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Catania

L'analisi del provvedimento che dà via libera all'azienda catanese

Tecnis, finisce l’agonia? Da oggi niente più alibi nei cantieri per il colosso siciliano

21 Marzo 2017

La svolta tanto attesa è arrivata. Da oggi si riaprono ufficialmente gli scenari di numerosi appalti in Sicilia. Il dissequestro del colosso catanese Tecnis (e delle controllate Cogip Holding e Artemis spa) lancia un messaggio inequivocabile: le grandi opere appaltate e in corso nell’Isola dovranno essere terminate. E stavolta niente “alibi”, basta provvedimenti giudiziari, stop a ogni forma di presunto condizionamento esterno degli appalti.

I giudici infatti hanno creduto alla tesi dei pm Antonino Fanara e Agata Santonocito, ovvero che l’amministrazione giudiziaria delle società “ha legalizzato i beni”, perché ad essere pericolosi non sarebbero stati gli imprenditori, ma “le aziende, particolarmente appetibili alla mafia”. Per i magistrati catanesi “è venuta meno la pericolosità del bene” che ora è stato “legalizzato” grazie al lavoro dell’amministrazione giudiziaria e della Procura.

 

Mimmo Costanzo e Concetto Bosco
Mimmo Costanzo e Concetto Bosco

Il provvedimento di oggi, per la verità, era nell’aria già da qualche settimana. Nei numerosi cantieri del colosso catanese le maestranze erano con le bocche cucite, ma a parlare per la prima volta erano i cosiddetti “Sal“, gli stati d’avanzamento dei lavori. Uno su tutti: il cantiere per la “Chiusura dell’Anello Ferroviario di Palermo – 1° stralcio Giachery-Politeama”, del valore di 154 milioni di euro.

Nelle ultime settimane, soprattutto in via Emerico Amari, si è registrato un forte incremento delle attività: se prima la media era di due o tre operai a lavoro, adesso se ne contano una ventina. La rendicontazione mensile dei sal è di fatto quadruplicata. Segnali incoraggianti che lasciavano presagire l’imminente dissequestro della società e quindi la fine del mandato del commissario Saverio Ruperto.

 

Adesso però la sfida più dura per la Tecnis: i giudici hanno disposto che per i prossimi tre anni tutte le operazioni eseguite superiori a un valore di 250mila euro siano segnalate alla Questura e alla polizia tributaria della guardia di finanza. In questo modo si vuole controllare ogni forma di condizionamento esterno o possibile infiltrazione mafiosa negli appalti. Dovrà iniziare così il ritorno sul mercato e il rilancio del colosso catanese.

In questo caos di battaglie giudiziarie negli appalti in Sicilia c’è però un meccanismo singolare che fa riflettere: essere un colosso delle costruzioni in una terra come la Sicilia – secondo i giudici – rende la tua azienda “appetibile alla mafia”. Ciò equivalerebbe quindi a dire che qualunque colosso delle costruzioni (siciliano, italiano, o internazionale) che vuole partecipare a una gara d’appalto grossa o che vuole realizzare una “grande opera” in terra sicula, corre il medesimo rischio della Tecnis.

 

E allo stesso modo, il sillogismo che ne deriverebbe è il seguente: siccome l’impresa “X” è un colosso delle costruzioni, e dunque “X” è appetibile alla mafia, allora “X” non è mafiosa ma subisce solo l’interesse mafioso. E per le imprese realmente infiltrate con la mafia che si fa? Quel sillogismo decade? Non è dato saperlo.

anello fs tecnis
Gli scavi in via Emerico Amari

“Quel che è certo – sottolineano i giudici – è che la gestione del colosso aziendale con l’intervento dello Stato ha consentito senz’altro di eliminare quelle impurità e i contatti con la criminalità organizzata che sussistevano di sicuro fino all’operazione Iblis. Ciò benché – rileva il Tribunale – non possa essere obliterato che il processo di bonifica e di distacco nei rapporti con la criminalità era già iniziato prima del commissariamento prefettizio che la Tecnis aveva assunto con l’adozione dei modelli propri”.

Inoltre, osservano i giudici, i controlli effettuati durante la gestione “non hanno evidenziato alcun tipo di contatto con società sospette o legate con associazioni di tipo mafioso” e “non sono emerse particolari criticità a seguito degli accertamenti disposti dal Tribunale che la Procura ha delegato ai carabinieri del Ros. Appare evidente pertanto – conclude il Tribunale – che il commissariamento prefettizio prima e soprattutto il maggiormente invasivo intervento dell’autorità giudiziaria abbia completato un percorso già intrapreso di ritorno alla legalità o quantomeno di allontanamento dell’azienda dagli ambienti della criminalità organizzata. Per tali ragioni – hanno deciso i giudici – va disposta la revoca della misura e il dissequestro delle quote sociali”.

 

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