeva all’esterno e i genitori all’interno della casa per cui il matrimonio era l’unica soluzione possibile per i due disgraziati che, loro malgrado, erano gli attori protagonisti di queste commedie.

Il controllo della famiglia, anche se in forma più velata, rimaneva anche dopo il matrimonio. I miei fratelli e Giovanni venivano a trovarci per portare notizie di mamma e vedere con i loro occhi come si svolgeva la nostra nuova vita. Mio marito, per mia fortuna, era ben visto da tutta la famiglia e i miei fratelli, quasi suoi coetanei, accettavano i suoi consigli, insieme progettavano compravendite che, in più di un’occasione, si erano rivelate redditizie.

In una di queste frequenti visite, essendo venuta anche Anna, le chiesi di rimanere qualche giorno e notai un particolare che mi fece molto riflettere. La mia casa era frequentata dagli impiegati di mio marito, mezzadri e operai applicati al frantoio.

Tutti avevano il massimo riguardo ed erano molto attenti ai loro comportamenti, soprattutto con mia sorella, che non poteva parlare e ascoltare normalmente.

Nonostante ciò, talvolta, incoraggiati dal carattere allegro di Anna, dicevano una battuta o facevano un gesto e il suo imbarazzo suscitava l’ilarità di noi tutti.

In uno di questi casi Giovanni ebbe un moto di stizza e andò via. Ai miei occhi quello era un comportamento da uomo geloso.

Nella mia mente cominciò a farsi strada l’idea che a tutti noi fosse sfuggito qualcosa e poteva essere accaduto in nome di quel qualcosa.

Non volevo parlarne a nessuno perché non volevo insinuare nei miei fratelli dei dubbi che avrebbero potuto degenerare in discussioni, litigi, ecc.… Mi ripromisi, però, di controllare il comportamento di mia sorella e convincermi di aver visto fischi per fiaschi: del resto era nota a tutti la mia protezione quasi materna nei suoi confronti, nonostante la mia più giovane età.

Era un fatto che Anna stava ingrassando e spesso accusava capogiri e nausee.

Prima di parlarne con chicchessia, aspettai qualche settimana per avere la conferma di aver visto giusto, dopodiché arrivai a una conclusione che mi gettò nel panico.

Un giorno che eravamo da sole, la presi in disparte e cercai di farmi dire cosa nascondesse dentro di sé. Si infastidì e per qualche giorno evitò persino di parlarmi.

Vivevo male e la mia mente non si schiodava da un pensiero che era sempre lo stesso: Anna era incinta? Se sì, di chi? Come poteva essere successo?

Non mi ero mai posta il problema di quanto mia sorella conoscesse del sesso ma, a giudicare da quanto sapevamo noi, quasi niente. Erano argomenti inaffrontabili, si innescava la fantasia che superava ogni limite o si frantumava nell’ingenuità. Si pensava che bastasse un bacio per rimanere incinte.

Avevo necessità di parlarne con qualcuno e l’unica possibilità che avevo era zia Tiziana.

Mi feci accompagnare in macchina da uno dei nostri impiegati e, come per il passato, caricai il cofano di una buona scorta di verdure, frutta, olio e vino di nostra produzione.

Erano le occasioni in cui potevamo essere di aiuto a mia zia senza ferirla nell’orgoglio.

Fu una festa ritrovarci e la gioia era talmente tanta che diventava vera emozione. Dopo le domande scontate, relative alla mia nuova vita, presi lo spunto da una sua richiesta in merito alla mia intenzione di accrescere la famiglia, e introdussi il discorso: «Zia da tempo volevo ringraziarti, anche a nome della mamma, per il supporto da te dato aiutando Anna a rimettersi dal dolore per la morte di Giorgio. Sai, amava di più il fratello e nessuno di noi ne è mai stato geloso. Tra fratelli si stabiliscano trame affettive; queste affondano le loro radici in una sintonia che rende più facile capirsi, confidarsi, affidarsi. Aveva delle premure per lui incredibili, delle attenzioni che ogni uomo si aspetta da una donna.

Ad esempio, se era in strada e lo vedeva rientrare, correva fino a pochi metri da lui che le spalancava le braccia. Anna gli volava addosso come una farfalla. La morte è un evento a cui non possiamo abituarci. Anche se ne conosciamo l’ineluttabilità e si pensa che possa capitare solo ai vecchi, i quali hanno saldato i conti con la vita, accade però che talvolta che ci sorprenda. Come se fosse stanca di ghermire rughe, membra curve, capelli incanutiti, piomba su un giovane virgulto, impedendogli di misurarsi con il tempo e di mettere radici.»

Mentre pronunciavo quelle parole, incontrollabile un pensiero mi sfiorava la mente: “Giovanni assomigliava a Giorgio”. Esso si insinuò furtivo tra le mie parole e rimase sospeso in cerca di una verità che avrebbe ancora una volta cambiato la nostra vita.

«Sai ‒ continuai – Anna è stata qualche settimana da me e sono stata contenta di averla avuta vicina anche se questo ha significato lasciar sola mamma.»

La zia si addolorò perché l’unica sua sorella al mondo stava cominciando un viaggio che l’avrebbe irrimediabilmente allontanata da tutti.

Mamma Mariù aveva sempre raccontato che tutti sapevano del grande affetto della zia Tiziana verso tua madre. La casa di campagna in cui abitava Tiziana era un grande casolare, con spazi rustici, ampi, dove lei aveva dato un posto a tutti i suoi ricordi. Una grande stanza comprendeva la cucina, un divano che zia Tiziana rivestiva con stoffe a fiori e un grande camino. In inverno, era il suo riscaldamento e in estate la sua struttura in pietra era sempre ingentilita da un vaso con dei fiori freschi.

Tra i divani c’era un tavolinetto con tante foto della famiglia, tra le quali ne spiccava una incorniciata d’argento con il ritratto di due belle ragazze. Erano Tiziana e mia nonna, entrambe giovani e belle, i loro occhi vivaci catturavano l’attenzione.

Uno specchio rotondo, ingentilito da un cordoncino colorato era appeso a una parete laterale; tutte le sue nipoti si erano guardate sperando di vedere un’immagine gradevole. La zia si era alzata forse per padroneggiare l’emozione provata sentendo le notizie sulla salute di sua sorella.

Aveva fatto il bucato, era da stendere. Insieme a mia madre si alzarono e sui fili tesi tra due tronchi misero i panni ad asciugare. Il silenzio che aveva accompagnato quell’incombenza si ruppe e zia Tiziana riprese il racconto.

Mamma ascoltò le sue parole, le evocavano scene di vita vissuta: «Sai, Mariù – disse malinconica Tiziana − io capisco Anna perché ho avuto per tua mamma lo stesso bene che lei ha voluto a Giorgio. Io ero la più piccola, e talvolta non è proprio una fortuna: tante cose ti vengono taciute. È facile pensare come certi dolori non ti toccano e si rimanda sempre a dopo la possibilità di spiegare, di dissipare i dubbi, si lasciano insomma delle situazioni irrisolte che, nel tempo, generano metropoli sprofondate nell’irrealtà di un tempo mai vissuto. Lei mi spiegava tutto, mi chiedeva anche se avevo capito e questo mi faceva sentire grande come gli altri, mi faceva bere un goccio di caffè dalla sua tazza. Certe volte ci chiudevamo nella nostra stanza e mi faceva camminare davanti allo specchio con le sue scarpe con i tacchi.

Lei sapeva quello che mi piaceva e se darmelo; quando andavamo a prendere l’acqua, lei portava anche la mia brocca e me la porgeva solo all’inizio della strada di casa nostra. Si, forse l’ho amata più di mia madre, ma gli amori sono l’unica cosa che non puoi decidere o soffocare perché s’innescano su fattori che non sappiamo di avere e quando ne diventiamo consapevoli il meccanismo si è già impadronito di noi.»

Nell’ascoltare quelle parole, mi sentii coinvolta. Anch’io avevo provato un amore molto forte per una zia paterna. Avevo sempre pensato che questo legame fosse stato motivo di sofferenza per mia madre. Sicuramente era mancata la comunicazione che avrebbe risolto tanti dubbi.

Non è facile trovarsi a proprio agio quando si hanno difficoltà nel comunicare. Per mamma Anna riusciva a farsi capire, ma se qualche volta non ce la faceva, in famiglia facevano di tutto per non farglielo pesare, addirittura la imitavano e così una difficoltà diventava un’occasione per ridere tutti insieme.

Ultimamente però aveva notato sua sorella più silenziosa, sorrideva di meno e talvolta le sembrava perfino sofferente.

«Ho provato – continuò mia madre −a chiedere ad Anna se sentiva la mancanza di mamma, ma secondo lei, con noi si sentiva come a casa sua.

Ho un pensiero che cerco di schiacciare dalla mia mente senza riuscirci, anzi giorno dopo giorno si rafforza il mio convincimento: “Anna incinta”.

Mi chiedo come possa essere successo, è stata sempre con noi; chi possa essere stato e cosa l’abbia spinto a non tener conto dei problemi di mia sorella, anzi a creargliene degli altri?

Aiutami, zia a capire come possa essere accaduto e, nel caso che i miei dubbi si rivelassero fondati, consigliami come posso aiutarla.»

Mamma vide la fronte di Tiziana incresparsi, le sue parole avevano avuto sulla zia lo stesso effetto che pensarle aveva avuto su di lei.

Specificò che quella verità, se fondata, sarebbe dovuta rimanere solo di loro, nessuno dei familiari era in grado di reggere altro. «Riesci a ricordare ‒ chiese mamma a Tiziana ‒ se, quando era qui da te, sia venuto qualcuno a trovarla, con il quale rimaneva da sola?»

La zia ne capi la gravità esattamente come mia madre e dopo un attimo di concentrazione, le rispose: «L’unica persona che veniva a trovarci, e voi ne eravate al corrente, era Giovanni, con il quale Anna ha sempre avuto un rapporto di grande affetto. Facevano lunghe passeggiate nei dintorni. Mi rifiuto di pensare come abbia fatto ad approfittare della stima che abbiamo di lui per carpire l’ingenuità di Anna.

Li vedevo ridere, scherzare, rientravano quasi sempre mano nella mano e io ringraziavo mentalmente quel buon ragazzo perché riusciva a regalarle tanta spensieratezza. Un giorno – ricordo – gli ero così riconoscente da preparare un cestino con dei panini e della frutta perché potessero prolungare il loro stare insieme. Come ho fatto a non dubitare, a non prevenire? Ho dimenticato quello che ci diceva sempre mia madre: “Il fuoco vicino alla paglia brucia”.»

Le parole della zia furono per me una conferma dei miei dubbi e decisi di chiedere un parere professionale. Si stava creando una complicità che ci avrebbe reso unici depositari di un silenzio troppo difficile da sopportare.

D’accordo con la zia, decidemmo di rivolgerci al suo vecchio medico di famiglia, di cui era anche amica e sulla cui discrezione potevamo contare.

Così la settimana successiva ritornammo con Anna, alla quale avevamo detto di accompagnare la zia per un controllo della pressione e, con l’occasione, il medico avrebbe dato un’occhiata anche a lei. La grande esperienza dei medici di una volta raramente cadeva in errore e lo sguardo che il medico diede ad Anna confermò, in pieno, la fondatezza dei miei sospetti.

Uscimmo dallo studio medico che era quasi buio ma dentro di me era notte fonda. Mi sentivo preda di emozioni contrastanti e cercavo complicità negli occhi della zia. Si sentiva responsabile più di me di quello che era accaduto sotto i suoi stessi occhi, senza accorgersene.

Ero intrisa di rabbia in ogni cellula del mio corpo.

Avrei voluto domandare a Giovanni come aveva potuto far prevalere i suoi bisogni al rispetto per Anna e all’amicizia di famiglia. Contemporaneamente sapevo anche quanto Anna riuscisse a essere trascinante quando usava con maestria l’espressione dei suoi occhi, il suo sorriso accattivante che trasformavano la sua menomazione in un particolare irrilevante: in amore non occorre dire o ascoltare, è indispensabile solo sentire.

Mi capitava di pensare che forse l’amore era riuscito a farla sentire uguale a tutte le altre donne, a farle provare emozioni e sensazioni che la ripagavano del dolore per la privazione dell’udito e della parola. Sentivo una tenerezza tale da fare sbollire la mia rabbia e mi riportava con lucidità ad affrontare il problema.

La prima tentazione che si ha quando ci si trova ad affrontare problemi più grandi di noi è quella di scappare. Ma è inutile fuggire, perché si dilaziona solamente l’impatto con il problema.

Io non potevo permettermelo e dovevo usare quel mare di emozioni, in cui mi sembrava di affogare, per iniziare a prendere delle decisioni da cui dipendeva il futuro di tutti noi.

Una cosa mi era chiara: non potevo chiedere a nessuno di aiutarci, tranne a zia Tiziana.

Mia madre, forse, non sarebbe stata neanche in grado di capire, perché la sua mente stava annegando nel mare dell’oblio e noi potevamo solo augurarci che questo avvenisse il più lentamente possibile.

I miei fratelli non avrebbero tollerato il gesto di un amico, di un suo tradimento, per aver mancato di rispetto alla loro sorella e avrebbero ritenuto un punto d’onore vendicarla.

In un paese si sa tutto di tutti e Giovanni aveva alle spalle un vissuto che non lo giustificava ai miei occhi ma mi faceva capire la sua fuga da ogni responsabilità.

Era una personalità dominata, da sempre, dalla figura materna, preponderante su quella del padre, personalità bohémienne ma con spunti talvolta violenti.

In tante occasioni era stato testimone di confronti e scontri accesi che cercava di sedare per proteggere la mamma e risparmiare quelle scene alle sorelline più piccole.

Giovanni era nato e cresciuto in questo contesto, sviluppando una personalità contraddittoria: da una parte voleva essere riparatrice, dall’altra, non avendo la maturità e la forza necessarie, finiva per scappare tutte le volte che c’era la necessità di decidere e passare ai fatti.

Questa difficoltà, lo portava a provare un totale senso di fallimento, che ripetuto nel tempo, lo metteva in crisi con tutto il genere femminile e anche con il suo Dio.

Così non cercava rapporti stabili ma relazioni a tempo, da vivere giorno per giorno, senza imprimatur di origine civile e religiosa.

Questo svolazzare di fiore in fiore era ben accetto anche alla madre, la quale vedeva nel figlio maschio un conquistatore e, come tutti, ignorava il muro di vetro che la separava da lui.

Lo definisco ‘muro di vetro’ perché Giovanni non era totalmente inconsapevole della sua esistenza, infatti certe volte vedeva trasparire il mondo affettivo da lui stesso voluto: sua madre lo amava anche se in silenzio, lo stesso silenzio con cui sopportava l’immotivata gelosia del padre.

Così Giovanni sommava rabbia al dolore, procurandosi delle ferite nell’anima. Lo separavano anni luce dalla possibilità di rimuovere quel sasso dal cuore.

La sua bocca rideva spesso per confortare gli altri e il suo cuore piangeva per questo suo essere figlio di tutte le donne incontrate, delle quali cercava di guadagnarsi l’interesse o l’amore dichiarato e mai pensato di avere ricevuto da sua madre.

Questa incapacità di comunicare resistette anche alla malattia della madre: non c’era luce nel suo futuro, stava perdendo quella madre senza averla conquistata.

Nel tempo rimanente, se usato bene, avrebbe potuto accorciare le distanze, ma ognuno diceva: «Ti voglio bene» come sapeva dirlo.

La madre chiamava a raccolta tutte le sue forze per stare in piedi e fargli la torta preferita, il figlio la sgridava perché quel dolce non saziava la sua voglia di sentirsi amato.

Giovanni non fu mai un figlio ribelle, la sua ribellione si consumava contro sé stesso e la ascoltò attentamente quando, morente la madre gli diede l’ultimo consiglio per non lasciarlo solo. Essendo prossima la fine, gli consigliò di sposare una ragazza che l’aveva aiutata a gestire la casa negli ultimi tempi, una brava ragazza, a suo parere; certamente lo avrebbe amato e rispettato come meritava.

Manifestando questo suo desiderio, la donna legò il figlio a un giuramento. Ciò gli cambiò la vita ma non in meglio perché mise, ancora una volta, a tacere il cuore e come un bravo soldatino eseguì l’ordine.

Mia sorella era stata un cedimento del suo cuore ai veri sentimenti. Ciò era diventato un problema perché scegliere sarebbe equivalso a subordinare la volontà al dovere.

I nostri timori erano fondati nel credere come Anna sarebbe stata data in pasto ai pettegolezzi di amici e conoscenti, ognuno dei quali avrebbe detto la sua anche su di noi fratelli, secondo cui non eravamo stati in grado di proteggerla dall’infame che aveva osato approfittare di lei e della sua condizione.

Avrei inoltre sopportato tutto tranne far pesare sulla creatura appena sbocciata il peso degli errori di tutti noi.

Non lo ero ancora ma già mi sentivo zia a pieno titolo.

Il mio istinto mi diceva di urlare, di chiedere spiegazioni, di minacciare, poi a prevalere era il buonsenso. Mi suggeriva di salvaguardare innanzitutto mia sorella e il nascituro ed evitare che un dramma si trasformasse in una tragedia.

La zia mi guardava in silenzio, consapevole di quello che era successo e del fatto che sarebbe potuto degenerare in una tragedia. Animati dallo stesso desiderio di proteggere Anna, simultaneamente cominciammo a programmare il futuro prossimo con la forza e la lucidità che solo le donne hanno nei momenti più difficili.

Decidemmo che Anna sarebbe rimasta in campagna da lei, avrebbe vissuto la gravidanza lontana da giudizi e pregiudizi al fine di evitare di compromettere la sua capacità di portarla a termine. Balenava dentro di me anche una domanda: Anna desiderava questa figlia o l’avrebbe considerata uno spiacevole incidente? Mi rispondevo immediatamente che Anna aveva la stessa morale mia, quindi la domanda era improponibile.

La zia l’avrebbe aiutata a vivere la trasformazione del suo corpo, avrebbe dissipato i suoi dubbi e le sue lecite paure, nonché i fastidi e i sensi di malessere che accompagnano ogni donna in un momento così delicato della vita.

Mi ripromisi che se avessi avuto una figlia non avrei mai permesso a nessuno di spiegarle i misteri dell’essere donna dei quali la maternità era in assoluto quello più grande.»

Mia madre si diede il compito di giustificare con tutti la permanenza fuori casa di Anna per un periodo così lungo.

La giustificazione non poteva che riguardare la zia Tiziana. Non stava tanto bene, aveva bisogno di compagnia, di aiuto per sostenere le incombenze della casa e della terra. Mamma era preoccupata all’idea di un rifiuto di Emma.

Avrebbe voluto parlarne anche con lei ma a farla desistere da quell’intenzione era la fragilità emotiva di sua sorella, dovuta alla partenza del figlio Filippo e alla freddezza che si era creata nel rapporto con suo marito Lorenzo.

Molti anni dopo, avrei conosciuto zio Lorenzo, un uomo non molto alto, robusto, capelli neri e baffi che gli davano un’aria severa tanto da incutere soggezione. Conoscendolo, si apprezzava per la sua discrezione, la sua disponibilità, la sua forte aderenza alla realtà. I sogni non facevano parte del suo pensiero.

Lorenzo contava e credeva in ciò che aveva o poteva raggiungere con le sue forze. Per questo suo modo di pensare non approvava la scelta del figlio Filippo, avrebbe preferito una professione seria, fonte sicura di guadagno, preferiva il sicuro all’incerto; questo pensiero era condiviso dal padre di Lisa.

Entrambi erano apprezzati da tutta la famiglia e sembravano aver preso il posto dei due fratelli di mamma, emigrati in America. Io mi rammaricavo di non poter fare un album fotografico della famiglia perché esistevano pochissime foto. Ne chiesi il motivo a mia madre la quale mi spiegò che allora c’era un solo fotografo. Ogni tanto lui passava per le strade del paese e le foto erano scattate in casa, a richiesta.

Mamma si alzò dal divano e andò a cercare le foto della sua famiglia, per avere un appoggio visivo dei fatti che narrava. Erano tutte color ossi di seppia e le persone ritratte erano statiche. Di alcuni componenti della famiglia non c’erano foto.

Promisi a mia madre di sistemarle in un piccolo album da tramandare alle generazioni future. Guardando quelle foto la memoria di mia madre ritornò a quel periodo e, con naturalezza, continuò a raccontare:

«Ritornai a casa da sola, consapevole di dover mentire con tutti, sapendo di farlo ma, nonostante tutto, in un puntino in fondo al mio cuore c’erano già l’emozione e la curiosità di conoscere questa piccola vita che mi dava la forza di difendere sua madre e lei dalla curiosità e dalla cattiveria gratuita.

Così i miei progetti di giovane moglie passarono in secondo piano e, pur non trascurando nessuno, rimasi in quotidiano contatto con la zia che mi aggiornava sulle condizioni di mia sorella col passare del tempo sempre più rivelatrici.

I miei dubbi più importanti rimanevano senza risposta: Come stava vivendo Anna questo momento così importante della sua vita? Vedere il suo corpo modificarsi giorno dopo giorno, sentire muovere dentro di sé qualcuno, come pensava alle fatiche del parto e al dopo?

Mia madre con me e con Emma non aveva dato spiegazioni in merito e di fronte alle nostre richieste era stata evasiva, dicendo che le cose si imparano quando si vivono.

Come sempre a scuola sono le amiche a darti le risposte, baroccate dalla curiosità, dalla fantasia e, spesso, lontane dalla verità.

Per Anna c’era l’aggravante di vivere in quel suo mondo senza suoni, che se da un lato la isolava, dall’altro la proteggeva da verità per lei motivo di sofferenza.

La zia mi raccontava che nei primi mesi Anna affrontava i lavori più faticosi in silenzio, come a voler punire se stessa o − pensai io − per cercare di perdere quella creatura, frutto di un amore senza voce.

Da due mesi non andavo a trovarla per una fastidiosa bronchite, ma quando la vidi corrermi incontro per salutarmi, dalla forza del suo abbraccio capii di esserle mancata.

La scostai delicatamente da me perché volevo guardarla negli occhi, vedere quella luce nuova che li illumina quando sei portatrice di vita.

In quel momento sperai di poter essere anch’io quanto prima al suo posto, camminare con quel passo un po’ affaticato per il peso, ma fiera e consapevole del miracolo che stava avvenendo dentro di lei. Mia sorella era più bella, la sua figura sempre aggraziata, nonostante l’aumento di peso, era gradevole a vedersi, in circostanze normali le avrei fatto delle foto per ricordare quel momento di vita.

Giovanni si era fatto d’aria ai miei occhi, ed essendo tutto occultato, continuava a vivere la sua amicizia con i miei fratelli.

Non avevo dubbi, stavo solo rimandando a tempi più tranquilli la possibilità di guardarlo negli occhi fino a fargli abbassare i suoi, di fargli delle domande che esigevano risposte vere, non parole di circostanza preparate da tempi remoti.

Eravamo in autunno, una stagione da me amata per i colori bruciati, le foglie e i frutti. La zia, dall’uscio di casa, mi salutò con la mano e rimase dov’era, la sua esperienza e il suo essere madre prima di noi la faceva essere sempre al posto giusto al momento giusto e quello era il momento mio e di Anna.

«Anna come stai?», chiesi.

Lei mi guardò con complicità e poi fece un gesto tenero che spazzò ogni nube tra di noi. Prese la mia mano e guidandola con la sua la poggiò sulla sua pancia: sentii un movimento rapido ma intenso e quello fu il mio primo incontro con la mia futura nipote.

Ne parlavo al femminile perché ero certa di trattarsi di una bimba, non a caso avevo portato con me il corredino che avevo comprato di colore rosa. La zia, le cui previsioni sul sesso del nascituro, si basavano sulla forma della pancia, aveva confermato questa mia speranza.

Un fiume di gesti e di suoni mi fecero ritrovare l’Anna di una volta. Le diedi modo di liberare l’anima di tutto un mondo di emozioni: paura, gioia, timore per tanti mesi tenuti dentro di sé.

Abbracciandola, le dissi di stare tranquilla, non l’avrei mai lasciata sola e di non aver paura del parto perché la legge di venire al mondo era uguale per tutti ed era un meccanismo naturale che andava solo aiutato.

Mi capì, e volle a tutti i costi un bigliettino dove scrisse il nome della sua bambina: Dolores. Per la prima volta ne parlava.

Mi sembrò un nome troppo denso di significato da dare a una piccina, poi pensai che Anna forse non lo aveva scelto a caso, ma per dare un messaggio a chi di quella vita aveva la responsabilità.

Le dissi che era un gran bel nome e cingendola alle spalle, adeguando il mio passo al suo più lento, rientrammo in casa dove la zia ci accolse con una ciambella alle castagne, appena sfornata.

Ne mangiammo una bella fetta ciascuno, accompagnata da un bicchiere di latte caldo con il miele.

Come sempre, nel pomeriggio, Anna andò a riposare ed io e la zia pianificammo il nostro Natale.

Quale mese migliore per venire al mondo. Ma a rendere anomala quella nascita sarebbe stata l’assenza di uno dei due genitori, la diversità di chi invece la viveva in prima persona, l’assenza di tutto il corollario ruotante, da sempre, attorno al miracolo di una nuova vita.

Più tardi seppi da uno dei miei fratelli che Giovanni aveva chiesto più di una volta se poteva andare a trovare Anna, perché lui intuiva quanto fosse fittizia la motivazione data a tutti della sua lontananza.

Mi opposi drasticamente, apparentemente per non turbarla ma in realtà perché non volevo si scaricasse la coscienza con un semplice gesto di cortesia.

Avrebbe, invece, dovuto guadagnarsi, giorno dopo giorno, il loro perdono e la possibilità di vivere alla luce del sole il suo ruolo. Mi chiedevo chi mi dava il diritto di pensare e di agire in quel modo ma mi sentivo gravata da molta responsabilità e complice di un torto verso la mia famiglia, tenuta all’oscuro di tutto.

Durante i miei spostamenti facevo sempre sosta da mia madre, dove ritrovavo Emma, finalmente libera di parlare con qualcuno di Filippo il quale, intanto, si era diplomato con il massimo dei voti.

Mio cognato si era arreso all’evidenza e aveva, perfino, comprato un pianoforte per dargli modo di suonare nei suoi rientri e cercare di conoscere meglio quel mondo ormai   designato come la sua strada.

Emma ne parlava con giusto orgoglio e credeva che la sua musica fosse in perfetta sintonia con la sua personalità: era diventato un giovane uomo, distinto con un’affinata sensibilità sposata perfettamente con la sua musica.

Filippo venne a trovarci durante un fine settimana, tra un’esibizione e l’altra, e constatai, di persona, come fosse diventato un uomo elegante, raffinato e gli si addicesse quel fiume di note che sgorgava dalle sue dita.

Capii l’orgoglio di mia sorella nel guardare le locandine che fissavano le date dei suoi concerti e vederle affisse sui muri all’ingresso di prestigiosi teatri.

Dietro suo invito, quando potevamo, con Emma lo raggiungevamo per poterlo vedere e partecipare fisicamente ai suoi successi. Respirare l’aria di città ci faceva sentire donne di mondo; tornavamo in paese con un taglio di capelli alla moda, con un vestito più scollato e subito diventavamo un esempio da imitare per le altre.

Per mia madre la città era un luogo di perdizione, era facile cadere in tentazione, insomma non era da farsi, «era roba da maschi».  Sentiva molto la mancanza dei miei fratelli, nonostante arrivassero continuamente foto di cognate e nipoti e lei se ne vantava mostrandole.

Qualche particolare la lasciava però perplessa: le donne americane che guidavano la macchina, viaggiavano sole e non sapevano cucinare gli spaghetti! Non c’era da fidarsi ma i suoi figli le avevano sposate anche se, secondo lei, avrebbero trovato di meglio al paese.

Comunque c’era la speranza che, una volta conquistato il benessere, avrebbero potuto ritornare in Italia e le nuore si sarebbero adeguate agli usi e costumi.

Io ed Emma eravamo diventate le sue fan più accanite, ma nel cuore di mia sorella c’era una piccola spina che, ogni tanto, pungeva perché ci sono delle professioni cui bisogna dedicarsi totalmente escludendo, escludono qualsiasi altra presenza dal cuore di chi le esercita. Si domandava: “Filippo aveva successo, ricchezza e fama ma con chi l’avrebbe condivise? Con nessuno oltre noi”.

Una sera, dopo un concerto al quale ebbi la fortuna di presenziare, lo aspettai in camerino e gliene parlai.

Mi confermò che i timori di sua madre avevano ragione di esistere; tutto il suo tempo era dedicato ai viaggi, soste in città meravigliose che non aveva il tempo di visitare perché impegnato interamente dedicato con le prove e gli spettacoli.

Non trattenendosi mai per lungo tempo in un posto non aveva la possibilità di approfondire la conoscenza con qualche ragazza, frequentarla e fare progetti.

Vedendomi preoccupata, mi circondò le spalle con un braccio e mi disse: «Non preoccuparti, zia, e tranquillizza anche la mamma, tutto può succedere ma io posso vivere anche di sola musica perché suonando non si invecchia mai, non si permette al proprio cuore di cadere nella trappola della solitudine e di inaridirsi; le opere che esegui sono come tuoi figli e se tu le vivi non ti fanno mai sentire solo.

È difficile per una donna condividere la vita di un musicista, viaggiare, essere sempre lontano da casa e fare delle rinunce.

Amo moltissimo il mio lavoro, la musica mi regala emozioni profonde ed esalta quello che c’è di buono nel cuore di ogni uomo, anche del più duro.»

«Ma quando sarai stanco, vecchio e ti ritroverai solo, senza un figlio cosa farai? Noi non ci saremo più, tua madre avendo sempre appoggiato la tua scelta, si pone spesso questa domanda.»

«Vedi zia − mi disse − non si è mai abbastanza vecchi per non poter suonare, comporrò. Voi sarete sempre nel mio cuore, quindi non morirete mai del tutto.

Voglio dirti qualcosa condivisibile con la tua mamma e che non vi ho mai confidato per la precarietà della mia vita.

Comprendo le vostre paure e da un po’ di tempo c’è nella mia vita una ragazza con la quale ho un rapporto particolare, suona anche lei, quindi viviamo nello tesso mondo e ci incontriamo molto spesso negli stessi teatri.

Voglio capire se a unirci è solo la magia del nostro lavoro o c’è qualcosa di sentimentalmente importante.»

Da quella sera, io ed Emma avremmo avuto un motivo in più per pregare.

 

La nascita di Dolores era vicina e io non finivo di chiedere a Dio che pilotasse quel parto perché non poteva esserci interazione tra Anna e il medico.

Mi ero documentata, ero andata in una grande libreria in città perché in paese non esistevano e mi ero fatta consigliare quale libro prendere dopo aver fatto intuire di essere in   attesa di un bimbo. Avevo mentito, ma era l’unica cosa che potesse giustificare da parte mia l’acquisto di una pubblicazione specializzata in materia.

Leggevo la sera tardi e mi accorsi che c’erano una serie di consigli dati alle mamme in attesa relativamente alla postura, all’alimentazione e alla ginnastica da fare per tenere allenati i muscoli.  La cosa più importante era affrontare il parto con relativa calma per potere essere collaborativi con il medico e, di conseguenza, non fare sforzi a vuoto.

Al riguardo, io e la zia dovevamo essere i traduttori nei due sensi, ma non era facile perché in quei momenti sarebbe prevalso il dolore e la paura di complicazioni. Decisi di chiedere a mio marito di farmi rimanere un po’ di giorni in più dalla zia per aiutarla a fare delle analisi programmate da tempo.

Era una fredda giornata di fine novembre e il camino in casa della zia era costantemente acceso.

Gli alberi erano spogli, qualche fiore resisteva al rigore dell’inverno e ogni forma di vita era scrupolosamente celata in quelle zolle che al primo annuncio di primavera sarebbero esplose in un tripudio di colori, dando vita a dei quadri che, fin da piccola, mi lasciavano senza fiato.

Finalmente potevo manifestare a qualcuno i miei timori, le mie ansie per quello che stavamo vivendo. Anche la zia diede voce ai suoi pensieri repressi, mi disse di essere stanca, la vita non ha riguardi neanche per l’età; quando si diventa vecchi si dovrebbe aver diritto a non soffrire per poter accettare con serenità l’idea di lasciare questo mondo. Queste sue parole mi fe cero prendere coscienza di quanto fossi in ritardo nei progetti personali, di come la vita scorre e noi non possiamo rimanere sempre seduti sulla riva a guardare il tempo che passa.

La rincuorai dicendole che quelle considerazioni sul trascorrere del tempo e l’invecchiare c’erano sempre nella vita di ciascuno, indipendentemente dall’età.

Le assenze mentali di mia madre la preoccupavano e non avrebbe voluto sopravvivere alla sua perdita. Ho capito allora come amare si deve, ma con una giusta e sana distanza da chi amiamo.

Da quando era rimasta sola, si era legata maggiormente alla mamma. Aveva trascorso lunghi periodi nella nostra casa, dove la presenza di tutti noi nipoti, con tutti i nostri problemi, la coinvolgeva e tacitava la malinconia respirata quando era da sola.

Una volta ci si rassegnava a tanti eventi e il dolore era vissuto con un certo fatalismo, si ripeteva sempre: «Si vede che doveva andare così.»

Aveva fatto la sua bella figura in gioventù e aveva regalato la sua bellezza a un brav’uomo sposato senza conoscere. Non le aveva mai fatto mancare niente ma non si era mai accorto dei suoi silenzi, delle sue lacrime, la credeva felice di ciò che le dava e del bene che le voleva.

Quando vide partire Paolo, l’unico suo figlio per l’America, la zia Tiziana, nel fargli la valigia, aveva cominciato a mettere sul letto anche le sue cose, per andargli dietro; poi arrivò alla conclusione: non poteva lasciare da solo suo marito, avrebbe arrecato a lui, ma anche a tutti noi, un grande dolore e nessuno avrebbe capito i motivi di quella fuga.

Negli anni, quando suo marito si ammalò, si convinse di aver fatto bene, anche se talvolta si sentiva lacerare per la voglia di rivedere quel figlio perduto.

Mi sentii in colpa per non avere telefonato, negli ultimi tempi, a Paolo e per non aver dato notizie alla zia che viveva solo per quello.  Mi ripromisi, appena tornata a casa, di chiamarlo, di dare e ricevere sue notizie.

In quel momento però la nostra attenzione era rivolta alla situazione in essere e alla speranza di risolvere tutto senza danni che lasciassero il segno. Ormai si avvicinava la fine della gravidanza di Anna ed eravamo in tre ad attendere questa bambina. Una fredda sera di dicembre, Anna era appena andata a letto mentre io e la zia eravamo ancora davanti alla brace quasi spenta, cercando di vincere il sonno, come facevamo ormai tutte le sere per paura di non accorgerci o sentire un lamento o un grido di aiuto.

La vita fu clemente con noi. Stavo ancora leggendo quando vidi apparire sull’uscio della camera da letto, con un viso da bambina spaventata, Anna. Aveva la camicia da notte tutta bagnata e io, inesperta, credetti ad una incontinenza da paura.

Svegliai la zia che immediatamente s’impadronì della situazione, mentre io, indossato un cappotto sulla camicia da notte, mi precipitai a chiamare il dottore.

Mentre correvo, avvolta dal buio, urtavo contro gli arbusti, inciampavo ma col sapore salato delle lacrime in bocca sfrecciavo, senza neanche dubitare che quello fosse il percorso giusto.

Il piccolo paese non era molto distante ma la strada era appena più grande di un sentiero pieno di sassi e di buche. Il cappotto di lana frettolosamente indossato s’impigliava tra i rami  più sporgenti degli alberi e più di una volta il verso di qualche animale notturno mi mise paura. Non c’erano altre case e non avrei potuto chiedere aiuto se ne avessi avuto bisogno.

Riuscivo solo a capire che dovevo a qualsiasi costo raggiungere l’unica persona capace di aiutarci. Dopo, quando riuscii a pensare, mi resi conto come l’amore può sconfiggere la paura.

Davo per scontato che Dio, se c’era, non poteva non essere accanto a mia sorella e a sua figlia, aiutarla perché Lui di certo sapeva, al di là delle parole mai pronunciate, quello che Anna provava in quel momento.

Arrivai in paese. Benedissi Dio di aver creato la notte, non c’era nessuno per strada che mi potesse riconoscere; mi fermai davanti al portoncino della casa del dottore e bussai fino a vederlo aprire.

 

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