Siciliani semu... Uno sguardo su due parole della nostra lingua :ilSicilia.it

Qual è l'origine di camurrìa e cabbasìsi?

Siciliani semu… Uno sguardo su due parole della nostra lingua

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13 Maggio 2020

Siciliani semu e, quindi, è facile sentire: “Che camurrìa! Nun ci rùmpiri i cabbassìsi”, che in una sola frase spiega a qualcuno quanto ci stia scocciando e rompendo le scatole. Volete mettere i colori della nostra “lingua” con l’impersonale traduzione? Noi, affetti da sicilitudine, malati d’amore per questa nostra isola delle meraviglie, indagheremo proprio su questi due termini di cui, soprattutto cabbasìsi, è entrato nel vocabolario, anche di chi siciliano non è, grazie a Andrea Camilleri e al suo “Commissario Montalbano”.

Camurrìa

Una ipotesi, errata, la faceva derivare da “camorra”, quando, in realtà, si tratta della storpiatura di «gonorrea» che, un tempo, essendo considerata sconveniente e indecente perché legata a una malattia sessualmente trasmissibile e molto fastidiosa, non era assolutamente contemplata. Nel “Nuovo dizionario siciliano-italiano”, datato 1876, Vincenzo Mortillaro definisce la camurrìa una “sorta di malattia, scolagione celtica, virulenta, contagiosa, venerea, vedi Gonorrea”. In seguito, dimenticandone l’origine divenne di uso comune con un tonno ironico e beffardo, suscitando risate a seconda del tono usato, perché anche questo nella nostra terra fa cambiare il senso di un epiteto. Tra le varianti c’è càmula, tarlo, e, quindi, camuliare, il caratteristico e ossessivo rumore che produce quando rode il legno, e tenetevi forte, anche “camomilla”. Quest’ultima perché, si narra, ci fosse una bimba che si chiamava Camurrìa che, siccome veniva ingiuriata da tutti, piano piano, vide trasformato il suo nome in Camùla e poi in Camomilla, con la spiegazione che la sua bontà riusciva a calmare gli animi. In realtà, nomen omen, quella piccola era davvero una camurrìa, una piccola peste, e i genitori ripetendole: “Tu sei una camomilla”, speravano che il nuovo significato sostituisse il precedente, che le cadeva a pennello, anche nella realtà, tranquillizzandola.

Foto tratta da www.undertrenta.it

In un intervento pubblicato sul Corriere della Sera Magazine del settembre del 2008, Andrea Camilleri così scriveva:

«Forse è la parola più spesso usata e anche pensata ma non detta per ragioni di civile comportamento da chi sta scrivendo questo lemma, tanto che una sua nipotina, appena cominciò a parlare, oltre a mamma, disse distintamente “camurria” pur non essendo siciliana. Accrescitivi di camurria sono: “gran camurria” e “grannissima camurria”, frequente è anche “granni e grannissima camurria”. Il massimo è costituito dalla composizione “grannissima camurria buttana”. Qui si ricorda la variante introdotta dal barone Logreco in punto di morte: “Il munno è ‘na grannissima camurria buttana e ‘mpistata”, dove, ‘mpistata equivalendo a leutica, veniva realizzato un felice ritorno del termine a una delle supposte origini».

Cabbasìsi o Cabasìsi

Altra parola che, ormai, si sente anche al nord grazie a Salvo Montalbano e, soprattutto, all’indimenticabile Dottor Pasquano, medico legale della serie, interpretato dal magnifico Marcello Perracchio, straordinario attore modicano, è: “cabbasìsi” o “cabasìsi”, che alcuni pensano si riferisca agli organi genitali maschili e  altri, sorpresa delle sorprese, al termine “cabbasisa”, che deriverebbe dalla lingua araba “ḥabb‘azīz”, divenuto  cabb`azīz, cabbazīs,  a indicare “bacca rinomata”. Nel 1300, la citò anche Giovanni Leone dei Medici, più noto come Leone Africano, geografo ed esploratore berbero, che definì questo cibo “un frutto di grossezza come un radicchio, ma piccolo come fave, il qual succiano, ed è dolce come mandorle e si usa in tutto il regno di Tunis”, riferendosi  al Cyperus esculentus, una pianta originaria dell’Africa dal sapore simile a quello delle già citate mandorle e delle noci.

Ai giorni nostri è conosciuto, invece, come cipero o zigolo dolce, e si tratta di un tubero che a Pantelleria è stato associato alle ghiande. Si narra che un nobile siciliano ne piantò un paio all’ombra, dove di solito leggeva e fumava il sigaro, per poter ripetere, quando voleva,  di non rompergli i cabbasìsi.

Chiudiamo con buoni cabbasìsi a tutti, però, col suo secondo significato.

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